Foto Epa, via Ansa

il foglio sportivo

La protesta delle calciatrici iraniane e il silenzio che sfida gli ayatollah

Giovanni Battistuzzi

Suren Nouri, ex stella del cricket iraniano in esilio da dodici anni, ci racconta la rete internazionale di oppositori al regine iraniano che in nove mesi ha aiutato duemila persone a sfuggire alla polizia morale. "Chi è tornata non è a favore del regime: semplicemente, non poteva fare altrimenti"

Il silenzio durante l’inno nazionale, quelle bocche che non si muovevano, il Cbus Super Stadium di Gold Cost, Australia, che capiva solo in parte quello che stava accadendo. Da lontano, da migliaia di chilometri di distanza, quel giorno, quel 3 marzo 2026, visto con occhi consapevoli, “è stato un giorno di speranza. Speranza che si mescolava però a paura, una paura invalidante”. Suren Nouri è da dodici anni che apprende da una distanza di sicurezza quanto accade nel suo paese, l’Iran. Lì non ci può tornare, sarebbe arrestato, forse ammazzato. È un traditore, uno che non ha rispettato l’integrità islamica, che si è sposato una cattolica, che ha rinunciato alla chiamata della Nazionale iraniana di cricket come segno di protesta per le venticinque donne condannate a morte dal regime nel 2014 “per futili motivi” (dice, nda). Inviò al presidente Hassan Rouhani una lettera per chiedere la grazia per Reyhaneh Jabbari, accusata di omicidio per aver colpito a morte chi la stava violentando, e di tutte “le altre senza nome che avrebbero fatto la stessa fine di Reyhaneh”. All’epoca era uno dei più forti giocatori di cricket del paese, giocava in Gran Bretagna, dopo aver militato per cinque stagioni in squadre della Indian Premier League, il torneo più importante al mondo del Twenty20 (la forma più veloce di questo sport). Venne giudicato un traditore della rivoluzione.

 

“Quello che è capitato a me, potrebbe capitare alle donne della Nazionale di calcio. Per questo io e altri sportivi ed ex sportivi abbiamo cercato di attivare quella rete di salvezza che da anni si muove, in disparte ma non in silenzio, per cercare di salvare dal regime chi non accetta tutte le sue mostruosità”, dice al Foglio sportivo, Suren Nouri.

 

Questa rete vive da anni in clandestinità. Al suo interno non ci sono solo uomini e donne in esilio, c’è anche qualcuno che è ancora in nella Repubblica islamista iraniana, che ancora dietro una maschera di aderenza al regime cerca di salvare chi non può farlo da solo. Secondo Nouri almeno duemila persone sono riuscite a evadere dalle maglie soffocanti della Gasht-e Ershad, la polizia morale iraniana negli ultimi nove mesi. Una diaspora silenziosa, a tratti invisibile. “Una speranza data a chi speranza non ne aveva quasi più”. Lavora nell’ombra, si lega a personalità politiche, religiose e sportive. Molte sono in esilio, altre sono ancora in Iran. “Muovendosi nell’ombra riescono ad avere più spazio. Ora però l’ombra non può più bastare. Le bombe e i missili israeliani e americani sono una bruttura, una catastrofe non solo per il regime, ma anche per il popolo. Forse si poteva fare diversamente, qualcosa però andava fatta”. Secondo Nouri sono le donne e quella parte del paese che non le vorrebbe schiave, “perché schiave sono”, che garantiranno “una rinascita al paese. Ma il regime è ancora vivo e lotta contro di noi”. E le donne del calcio, con il loro silenzio, “sono riuscite a dare una speranza in più”. Nouri si dispiace però che solo cinque siano riuscite a rimanere in Australia. “Non bisogna però pensare che le altre siano a favore del regime o abbiano difettato in coraggio. Chi è tornata lo ha fatto perché minacciata, perché avrebbe messo in pericolo la vita di familiari e amici. L’Iran è una dittatura totalitaria, chi non si ribella non vuol dire che è a favore degli ayatollah, semplicemente a volte non può farlo”.

 

La rete internazionale che è stata creata negli ultimi anni serve proprio a questo: “Dare una possibilità a chi non può o non riesce a ribellarsi”. Anche perché spesso la grazia di chi resta è una questione di soldi. “Evitare le ripercussioni ha un costo elevato, anche la polizia morale non è poi così morale, è un sistema corrotto capace di chiudere un occhio per un bel po’ di dollari. La moralità del regime non sempre si basa sulla legge islamista, spesso è una questione di portafoglio. Ve li ricordate i maiali della ‘Fattoria degli animali’?”.

 

Lo sport in tutto questo è un aggregatore di opportunità: “Le trasferte all’estero servono in parte a organizzare la rete. La decisione della Federazione calcistica di non partecipare ai Mondiali di calcio è un problema. E un pericolo per chi è ancora in Iran”.

Di più su questi argomenti: