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Silvestri e quelle parole che ci ricordano a che serve la musica

Questa volta parliamo di uomini. Senza scomodarci troppo, perché lui è uno di qui, di Roma, che si vede in giro da una vita, eppure ha un suo tasso di eccezionalità.

19 Febbraio 2013 alle 19:38

Questa volta parliamo di uomini. Senza scomodarci troppo, perché lui è uno di qui, di Roma, che si vede in giro da una vita, eppure ha un suo tasso di eccezionalità, per la qualità del suo talento ma anche per quel suo certo gusto di buttarsi un po’ via, di non uscire mai completamente sia dal quartiere che da una propria certa età e da uno stile – tutti prodotti evidentemente da un forte senso di appartenenza. Daniele Silvestri. Tornato a illuminare un Sanremo peraltro dignitosissimo (anzi stavolta fatto di canzoni e di autori, e perciò rispettabile da subito, prima che ciascuno passi a elencare le proprie preferenze). Però Daniele ha fatto, come quando ha voglia, un passo doppio, ed è arrivato sul palco dell’Ariston con un pezzo inatteso, chiamato “A bocca chiusa”, così potente da farci riflettere istantaneamente, lì, un po’ stonati davanti al teleschermo, sul potere, forse dimenticato, certo ora sottovalutato, della parola poetica coniugata in musica: fare canzoni di statura classica, in sostanza, come Battisti, de Gregori, Dalla e De André. Ci sono tante cose che Daniele ha saputo rimettere in gioco nei quattro minuti scarsi della sua canzone e di questi siamo grati e con ammirazione ci auguriamo che “A Bocca chiusa” sfondi, ma anche che, magari, diventi invece una canzone dimenticata, ma che per un ristretto numero di persone è ‘n piezzo ‘e core, magari nel frattempo appiccicandosi alle reliquie di questo 2013, tonante di meteoriti e di notizione, ma invece raccontandoci di tutt’altro – fondamentalmente delineando uno stato mentale, nel quale, eventualmente, riconoscerci (andò allo stesso modo cinque anni fa, quando sul palco di Sanremo arrivò un altro ex-ragazzo romano, Federico Zampaglione, e cantò una gran canzone, “Il rubacuori”, che parlava di tempi che cambiavano, di crisi che saliva, di musica che sfuggiva e fu, anche in quel caso, un segno fortissimo – ma solo per pochi). “Fatece largo che… passa domani, che adesso non si può / Oggi non apro, perché sciopererò / E andremo in strada co’ tutti gli striscioni /A fare come sempre la figura dei fregnoni”: che diavalo è “A bocca chiusa”? Una ballata nostalgica del tempo dell’impegno? Forse, anche. Sicuramente adesso è anche un videoclip d’inusuale intensità, interpretato da Renato Vicini, l’uomo che traduce nella lingua italiana dei segni, voluto da Silvestri sul palco di Sanremo. Diretto da Valerio Mastandrea, il video mostra Renato che a torso nudo “canta”, a modo suo, questi versi di disagio, malcontento e amore. Perché “A bocca chiusa” è un quadro-cantato nel romanesco “light” che non sfora nei rugantinismi – di come ci si sente quando si rifà una cosa semidimenticata, come scendere in piazza per una manifestazione nel nome di principi giusti e diritti offesi. Un gesto che può essere occasionale e anche fine a se stesso, quanto all’improbabile ricostruzione di un percorso politico personale: ma quel sabato comunque si va, si torna a vedere, domani chissà, ci sono cose da fare, quelle che chiamiamo “vere” e la politica della rappresentatività è difficile, di questi tempi. Però c’è un fattore emotivo e anche uno estetico, nel fare una cosa del genere (Fatece largo che… passa il corteo, se riempiono le strade / Via Merulana, così pare un presepe / E semo tanti che quasi fa paura / O solo tre sfigati come dice la questura) a cui non si resta insensibili. Come eravamo? E c’è un meglio e un peggio? Certamente c’è un passato e un presente, in agguato un fastidioso passatismo e, incombente, l’intransigenza della realtà, e la sua durezza. Però l’Italia di prima era quella e adesso tutto al più ci si può concedere delle rimpatriate occasionali che somigliano a quelle di cui canta, con devozione e ironia, Silvestri in questo pezzo. Perciò vogliamo celebrarla, omaggiando anche la lungimiranza di chi l’ha voluta sul famoso palco nazionalpopolare sanremese. E sottolineare l’abilità di Silvestri nell’arrivare a segno, dentro all’attenzione di alcuni tra i milioni di persone che l’hanno ascoltato, cantando una canzonetta che è un invito ad alzare lo sguardo davanti allo specchio. Non si può sentir cantare: “A me de questo sai, non me ne importa niente / Io oggi canto in mezzo all’altra gente / Perché ce credo o forse per decenza / Ché partecipazione certo è libertà ma è pure resistenza” e restare inerti. Sarà creduloneria, ingenuità, si può essere inguaribili romantici o residui dell’altro secolo, ma Silvestri dice in musica: “Ho solo questa lingua in bocca / e forse qualche mezzo sogno in tasca / e tanti errori brutti però io li pago tutti”. E che se pure hai imparato a stare zitto, la voce non te la possono togliere e se ti tagliano la lingua, puoi sempre mugolare, mugugnare, mormorare, fare rumore finché sei vivo. Sentir declamare questo, una sera guardando Sanremo, spaesati come ci ritroviamo, tutto questo in una canzone, beh è stato un momento particolare, che ci ricorda a che diavolo serva la musica. Detto questo, per fortuna, domani è un altro giorno.

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