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Il Foglio sportivo
La rinascita sul ghiaccio di Lara Naki Gutmann: “Ho imparato a credere in me”
Dietro la grazia e l'eleganza della classe 2002 c'è una pattinatrie con carattere da vendere. “Quando pattino la cosa che mi piace di più è che riesco a migliorarmi, fare qualcosa di speciale e raggiungere i miei obiettivi". L'ultima fatica ora è il Mondiale di Praga
Si è obbligata, per sua stessa ammissione, a credere di più nelle proprie capacità e nel proprio valore e, alla fine, i fatti le hanno dato ragione. Dietro la grazia, l’eleganza e la forza tecnica della trentina, classe 2002, Lara Naki Gutmann (tesserata con le Fiamme Oro) c’è una pattinatrice di figura che ha carattere da vendere e che si sta ritagliando il suo spazio. “Quando pattino la cosa che mi piace di più è che riesco a migliorarmi, fare qualcosa di speciale e raggiungere i miei obiettivi. Non ho un ricordo nitido di quando ho iniziato: ho visto così tanti video che ormai sono confusa. Inizialmente, per errore, mi avevano iscritto alla velocità, poi ho cambiato per l’artistico. Fin dal primo momento, anche quando cadevo, mi è sempre piaciuto, non mi dava fastidio. Mi ricordo un filmato... in cui avevo addosso un caschetto e continuavo a correre, o alcune volte chiedevo a mia mamma, nell’unico giorno senza allenamenti, di andare a Folgaria per pattinare tra il pubblico”. Quell’amore per il suo sport l’ha portata, a Milano-Cortina 2026, a vincere un bronzo nel team event e a raccogliere un terzo posto all’Europeo di gennaio. Ora, ha davanti l’ultima fatica della stagione, il Mondiale di Praga (24 - 29 marzo). “È stata un’annata tosta, anche per arrivare alle Olimpiadi, perché mi sono dovuta guadagnare, fino all’ultimo, il posto che ho ottenuto l’anno scorso: non era nominale ma per l’Italia. È stata una stagione complessa, durante i Giochi ho fatto due competizioni nel giro di dieci giorni e ci sono state le emozioni della medaglia. Ho dovuto cercare di rimanere lucida per la mia gara individuale, ed è andata bene. Ci sono state tante cose da assimilare, è un po’ strano. Ne ho parlato anche con altri atleti: lavori per tutta la carriera o comunque per quattro anni per un obiettivo, poi finisce e non pensi tanto a quello che viene dopo. Ho preso del tempo per riposarmi, capire quello che era successo e godermi ciò che abbiamo raggiunto con la squadra e a livello individuale. Poi, sono tornata ai ritmi di allenamento per questo Mondiale a cui sono contenta di partecipare”. Facendo ordine nella mente, pensando ai Giochi non ha dubbi su quale possa essere l’istantanea più rappresentativa. “Penso a quando, nel team event, ha pattinato Matteo Rizzo: abbiamo capito di aver conquistato questa storica medaglia. Ci siamo messi a piangere… a urlare, è stato incredibile, un momento che ci legherà per sempre. Nella mia gara, magari, non ho fatto il programma corto migliore di sempre, a causa di quell’unico salto che non è andato come avrei voluto, però sono stata contenta. Mi sarebbe piaciuto rimanere ancora per un po’ sul ghiaccio quando ho finito. C’è tanto margine di miglioramento per il futuro”.
La base è solida e non manca l’impegno in un anno in cui ha portato un programma in cui interpretazione e tecnica hanno trovato la loro realizzazione. “Di solito facciamo una ricerca per le musiche e le coreografie, a prescindere dal fatto che ci sia una impersonificazione o meno, conta che mi piaccia. Lo squalo (nel libero, ndr), ad esempio, mi divertiva, ma non c’entra molto con me: è tagliente, cupo. In generale, va fatto un bel lavoro per uscire dalla propria comfort zone. Mi sono divertita con le musiche di Lidia Poët: è stata la prima avvocatessa italiana e nonostante tutto, tutti gli ostacoli che si è trovata davanti, è riuscita a raggiungere quello che voleva: cerco di avere questa forza di volontà pure io, per raggiungere i miei sogni. Oggi il lato tecnico ha un grande peso, però esiste anche una componente artistica a cui va dato lo stesso valore. Quando ero più piccola con il mio allenatore, quando faceva le coreografie, abbiamo sempre cercato di dargli rilevanza: in qualche modo, siamo sia atleti che artisti. Ultimamente, si vedono più acrobazie per coinvolgere il pubblico, ma penso che il lato artistico racconti una storia”. Nella sua, ci sono stati ostacoli e infortuni, come quello del 2020 alla caviglia, con tanto di operazione, e tutti superati con un lavoro mentale e una nuova prospettiva. “Ho dovuto lavorare sulla mia autostima per credere in me stessa al 100%, perché non è una cosa che viene naturale a tutti, ma è fondamentale per lo sport. Ho dimostrato in primis a me, quello che valgo e voglio fare. Mi sono imposta di credere alle mie capacità in tutte le situazioni e questo devo dire che funziona anche per la vita di tutti i giorni. Forse, se l’avessi imparato prima, mi avrebbe aiutato pure a scuola, per le interrogazioni o le verifiche: ero sempre quasi più agitata lì che durante gare”.