Gennaro Gattuso festeggia la qualificazione alla finale dei playoff per la qualificazione ai Mondiali (foto Ansa)
Il Foglio sportivo
All'Italia serve qualcosa in più per andare al Mondiale
Battuta l'Irlanda del Nord e scacciato il primo fantasma, ora resta la Bosnia di Edin Džeko. Basterebbe smettere di avere paura in campo
Vedendo Mateo Retegui arrancare a strappi verso la porta difesa da Charles, portierino ventenne dell’Irlanda del Nord che in stagione ha messo insieme più partite saltate per infortunio che presenze in un’annata devastante per il suo Sheffield Wednesday, persino il più ottimista dei tifosi azzurri deve aver visto palesarsi sopra le tv il fantasma di Italia-Macedonia del Nord. A voler essere precisi, quello di Domenico Berardi che a porta sguarnita calcia debolmente tra le mani di Stole Dimitrievski, terribile presagio di sventura in quel primo tempo di Palermo. Eppure, proprio in quel momento, qualcosa deve essere scattato nella testa dei giocatori di Gattuso: troppo palese il dislivello tecnico tra le due squadre in campo per poter solo pensare di andare a sbattere anche stavolta. Sull’onda di quell’errore, di quell’occasione concessa da uno scarabocchio sul foglio di una partita che fino a quel momento i nordirlandesi avevano affrontato con un’abnegazione quasi militare non potendo contare su molto altro sotto il profilo della qualità, l’Italia ha preso coraggio. Un’altra palla-gol, poi il destro salvifico di Sandro Tonali, palesemente il miglior giocatore di movimento su cui può contare il nostro commissario tecnico per doti tecniche, fisiche e temperamentali, a scacciare tutte le paure che si erano accumulate in questi mesi di attesa e in quei troppi minuti di vuoto cosmico.
Adesso sarà Bosnia e non Galles, in barba ai pronostici della vigilia, dopo una serata in cui sembrava tutto apparecchiato per i ragazzi di Bellamy, tenuti a galla dalle parate di Darlow e a segno su una dormita di Vasilj, beffato dal tracciante inatteso di James. Poi, all’improvviso, la testata di Edin Džeko ha ribaltato il piano della partita e la Bosnia si è arrampicata fino ai rigori decisivi, gelando il pubblico di Cardiff. Sembra un accoppiamento tecnicamente peggiore per l’Italia, perché la Bosnia, come l’Irlanda del Nord, cercherà soprattutto di non prenderle e lascerà il pallino del gioco in mano agli Azzurri. Non è detto che sia un bene, anzi: l’impressione è che il Galles, per conformazione, avrebbe potuto lasciare molto più spazio alle spalle della propria linea difensiva, mossa fatale se dall’altra parte c’è un attaccante come Moise Kean che può azzannare la profondità. La Bosnia potrebbe invece scegliere tutt’altro approccio, mettendo però in campo ben altra qualità offensiva rispetto alla scalcagnata Irlanda del Nord, e il solo pensiero di aver tremato alla vigilia della sfida di Bergamo dovrebbe farci capire quanto il passato azzurro ci sia entrato sotto pelle fino a farci dubitare di qualsiasi cosa. Occhio, dunque, a prendere quel poco che luccica per oro.
Se da un lato il 2-0 di Bergamo non può che rinfrancare l’animo del gruppo, l’angoscia del primo tempo è stata troppo evidente per non essere sottolineata, e a farlo subito, in un esercizio di brutale onestà, è stato Gattuso, già ai microfoni della Rai: “Potevamo fare molto meglio nel primo tempo. Ci siamo complicati la vita da soli”.
La vittoria in questo round iniziale dei playoff è dunque più un sollievo che una gioia, il sospiro che arriva dopo aver schivato l’ennesima figuraccia. Dovrà giocoforza partire dalla ripresa, Gattuso, per presentarsi a Zenica a caccia di un Mondiale che vediamo da casa ormai da troppi anni. Ha costruito una squadra a immagine e somiglianza del nostro campionato, la difesa a tre come coperta di Linus, una filosofia esistenziale. Ha scelto di lasciare a casa tutti quelli che potevano guastare un equilibrio faticosissimo, da Zaniolo a Bernardeschi passando per Fagioli, e solamente il campo ci dirà se ha avuto ragione lui o se a questo organico sarebbe servita anche una minuscola quota di incoscienza.
Alcune fasi del primo tempo sono state strazianti, con un lento giro palla destinato a finire sulle corsie per qualche cross senza speranza, una squadra troppo piatta per essere vera, una quantità di errori tecnici non forzati da far cadere le braccia, un pressing sfilacciato abbozzato poco e male. Chissà se Gattuso proverà a cambiare qualcosa: se non nel sistema di gioco, che appare ormai un dogma impossibile da scalfire, magari negli uomini, perché la differenza tra la verve di Esposito e i primi cenni di imbolsimento saudita di Retegui è parsa chiarissima anche agli occhi degli osservatori più distratti. Il ct si è lamentato per la posizione di Locatelli, schiacciato tra i difensori centrali soprattutto nella prima frazione: martedì servirà altro, perché il livello dell’impegno sale, anche se non a quote vertiginose. “Abbiamo visto un po’ di mostri in settimana. Ripensi a quello che ha fatto l’Italia negli ultimi anni… Eravamo impauriti, poi ci siamo liberati, dopo l’1-0, soprattutto di testa. Prima è stato tutto più complicato”, ha ammesso Tonali, parso imprescindibile ben oltre il gol, abituato a viaggiare a un’intensità diversa da quella della nostra Serie A. A preoccupare è l’altra faccia della medaglia del centrocampo azzurro, Nicolò Barella: Gattuso insisterà con lui, perché in un dentro o fuori del genere vuoi andare in guerra con i tuoi uomini migliori, ma la sensazione è che all’Italia possa servire una mezzala dalle caratteristiche diverse, più portata a occupare l’area di rigore, stante la presenza dei già citati Locatelli e Tonali.
Saranno giorni di attesa, per certi versi insopportabile, e al ct e al suo staff tocca il non facile compito di alleggerirla all’interno dello spogliatoio. Nonostante la Bosnia, nonostante la sfida in trasferta, nonostante la presenza di un giocatore totemico come Džeko dall’altra parte, dipenderà comunque tutto dall’Italia, che non si potrà permettere di buttare altri 60 minuti nella speranza di ritrovarsi. Serviranno testa, gambe e idee chiare. E se dovesse andare male, altro che fantasmi.
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