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I dischi di due artisti nati nel 1994 e il futuro della canzone che è ancora pieno di geni

Caspita, che fortuna poter parlare di un paio di prodotti licenziati da altrettanti artisti sotto i vent’anni! C’è tanta vita all’epoca dei teenager, non ascoltate le maldicenze. Piccoli geni crescono e continueranno a crescere alla faccia di quelli che le cose non sono come quelle di una volta.

27 Agosto 2013 alle 15:47

Caspita, che fortuna poter parlare di un paio di prodotti licenziati da altrettanti artisti sotto i vent’anni! C’è tanta vita all’epoca dei teenager, non ascoltate le maldicenze. Piccoli geni crescono e continueranno a crescere alla faccia di quelli che le cose non sono come quelle di una volta. All’altezza del 2013 due signorini nati nel 1994, sì 1-9-9-4, a Kurt Cobain già dimissionato, pubblicano album che hanno la vastità poetica e la potenza dell’impatto che solo il decollo nucleare coincidente al fiotto dell’ispirazione nascente può garantire. Vengono da storie diverse, sembrano apparentemente estranei tra loro, ma poi, per la velocità e la trasversalità che contraddistingue questo nostro – soprattutto “loro” – presente, si ritrovano vicinissimi, a un passo dal condividere un recorder acceso. Il primo si fa chiamare King Krule, vero nome Archy Marshall, tipetto che sembra il fratello di Ron Weasley, il peldicarota di Harry Potter, esordisce con “6 Feet Beneath The Moon” (no ascendenze mocciane, please) ed è il talk of the town nella Londra effervescente di fine estate.
Di che parlano le canzoni di King Krule? Hanno l’eloquenza strafottente di un ragazzino intelligente, volitivo e confuso, giocano con l’idea del suicidio (“Cementality”: come sarebbe se diventassi un tutt’uno col cemento là sotto la finestra?), pongono domande cosmiche alla sua Dulcinea, spergiurano che lui non diventerà un’altra di quelle caricature della scapigliatura che viaggiano sui trent’anni, stuzzicano un sé volatile e un ego sovralimentato, confezionano definizioni istantanee da restare senza fiato, mostrano come ci si sente in quel momento speciale, allorché si ha il dono di padroneggiare una tecnica di descrizione potentissima sotto forma di canzoni.
Il disco, va detto senza mezzi termini, è un capolavoro, e resta solo da vedere a cosa preclude. Contiene ovviamente segni di Billy Bragg, Elvis Costello e Joe Strummer (e si potrebbe andare indietro: Kevin Coyne, Otway & Barrett…), ma anche tanto dubstep, citazioni di Chet Baker e di hard groove, un set espressivo sconfinato, che sgomenta se si pensa in quali agili, irrequiete mani sia capitato. Ci riporta spesso in mente il fraseggio svelto di Dylan Thomas, la grinta di un reading notturno, la spiritualità intellettuale rimessa prodigiosamente al centro del progetto. Sarà pur vero che dietro le gesta di King Krule armeggia niente meno che il manager di Adele e dunque incombe un sinistro cono d’ombra affaristico, ma resta la bellezza del disco che è la sorpresa dell’estate 2013. Indimenticabile è la voce tonante del ragazzino, cavernosa, teppistica e appassionata quanto più non è possibile, nonché il modo geniale in cui è stata incisa – altissima su una base musicale soffocata, che è il tappeto su cui lei si stende, avvolta in un enorme, spaziale riverbero – ci sono le sue prime, goffe interviste, i proclami, la prevedibile biografia di disagio, una storia da seguire con lo slancio che la Britannia musicale, in questi casi è per fortuna ancora capace di generare.
Il secondo disco under 20 di oggi è di un beniamino di Stato della musica: Earl Sweatshirt, membro fondatore dei losangelini Odd Future, la crew che insieme ai Black Hippy ridà vita e forza all’hip-hop americano. Per lui non è un esordio ma un ritorno, anzi addirittura una svolta in una carriera già piuttosto articolata e turbolenta. Comunque di “Doris” si parla come dell’album della sua consacrazione, della maturità e dell’introspezione e tutte le definizioni sono buone, fermo restando che si tratta dell’opera di un poeta vero, complicato e zigzagante, un po’ street hustler un po’ romantico rubacuori, un po’ maledetto introverso. Earl ha un rapporto con la parola, con il linguaggio, col discorso e con la poesia che sono di una eccellenza sconosciuta a noi mortali. Le storie miserabili, psichedeliche e dolcissime che racconta sono raffiche visionarie, sogni sbobinati, spezzatini di pensiero, fantasia ed estasi mescolati in un milkshake indimenticabile.

Ocean è il minimo comune denominatore
Ovviamente qui siamo all’ascolto di un disco che non ha l’irruenza del debutto, ma l’autoanalisi della seconda volta, dove il modo artistico e il suo dispiegarsi sono già definiti e cominciano a precisarsi nei particolari, nei vezzi, perfino nei virtuosismi. Ma Earl Sweatshirt è la mente più brillante della sua nascente generazione americana e questo disco è solo il secondo capitolo di quella che sarà una bellissima epica creativa del Ventunesimo secolo. E per concludere il punto di raccordo tra King Krule e Earl Sweatshirt, di cui dicevamo. Lontani anni luce, diventano vicinissimi attraverso un comune amico che lavora da sempre con Earl e presto lo farà con Krule: chi se non Frank Ocean, lo Stevie Wonder degli anni Dieci, che mette anema e core nella musica di uno stravagante osservatore dei pianeti californiani e l’aggiungerà alla rinnovata filosofia pint & cigarette del poeta eastender. Distanti eppure tutti vicinissimi – sintonizzati sullo stesso ritmo: non è questo uno degli ingredienti della contemporaneità?

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