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L’incredibile e vorticosa vitalità della musica nera

Cominciamo da una storia marginale che ci ha deliziato. Due liceali neri all’alba degli anni Novanta si conoscono nella realtà suburbana di East Point, in Georgia.

22 Gennaio 2013 alle 00:00

Cominciamo da una storia marginale che ci ha deliziato. Due liceali neri all’alba degli anni Novanta si conoscono nella realtà suburbana di East Point, in Georgia. Sono entrambi appassionati di rap nella declinazione “dirty south”, che all’epoca va per la maggiore, e non ci mettono troppo a tirar su un sodalizio chiamato prima Two Shades Deep, poi ribattezzato Outkast. Una quindicina d’anni e 25 milioni di dischi venduti più tardi, la storia finisce. Nel frattempo i due artisti, che si fanno chiamare Andre 3000, lo smilzo, e Big Boi, quello grosso, sono diventati tra le personalità più influenti della black music d’oltreoceano, coinvolti in un’infinità di progetti, musicali e oltre. Nel 2006 è ufficiale lo scioglimento della formazione, non senza qualche venatura polemica, come accade sul finale dei grandi amori. Sia Andre che Boi ricominciano presto a volare, anche se ciascuno per gli affari suoi. Le comunicazioni sono solo apparentemente interrotte. E così, tra un tweet e l’altro, si capisce che la storia è finita ma non placata, che c’è ancora una tensione, cosa che fa ben sperare i fan. Gli ammiratori, infatti, difficilmente si rassegnano alla fine di un sodalizio che aveva avuto uno straordinario potere propulsivo per la sua capacità di iniettare dosi di materia estranea nel mainstream del genere, e nella sua ricorrente tendenza a stagnare, ripetersi, mutarsi in rituale. Gli Outkast sparigliavano il tavolo: cacciavano nel rap fattori di disturbo, televisione e fumetti, comedy e assurdo, svuotavano la bisaccia del maschilismo e riempivano quella della contemporaneità. Ma adesso, dunque, succede questa cosa strana: Andre 3000 partecipa al disco di Frank Ocean, il soulman della crew Odd Future – ovvero il futuro dell’hip hop scritto giorno per giorno da una banda di minorenni di Los Angeles. “Channel Orange” è il miglior disco del 2012, ve l’abbiamo già detto, e il featuring di Andre 3000 è una delle sue perle, in quella “Pink Matter” che è il pezzo principe dell’album. Beh, che succede? Che Big Boi prende “Pink Matter”, ne fa un remix e ci ficca dentro anche il suo di rap, collocandolo prima di quello di Andre 3000 (fammi passare, ragazzino) per di più con delle liriche notevoli, ma che definire pepate è poco. La scintilla è scoccata, quali saranno gli effetti lo vedremo presto. Ciò che ci piace è che il nuovo smuove il vecchio o, sarebbe meglio dire, il dismesso. E ciò che stanno producendo gli Odd Future in questi mesi è vero rinnovamento culturale della produzione pop americana.
Nel frattempo dall’altra parte d’America, a Nyc, c’è un altro personaggio che si è fatto notare tra gli appassionati di rap: si chiama A$AP Rocky e incarna la diretta contraddizione degli Odd Future: quanto loro sono innovativi nello stile, nei mezzi e nelle origini (borghesi e trattate con nonchalance) tanto il nostro Rocky, all’anagrafe Rakim Mayers (nome ispirato a mammà dal celeberrimo rapper), è lo stereotipo-ghetto: padre spacciatore, fratello morto ammazzato, adolescenza nei project, rap come valvola di sfogo. Eppure il suo “Live Love A$AP” è bellissimo, strano, rapisce in modo visuale, se ci s’inoltra nelle suo indolenti narrazioni. Ascoltatelo. Questo per dire che la musica nera non è lineare ma è un flusso, dove passato e presente, avanguardie e retroguardie, non fanno che intrecciarsi, in un procedimento ellittico frenetico e vitale, quanto più lontano dalle regole dello show business che provano a ingabbiarlo, perché lì c’è da fare soldi.

Infine una segnalazione nei paraggi: circola da qualche giorno su Sky un film del 2002, diretto da Charles Stone III e sceneggiato da Thulani Davis, scrittrice afro-americana di culto. S’intitola “Paid in Full”, come l’album d’esordio di Eric B. & Rakim (again) e racconta, ispirandosi a una storia vera, qualche credibile spicchio della cultura hip hop nei suoi aspetti più gangsta e da rotocalco: l’ossessione per i dollari e le donne, la visione di un successo provvidenziale come la lotteria a cui affidare le proprie preghiere. Ma ci vogliono energie pure e non miracoli per dare aria e opportunità alla musica che nasce nella piena marginalità. Oppure di quella musica bisogna fare un linguaggio e riusarla senza scrupoli sociali. Che poi è ciò che fa la gente di Odd Future in California, scrivendo pagine intense e promettendo sviluppi elettrizzanti.

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