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Il Foglio sportivo
L'infinita questione arbitrale tra errori, correnti e una riforma che per ora divide
Alle prese con un campionato poco avvincente, ai tifosi italiani non resta che discutere dei direttori di gara con un tasso di aggressività crescente e che spesso sconfina nel codice penale. Ma l'assedio agli arbitri sono anche una questione tecnica e politica
La grande questione arbitrale, che più che scuotere coscienze – come vedremo tra poco – scatena appetiti, provoca travasi di bile e, talvolta, svariati giorni di prognosi, è un evergreen del nostro calcio, ma quest’anno va particolarmente forte. Alle prese con un campionato poco avvincente (eufemismo), e con tanto tempo libero in mezzo alla settimana, avendo già dolorosamente salutato la Champions League, agli italiani che non vogliono morire tennisti o rugbisti o addirittura esperti di baseball, in attesa del ritorno della Nazionale (sperem!) non resta che discutere di arbitri. Peraltro, non con la solita innocua animosità da Processo del lunedì, ma con un tasso di aggressività crescente, che sempre più spesso diventa violenza e sconfina nel codice penale, soprattutto nei campionati minori (l’ultimo episodio, l’arbitra di 17 anni con 45 giorni di prognosi per il pugno e gli schiaffi ricevuti dal dirigente-guardalinee, fa accapponare la pelle). Di recente, il designatore, Gianluca Rocchi, che è stato grande arbitro, ha abbandonato in fretta e furia lo stadio di Carrara scortato dai Carabinieri. Si è decisamente passato il segno, e non c’è incapacità che possa giustificare questo clima da caccia all’uomo, ma l’esempio, lo si dice sempre, ma non si fa mai, lo dovrebbero dare giocatori, tecnici e dirigenti, che invece con troppa facilità al primo fischio contro alludono a chissà quali macchinazioni o Spectre al servizio di chissà chi (siamo rimasti a Calciopoli, gomblotto direbbe Biscardi).
Incappati nel peggior campionato da quando è stato introdotto il Var – alla nona stagione non si è ancora capito se gli abbia fatto bene o male –, i nostri fischietti sono travolti dalla tempesta perfetta. Politica: l’Aia, l’associazione che li rappresenta e dovrebbe tutelarli, dilaniata da anni di lotte intestine e in balia delle correnti neanche fosse il Csm, ha un presidente su cui pendono 13 mesi di squalifica che, se confermati, provocheranno la sua decadenza e il commissariamento di tutta la struttura, e soprattutto sta per essere ridimensionata (altro eufemismo) dall’arrivo di una nuova società, che prenderà in gestione gli ufficiali di gara di A e B, lasciandole le briciole (dalla C in giù). Tecnica: anni e anni di gestione col manuale Cencelli della selezione e della promozione degli arbitri dalla base al vertice – prima regola: accontentare tutti, soprattutto chi vota, e pazienza se passa un fischietto meno bravo dell’altro – ha prodotto una classe arbitrale scarsa, che ha notevolmente ridotto il numero degli schierabili in Serie A, costringendo il designatore Rocchi a fare settimanalmente le nozze coi fichi secchi. Dunque, il problema non è tanto la crisi di vocazione, ma il criterio di selezione (e, certamente, di formazione). Per dire, degli ultimi venti fischietti saliti dalla C, solo tre sono stati ritenuti idonei al grande salto. Anche la selezione degli addetti al Var ha seguito logiche più politiche, così davanti al video ci sono finiti quelli che tenevano famiglia e avevano bisogno di allungare la carriera, e pazienza se non sempre ne avevano anche le capacità. Il resto lo ha fatto la schizofrenia che in questi anni ha guidato l’interpretazione del famigerato protocollo Var: anche qui è intervenuta la politica, che ha utilizzato i valutatori delle prestazioni degli arbitri – che determinano il numero di partite stagionali che uno dirige e, conseguentemente, i soldi che porta a casa – per veicolare indicazioni spesso in controtendenza a quelle date dal designatore. Ecco come si è prodotto il cortocircuito attuale.
Non sappiamo se la proposta di riforma di Gravina produrrà automaticamente una classe arbitrale migliore. Siamo sicuri, però, che la ratio che la muove – renderla autonoma nelle scelte, indipendente dalle correnti, efficiente nella gestione – le restituirà serenità e stabilità. Il progetto è noto: costituire una srl partecipata al 100 per cento dalla Figc, con il suo budget, tre consiglieri indipendenti (senza rapporti con Federazione, Leghe e club), un direttore tecnico (che probabilmente finirà per coincidere con l’attuale figura del designatore) che possa scegliersi in autonomia gli arbitri che vuole, un segretario generale che gestisca la struttura amministrativa, arbitri e assistenti che diventeranno lavoratori dipendenti o, magari all’inizio, resteranno autonomi, ma con un fisso più alto, che consenta a tutti di abbandonare o mettere in stand by la propria professione. La strada è tracciata (due incontri sono già andati in archivio), come il resto del cammino (far passare la riforma in un Consiglio federale a fine aprile e in un’Assemblea statutaria entro fine maggio, per essere operativi da luglio), ma non mancano le criticità. L’Aia per accettare il ridimensionamento chiede di poter dire la propria sui criteri di selezione degli arbitri (impossibile). E anche Serie A e B per metterci un po’ di soldi (impossibile che la Figc possa coprire per intero il budget di circa 17 milioni previsto per tirare su la struttura) vorrebbero qualcosa in cambio. Ma non la scelta di un consigliere che minerebbe alla base le velleità di autonomia con cui parte questo progetto. A tutti, Gravina assicura una condivisione a monte, nell’individuazione dei criteri con cui si sceglieranno i profili che gestiranno la società. Ma a cose fatte, ognuno per la sua strada.