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Le imprese un tempo impensabili che oggi nascono grazie a connessione e geolocalizzazione

Si parla di crowdsourcing in questi giorni dalle parti di Roncade, provincia di Treviso, in H-Farm, il granducato di Riccardo Donadon dove si fermò poco più di un anno fa Matteo Renzi nella sua prima uscita pubblica da premier

5 Marzo 2015 alle 06:02

Si parla di crowdsourcing in questi giorni dalle parti di Roncade, provincia di Treviso, in H-Farm, il granducato di Riccardo Donadon dove si fermò poco più di un anno fa Matteo Renzi nella sua prima uscita pubblica da premier. Dal 5 al 7 c’è il primo summit italiano sulla crowdeconomy. L’anglismo non è solo un vezzo in questo caso. La traduzione non rende: economia della folla? Anzi, tradurre crowdsourcing è impossibile: esternalizzazione di servizi affidati alla folla, dovremmo dire con una circonlocuzione che non ci fa capire molto di più. E invece è importante capire quanto la potenza di connessione della rete associata alla geolocalizzazione di uno smartphone possa permettere, anzi stia già permettendo, la nascita di imprese impensabili nell’èra analogica.

 

Ne sa qualcosa Carlo Crudele, 35 anni, che a dispetto del cognome ha voce e aspetto miti. La sua PetMe, che il 18 marzo festeggia il primo compleanno, al summit internazionale di Roncade si ritrova accanto a colossi come Uber o Airbnb, inevitabile prezzemolo quando si parla di sharing economy, altra parola magica, la nuova economia della condivisione. Carlo, che di giorno si occupa di digital in un’agenzia di comunicazione, è quel che si definisce un imprenditore seriale: ha cominciato diciottenne nella new economy di fine anni 90 con un webmagazine musicale, quando mp3 e peer2peer erano roba da adepti; poi ha tenuto in vita per 48 mesi un social network di notizie, Twoorty; quindi è arrivata PetMe, piattaforma per fare incontrare chi ha un animale domestico e chi ha voglia, tempo e capacità di prendersene cura. “Non ci si può improvvisare startupper. Bisogna fallire un po’ di volte e poi arrivare a quel progetto che effettivamente funziona. PetMe non sarà l’ultimo, ma credo sia quello vincente”, dice. A febbraio le prenotazioni sono raddoppiate rispetto a dicembre. “Ogni cosa ci ha insegnato come gestire certe dinamiche, come parlare agli utenti”. E usa il noi perché al suo fianco c’è Alice Cimini, con cui da anni condivide vita quotidiana e progetti imprenditoriali. Attorno a PetMe hanno già raccolto 8 mila persone, di cui 6 mila sono petsitter, persone disposte a occuparsi di cani e gatti, pesci rossi, pappagallini e quanto altro si muova nelle nostre case (in Italia ci sono anche un milione di animali tropicali…). Hanno cominciato perché non riuscivano a risolvere un problema prima di partire per un viaggio negli Stati Uniti: “Lo avevamo organizzato con TripAdvisor e Airbnb ma non c’era un servizio che ci aiutasse a trovare qualcuno a cui lasciare i nostri due gatti”. Per questa ragione di ritorno dalla vacanza, con i soldi di amici e parenti, hanno “inventato” PetMe, che poi ha ottenuto 125 mila euro da un venture capital (Buongiorno). Adesso Carlo e Alice, aspettando le vacanze estive (degli altri), pensano a un’app che aggiunga nuovi servizi e guardano all’estero.

 

Essere gli occhi di un’azienda

Oltrefrontiera è già arrivato Gianluca Petrelli, 42 anni, fondatore di BeMyEye. Anche lui è partito da un bisogno personale. Dopo aver smesso di fare il manager nell’area finanza di Motorola, crea una società per la commercializzazione di prodotti alimentari italiani negli Stati Uniti. Vorrebbe sapere se le sue delizie, compreso l’olio di famiglia, sono esposte nei supermercati come concordato ma controllare sarebbe troppo costoso. Da qui l’idea di sfruttare i social network per arruolare persone che si trovano lì dove serve. Nasce così la start up che già nel nome contiene la missione: sii il mio occhio. Come viene attivato? “Lanciamo su Facebook la richiesta di un’azienda e chi è maggiorenne, ha uno smartphone e un mezzo per muoversi può candidarsi”. In Italia lo hanno già fatto in oltre 50mila. Ed è questa forza lavoro diffusa, questa folla, che permette di effettuare 10 mila visite in due giorni. “Il crowdsourcing è il modo più efficace ed economico per verificare un investimento sui punti vendita, perché elimina i costi di trasferta. Noi facciamo lavorare chi si trova già nel luogo dove serve il controllo”, spiega Petrelli. Tanto efficace ed economico che è già stato utilizzato da 60 aziende, tra cui ci sono nomi importanti come Barilla e Coca Cola, Nestlé, Procter, Heineken e tutte le compagnie telefoniche (Telecom è stato il primo cliente). Gli “occhi” incassano mediamente fra 4 e 8 euro a visita; nessuno, per ragioni fiscali, può superare i 5 mila euro l’anno. Un modo quindi per guadagnarsi qualcosina entrando in un supermercato, una farmacia, in un bar e scattando una foto, la “prova” della visita.  BeMyEye, così lavorando, nel 2014 si è avvicinata al suo primo milione di euro. E nel 2015 il fatturato potrebbe più che raddoppiare. Anche perché dopo la Germania, dove ha già lanciato i suoi servizi, arriverà presto in altri tre paesi europei. Perché la “folla” non ha confini. Soprattutto quando è digitale.

 

 

Giovanni Iozzia direttore di EconomyUp.it

 


 

Si parla di crowdsourcing in questi giorni dalle parti di Roncade, provincia di Treviso, in H-Farm, il granducato di Riccardo Donadon dove si fermò poco più di un anno fa Matteo Renzi nella sua prima uscita pubblica da premier. Dal 5 al 7 c’è il primo summit italiano sulla crowdeconomy. L’anglismo non è solo un vezzo in questo caso. La traduzione non rende: economia della folla? Anzi, tradurre crowdsourcing è impossibile: esternalizzazione di servizi affidati alla folla, dovremmo dire con una circonlocuzione che non ci fa capire molto di più. E invece è importante capire quanto la potenza di connessione della rete associata alla geolocalizzazione di uno smartphone possa permettere, anzi stia già permettendo, la nascita di imprese impensabili nell’èra analogica.

 

Ne sa qualcosa Carlo Crudele, 35 anni, che a dispetto del cognome ha voce e aspetto miti. La sua PetMe, che il 18 marzo festeggia il primo compleanno, al summit internazionale di Roncade si ritrova accanto a colossi come Uber o Airbnb, inevitabile prezzemolo quando si parla di sharing economy, altra parola magica, la nuova economia della condivisione. Carlo, che di giorno si occupa di digital in un’agenzia di comunicazione, è quel che si definisce un imprenditore seriale: ha cominciato diciottenne nella new economy di fine anni 90 con un webmagazine musicale, quando mp3 e peer2peer erano roba da adepti; poi ha tenuto in vita per 48 mesi un social network di notizie, Twoorty; quindi è arrivata PetMe, piattaforma per fare incontrare chi ha un animale domestico e chi ha voglia, tempo e capacità di prendersene cura. “Non ci si può improvvisare startupper. Bisogna fallire un po’ di volte e poi arrivare a quel progetto che effettivamente funziona. PetMe non sarà l’ultimo, ma credo sia quello vincente”, dice. A febbraio le prenotazioni sono raddoppiate rispetto a dicembre. “Ogni cosa ci ha insegnato come gestire certe dinamiche, come parlare agli utenti”. E usa il noi perché al suo fianco c’è Alice Cimini, con cui da anni condivide vita quotidiana e progetti imprenditoriali. Attorno a PetMe hanno già raccolto 8 mila persone, di cui 6 mila sono petsitter, persone disposte a occuparsi di cani e gatti, pesci rossi, pappagallini e quanto altro si muova nelle nostre case (in Italia ci sono anche un milione di animali tropicali…). Hanno cominciato perché non riuscivano a risolvere un problema prima di partire per un viaggio negli Stati Uniti: “Lo avevamo organizzato con TripAdvisor e Airbnb ma non c’era un servizio che ci aiutasse a trovare qualcuno a cui lasciare i nostri due gatti”. Per questa ragione di ritorno dalla vacanza, con i soldi di amici e parenti, hanno “inventato” PetMe, che poi ha ottenuto 125 mila euro da un venture capital (Buongiorno). Adesso Carlo e Alice, aspettando le vacanze estive (degli altri), pensano a un’app che aggiunga nuovi servizi e guardano all’estero.

 

Essere gli occhi di un’azienda

Oltrefrontiera è già arrivato Gianluca Petrelli, 42 anni, fondatore di BeMyEye. Anche lui è partito da un bisogno personale. Dopo aver smesso di fare il manager nell’area finanza di Motorola, crea una società per la commercializzazione di prodotti alimentari italiani negli Stati Uniti. Vorrebbe sapere se le sue delizie, compreso l’olio di famiglia, sono esposte nei supermercati come concordato ma controllare sarebbe troppo costoso. Da qui l’idea di sfruttare i social network per arruolare persone che si trovano lì dove serve. Nasce così la start up che già nel nome contiene la missione: sii il mio occhio. Come viene attivato? “Lanciamo su Facebook la richiesta di un’azienda e chi è maggiorenne, ha uno smartphone e un mezzo per muoversi può candidarsi”. In Italia lo hanno già fatto in oltre 50mila. Ed è questa forza lavoro diffusa, questa folla, che permette di effettuare 10 mila visite in due giorni. “Il crowdsourcing è il modo più efficace ed economico per verificare un investimento sui punti vendita, perché elimina i costi di trasferta. Noi facciamo lavorare chi si trova già nel luogo dove serve il controllo”, spiega Petrelli. Tanto efficace ed economico che è già stato utilizzato da 60 aziende, tra cui ci sono nomi importanti come Barilla e Coca Cola, Nestlé, Procter, Heineken e tutte le compagnie telefoniche (Telecom è stato il primo cliente). Gli “occhi” incassano mediamente fra 4 e 8 euro a visita; nessuno, per ragioni fiscali, può superare i 5 mila euro l’anno. Un modo quindi per guadagnarsi qualcosina entrando in un supermercato, una farmacia, in un bar e scattando una foto, la “prova” della visita.  BeMyEye, così lavorando, nel 2014 si è avvicinata al suo primo milione di euro. E nel 2015 il fatturato potrebbe più che raddoppiare. Anche perché dopo la Germania, dove ha già lanciato i suoi servizi, arriverà presto in altri tre paesi europei. Perché la “folla” non ha confini. Soprattutto quando è digitale.

 

 

Giovanni Iozzia direttore di EconomyUp.it

 


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