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Sanremo e l’emozione di riscoprire Gabriella Ferri (con preghiera a De Gregori)

Boh, cose strane. C’è il Festival a Sanremo e io mi ritrovo a pasticciare il canzoniere di Gabriella Ferri, di prima mattina, quando si è più inclini alla commozione.

25 Febbraio 2014 alle 00:00

Teatro Ariston Sanremo

Teatro Ariston Sanremo - Foto Wikipedia

Boh, cose strane. C’è il Festival a Sanremo e io mi ritrovo a pasticciare il canzoniere di Gabriella Ferri, di prima mattina, quando si è più inclini alla commozione. Sono le scorie della musica nostra, che teniamo dentro caoticamente, quando l’“altra” musica poi la compulsiamo tutti i giorni, ma invece “quella” musica – che magari nel passato abbiamo “subìto”, perché le scelte erano di qualcun’altro, magari di tua madre – beh, quei suoni ci sono sempre, vengono su per coincidenze strane e quando accade gli effetti sono i più disparati. Gabriella a casa mia ha sempre cantato. Piaceva a mio padre, romano trapiantato a Milano con tutto il bagaglio di campanilismo degli anni del boom, e stava simpatica alla mamma, perché Gabriella era una pazza buona e lei invece una donna timorata. Per cui la domenica mattina, o qualche sera pù euforica delle altre, me le ricordo le canzoni di Gabriella sparate a volume entusiastico dallo stereo Philips, quello con le casse grosse come valigie. Le copertina dei suoi long playing piacevano pure a me, che invece quella musica già la snobbavo, mica si perdeva tempo con gli stornelli, noi modernisti. Però quegli zigomi formidabili, la chioma bionda, le labbra satiriche e l’espressione delle belle foto me le ricordo e suggerivano che la tipa doveva saperla lunga, doveva avere una vita coi fiocchi. Vediamo: Gabriella mi commuoveva quando faceva le cose napoletane, ma mica lo ammettevo, l’ho detto, sono cose che riaffiorano dopo, al momento sono solo sensazioni, forse perfino fastidiose. Ma come modulava “Reginella” o come carezzava “Malafemmena” lo so a menadito. Poi c’erano gli inni alternativi, vent’anni prima che Bossi mettesse su la Lega: se cresci da laziale per le vie di Milano, “La società dei magnaccioni” la mandi a memoria, e poi la riservi per i soliloqui nella doccia. Anche “Alla Renella” a casa mia era ascoltata con devozione e fatalità rionale, come la novena degli antenati. A me, però, quando cantava Gabriella, ce n’era una che mi piaceva più di tutte, mentre sopra le nostre teste già passavano gli anni Settanta, e lo scarto temporale, adesso lo sento più forte che mai. Era, pensate, uno stornello – vi sfido a fare il teenager modaiolo a Milano quando il verbo erano Bowie o il Mistero Buffo, e a te, segretamente, Gabriella che canta “Fiori trasteverini” ti morde gli intestini. Mica lo so cosa ci sia in quella canzoncina che m’è sempre piaciuta, però, di fatto, adesso che ho reincontrato casualmente la cantante morta su una banca digitale, ecco che mi ritrovo a correre all’indice e a selezionarla. Parte la chitarra, taratazumpa, zumpa zumpa, poi il basso e “De Roma nostra semo li moretti” (non li “mughetti” come l’originale) entra precisa come la lama d’un macellaio la voce di Gabriella, che intona la ballata. Eppure non ci vorrebbe tanto a capirlo, se non fossero i rimbalzi sentimentali a distrarci: “Fiori trasteverini” è perfetta, quanto una hit di Woody Guthrie o una scrittura di Paul Simon. Ha le liriche perfette, perché come mi spiegò un giorno il guru della canzone popolare del Lazio, Ambrogio Sparagna, la musica popolare contiene dentro di sé la propria hit parade, nel senso che una canzone, da dovunque arrivi, diventa veramente “popolare” e perciò condivisa, ricantata e quindi eterna, solo se funziona, se ha i crismi al posto giusto, le parole facili e belle, la melodia che prende, l’emozione che coinvolge. Perciò “Fiori trasteverini” è un capolavoro e dobbiamo chiedere a Francesco De Gregori di rifarla, come Bruce Springsteen rifà quelle delle sue parti. Ma intanto io ho la versione di Gabriella, da soli 2 minuti e 28 secondi, che è perfetta e posso risentirla all’infinito.

Le parole profetiche di Balzani
Lei è in palla, ha la voce enorme dei giorni migliori e, una volta montata in sella alla canzone, che pure è furastica e ribelle, la domina, la plasma, la guida: “Mo’ nun per di’ semo li più perfetti / cantamo tutti e semo ballerini”. Del resto il pezzo vola, con quei continui saliscendi, l’emozionante decalage “ogni tanto ’na magnata e ’na bevuta / e tutto quanto er resto va da sé…”. Infine il segreto della canzone, che se la conosci, l’aspetti come la rivelazione: l’inciso, che s’apre come un panorama dal Gianicolo, cambia registro e risolve, rilancia e trionfa: “Roma bella, Roma mia / Te se vonno porta’ via / Er Colosseo co’ Sampietro / Già lo stanno a contrattà”. Parole profetiche che l’ottimo Romoletto Balzani trasse da chissà quale stornellata d’osteria per dar loro la forma compiuta dei “Fiori trasteverini”, che poi Gabriella perfezionò così. Andando verso la chiusa, che mi ha sempre un po’ inquietato per la sua ambiguità: “Qui se vonno comprà tutto / Puro er cielo e l’aria fresca / Ma la fava romanesca / Gliela potemo arigalà”, che significa tutto, il volgare e il gastronomico, il morammazzato e l’erotico, il passato e il presente, lo stato fetente della Capitale prima, e naturalmente pure adesso. Che se solo ci penso a scambiare Gabriella con quello che c’è di là, sulla tv, mi viene una gran prurito di telecomando.

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