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La storica chitarra dei Clash, Mick Jones, e gli Wire

Argomento “Le Vie del Tempo”, parte 87esima. Ovvero: “Come si cambia”, come dice quella canzone, “per non morire”. Sul limitare del ricamo per cultori dell’art rock l’Accademia di Francia di Villa Medici a Roma ha messo in scena una tre giorni festivaliera, “Villa Aperta”, con un pendant per le riemersioni inattese.

5 Giugno 2012 alle 00:00

Argomento “Le Vie del Tempo”, parte 87esima. Ovvero: “Come si cambia”, come dice quella canzone, “per non morire”. Sul limitare del ricamo per cultori dell’art rock (lasciando, per esempio, da parte qualsiasi produzione islandese – che lassù devono venire a patti con le allucinazioni abuliche, perché noi il sacrificio di ascoltare “Valtari”, ultimo dei Sigur Ros, l’abbiamo fatto, trovandolo a metà strada tra il supplizio e la canzonatura per adolescenti) l’Accademia di Francia di Villa Medici a Roma ha messo in scena una tre giorni festivaliera, “Villa Aperta”, con un pendant per le riemersioni inattese. Due riapparizioni, in particolare, ci spingono a raccontare: la prima quella di Mick Jones, ribalda chitarra dei Clash in una lontana era geologica e poi capofila della conversione dance dell’indie rock coi suoi Big Audio Dynamite, promettenti agli esordi, ma poi, smarrita la convinzione e forse a corto di sincerità, artisticamente sbriciolatisi. A 57 primavere Jones è ancora in circolazione, incarnando con eleganza la parte di una delle leggende viventi del rock – “viventi”, in quanto hanno saputo sopravvivere alla sfida di esistenze turbolenti e assai autopermissive, e anche per quel loro abbinare un’eterna condizione di déjà vu (nulla potrà tornare a essere come fu cantando “Police and Thieves”) a una vagotonica artisticità, la stessa per esempio di un Robert Plant – fenomeno che fa sì che costoro spuntino d’amblè nelle situazioni musicali più inattese. Come l’ottimo Mick che si manifesta a metà del set del primo headliner di Villa Aperta, Rachid Taha, nome storico del Rai algerino nel momento di successo internazionale di questa musica (anni 90), che ora se ne va in giro con una stravagante formazione di musicisti francesi, tra cui vanno citati un chitarrista old school very Johnny Hallyday, Rodolphe Burger, e un magnifico suonatore di mandoliuto. Taha, che tra l’altro cantò nei Carte de Séjour, formazione di punta del rock francoalgerino anni 80, adesso ha assai annacquato il suo suono Rai e porta in giro uno show buono per tutte le stagioni, con sapori diversi, dal reggae al punk, fin quando ecco che, per presentare la sua rielaborazione di “Rock the Casbah” – il più dubitabile successo dei Clash – ne convoca sul palco l’autore, ovvero l’ottimo Jones. Il quale, al cospetto dei modi clowneschi, del look criticabile e delle mille sigarette fumate in corso di concerto da Rachid, vuole essere l’opposto, ovvero la rappresentazione teatrale del consumato gentiluomo d’oltremanica, che fino a pochi minuti prima ci ha intrattenuto di fronte a un tramonto romano parlando della sua psichedelica concezione della figura dell’imperatore classico – per ciò che, secondo lui, avrebbe potuto essere. Invece eccolo, on stage, fiammante Les Paul bianca al collo, su un gessato doppio petto marrone e fazzoletto a tre punte nel taschino, il pallore d’ordinanza che gli abbiamo sempre conosciuto, le movenze riservate d’Albione mentre già Taha, col cappello nero da malandrino calcato sugli occhi, lo prende a braccetto, gli sbuffa tabacco in faccia e lo presenta trionfalmente a una platea già commossa dalla sorpresa. Jones suona una mezza dozzina di pezzi, integrando limitatamente la sua twanging guitar con lo srotolarsi sinuoso della band di Taha. Alla fine, prendendo il toro per le corna, va al microfono, tira quelle otto mitiche pennate sulla Gibson e attacca “Should I Stay Or Should I Go”, cantandola con la sua abituale vocina titubante. Inutile dire che il momento diventa magico: Mick si riappropria di uno status innegabile, perché il rock permette, anzi oggi incoraggia, le restaurazioni immediate, e non c’è rivoluzione francese che possa impedirle. E l’evento, l’incantesimo, fate voi, si compie.

Il bello è che la sera dopo, nel parco su piazza di Spagna, la questione si ripete. Stavolta in scena c’è una sigla altrettanto storica, ma per un pubblico più avvertito: i Wire, la band messa su da Colin Newman, Graham Lewis e Bruce Gilbert, addirittura nel ’76, nella Londra pre Terence Conran, che conobbe il suo momento d’oro dopo il passaggio della prima onda punk, in quanto titolare di un suono meno impetuoso e più strutturato, nonché di un design intellettuale nella rilettura del formato-canzone, attraverso l’applicazione di parametri minimalistici, rumoristici e geometrici per i tempi di vera avant-garde (e si parlò, per loro, infatti di “post punk”). Anche i Wire hanno mostrato di camminare bene sulle vie del tempo in un concerto in cui il loro aspetto da grigi frequentatori di pub di periferia, o se preferite, da scommettitori di provincia, esplodeva in un suono raffinato, lasciato intonso dagli anni, puro nella visione musicale e intellettualmente sofisticato nella stesura. Introversi e algidi come 35 anni fa, i Wire hanno ribadito in una magnifica esibizione che lo splendore non è effimero e che la convinzione e la riflessione sono materia elettrica dell’arte rock, rendendo pleonastico il soffermarsi allo sportello dell’anagrafe. 

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