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Il Foglio sportivo
Se l'ossessione batte il talento
Da Bjørgen a Bjørndalen: quando la fatica produce medaglie olimpiche. Se i risultati prodotti da chi lavora sodo e con costanza sono facilmente misurabili, l'inclinazione naturale verso qualcosa si deve necessariamente affidare a valutazioni oggettive. E forse una contrapposizione tra queste due cose non è così netta
L’ossessione batte il talento”. Da quando Adam Sandler ha pronunciato questa frase nel film “Hustle” (2022), per motivare un giovane cestista spagnolo mortificato dal primo contatto con il mondo statunitense, legioni di formatori aziendali hanno iniziato a produrre slide e costruire storytelling per dare profondità a un concetto che sta insieme nella finzione cinematografica. In quella sportiva, forse. Semplicemente perché non può esistere una contrapposizione così netta tra ossessione e talento. Sinner vs Alcaraz è ossessione vs talento? Mah. Eppure a Indian Wells prima delle semifinali, Jannik si è allenato duro mentre Carlos è andato a giocare a golf. Risultato: Sinner in finale, Alcaraz a casa. Esisterà, questa sì, una reazione chimica che mescola i due elementi. E il risultato prodotto non potrà non essere il più soggettivo possibile. Quando Joannes Høsflot Klæbo, finito recentemente ko nella gara sprint a tecnica classica di Drammen, concluse le sue dorate fatiche olimpiche milanocortinesi, ha candidamente dichiarato che, adesso sì, poteva uscire con la sua fidanzata e, magari, ricevere anche un bacio senza timore di prendersi un raffreddore che gli impedisse di allenarsi. È ossessione? Forse pure peggio… Già, ma se il suo livello di ossessione si spinge così in avanti, quanto sarà stato il contributo del suo talento al miscuglio vincente? Ci sono due certezze in questo dilemma infinito. La prima è che esiste una differenza sostanziale tra sport individuali e di squadra. Nei primi non si dipende dagli estri, eventuali, dei compagni. La seconda è che il “balance” tra ossessione e talento non può essere cento a zero. O zero a cento. Anche perché, mentre l’ossessione è in qualche modo misurabile, e tra poco vedremo un paio di esempi, il talento non ha un’unità di misura certa e si deve necessariamente affidare a valutazioni soggettive. Klæbo, uomo che appartiene certamente al girone dantesco degli ossessivi, se non proprio degli ossessionati, sarebbe tale se non avesse un briciolo di talento e si affidasse solo al maniacale allenamento? Probabilmente è una domanda inutile perché basta vederlo sciare per capire che uno così non si è girato dall’altra parte quando distribuivano la stoffa. Sport individuali e sport di fatica, posto che ne esistano dove non se ne fa. È un caso che i medagliati seriali alle Olimpiadi invernali appartengano alle discipline più dispendiose di energie? Prendiamo chi è arrivato in doppia cifra. Cinque su otto appartengono allo sci di fondo. Gli altri a biathlon, short track e pattinaggio di velocità. C’è un altro dato che va inserito nel ragionamento. Sono discipline di fatica, grande fatica. Ma anche che, nel programma olimpico, mettono a disposizione più gare per conquistare medaglie. Che, si pesano o si contano? Certamente si contano, anche perché è il modo più semplice per generare una graduatoria. Poi, certo, qualcuna si pesa.
Quando Klæbo ha messo al collo la sesta d’oro, in staffetta, è arrivato a toccare quota 11 del metallo più pregiato. In questo, è inavvicinabile. Il suo totale è diventato di tredici. A livello quantitativo stanno sopra di lui Marit Bjørgen (15), Ole Einar Bjørndalen e Arianna Fontana (14). Sulla nostra meravigliosa “biondina” si è già scritto tutto. Forse sul balance ossessione-talento può aiutare invece qualche racconto sugli altri due. Entrambi norvegesi, come Klæbo. A Marit Bjørgen fu addirittura diagnosticata una forma non lieve di asma, al punto che, faticando assai a respirare in allenamento e in gara, le fu anche consigliato di iniziare a pensare di far altro. O, almeno, di non impegnarsi troppo nelle lunghe distanze vista anche la sua fisicità. Il suo nome di battaglia era: “Hulk”, non il massimo della femminilità, ma nemmeno troppo lontano dal vero vista la forza sovrumana con la quale spingeva con gli arti superiori. Marit divenne mamma del piccolo Marius nel 2015. Un evento che per tante sarebbe stato tombale rispetto alla carriera. Non per Hulk, che tre anni dopo, ai Giochi di Pyeongchang, tornò dal cucciolo con 5 medaglie (due d’oro, quella più luccicante nella 30km mass start) alla non proprio verde età di 37 anni. A proposito di ossessione, Marit si sottoponeva a sessioni di allenamento massacranti. Il suo long day, era una roba da marziani ripetuta tre giorni a settimana e prevedeva 2 ore di corsa in montagna, 2-3 ore sugli sci (o sugli skiroll nella bella stagione) e un’ora di pesi in palestra. Tutto questo portava la contabilità annuale vicino a quota mille, una dimensione che solo gli atleti di endurance estremi toccano. Vogliamo vedere a casa Bjørndalen se ci fosse meno ossessione? Il suo regno fu da Nagano 1998 a Sochi 2014. Anche lui come la Bjørgen arrivava vicino alle 1000 ore di allenamento all’anno. Come si svolgevano le sue? Considerate che nel biathlon si allena anche la mira. Ole Einar arrivava ad avere 180 battiti per minuto in gara. Come facesse restare freddo e centrare i bersagli con quel tamburo nel petto, resta un mistero. La sua routine di preparazione era maniacale. Sveglia alle 5, un’ora di corsa leggera, ricca colazione e poi poligono ad esercitarsi. La cosa curiosa è che tutto questo lo faceva spesso anche nei giorni di gara, così, per entrare in temperatura. All’inizio gli allenatori gli chiedevano di non esagerare, poi capirono dall’analisi dei suoi parametri che tutto questo per lui era necessario e lo lasciavano fare. Di lui gli esperti dicevano non fosse un talento naturale. Uno con il dna del campione. La sua vera arma era, appunto, l’ossessione per il miglioramento. Dopo i primi successi in serie anche lui venne accostato al non originalissimo soprannome: “Cannibale”. Se in fase di preparazione non fosse particolarmente soddisfatto di una seduta di allenamento, Bjørndalen dopo la doccia e la cena tornava di notte sul percorso. Faceva altre ripetute sugli sci o sugli skiroll e riprovava le sequenze di tiro. Se c’era bisogno di un supplemento di luce si metteva una lampada frontale e continuava finché non era soddisfatto di sé stesso. Il tempo per riposare, l’avrebbe in qualche modo trovato. Era famoso nel circuito per essere un maniaco della precisione anche nella scelta degli sci. Poteva passare anche due ore prima della gara a testare gli attrezzi per avere i migliori. Talento? Anche questo lo è. Si confonde il talento con l’arte, si definisce talentuoso l’atleta capace di genialità. Tutto vero. Ma c’è talento anche nella fatica, c’è estro anche nella scelta dei materiali e nella capacità di ascoltare il proprio corpo per sapere quello di cui ha bisogno. Dunque, l’ossessione batte il talento. O è il contrario? Ma soprattutto, è davvero necessario metterli in competizione…