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Così ad Austin, dove Uber è proibita, si sono inventati la app a chilometro zero

La capitale texana che molti indicano come nuova Silicon Valley ha caratteristiche che fanno pensare all'Italia

27 Aprile 2017 alle 06:00

Così ad Austin, dove Uber è proibita, si sono inventati la app a chilometro zero

Una strada di Austin, Texas (foto di Matthew Rutledge via Flickr)

​Benvenuti a Austin, Lazio. La capitale texana che molti indicano come nuova Silicon Valley (con definizione abbastanza generosa) ha caratteristiche che fanno subito sentire a proprio agio il romano di passaggio: intanto un traffico micidiale, di cui tutti si lamentano, con tormentoni continui di cittadini, radical che scelgono la bici, morendo nel caldo texano, altri che rimangono incolonnati ore. Poi l’indebitamento del comune, che ha appena lanciato un nuovo bond da 700 milioni di dollari per risanare strade e costruire bus. Però incolonnati, tra una palma e un tex-mex, è abbastanza surreale notare le piccole Smart bianche e blu che sfrecciano, e il romano si stupirà nel poter usare il suo servizio Car2Go anche qui in pieno Texas (non ci sono però gli slogan tipo “’ndo cori”). Il servizio del gruppo Daimler funziona molto bene. Non c’è invece Uber, e anche in questo siamo a Roma, Uber e la concorrente Lyft sono state infatti bandite dopo aver perso l’anno scorso una lunga lotta col comune. La città richiedeva che tutti gli autisti di pubblica piazza dessero le proprie impronte digitali, un sistema per evitare violenze, autisti ubriaconi et similia, ma Uber dopo una defatigante battaglia ha rifiutato di sottoporsi ai controlli. Dopo otto milioni di dollari spesi in pubblicità e lobbying ha abbandonato il campo.

  

La società civile texana, in questo molto siliconvallica e poco romana, non si è però persa d’animo e ha inventato un’altra app. E’ apparsa infatti una Uber locale che si chiama Austin Ride. E’ partita a luglio scorso, è identica al colosso californiano, come funzionamento, grafica e logo, la differenza è che è a chilometro zero, e privilegia gli autisti locali, che possono prendersi mance (c’è una funzione come nei ristoranti, per decidere se lasciare dieci o quindici o venti per cento). E’ il frutto di un progetto “partecipato” e “dal basso”, il software è stato disegnato da informatici locali, e si possono fare donazioni ad associazioni benefiche della città. Soprattutto è no-profit: gli autisti si spartiscono tutti i proventi della piattaforma di ride-sharing tranne una piccola quota che serve per amministrare la piattaforma stessa. Non ci sono “multinazionali” alle spalle. Un caso che pare unico al mondo e che potrebbe essere preso ad esempio anche dagli aspiranti uberisti romani.

   

I prezzi sono simili, circa un dollaro e mezzo a miglio percorso, ma non c’è bisogno di generare profitto ed essendo no-profit la società non paga nemmeno le tasse. In questi giorni lo stato del Texas sta discutendo se uniformare la normativa a proposito delle impronte digitali ed è probabile che diverranno obbligatorie su tutto il territorio, dunque anche Uber si dovrà accodare, e tornerà in città. Ma nel frattempo la cooperativa di radio-non-taxi sta andando a gonfie vele, accumulando un vantaggio che sarà difficile da battere. “Il ride sharing è il futuro del trasporto pubblico”, dice il sito della cooperativa. “Austin ha una scelta. Aspettare che qualcuno da fuori risolva i nostri problemi o muoversi per risolverli da noi” (per la cronaca, mentre sorgeva l’anti-Uber, i tassinari texani, forse per il gran caldo, non hanno ritenuto di dover paralizzare la città).

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