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Italia-Inghilterra del Sei Nazioni secondo Lorenzo Cannone
"Se si vince, facciamo la storia: la prima volta. Se si perde, significa che abbiamo sbagliato qualcosa, che dobbiamo studiare ancora, che fra un anno ci riproveremo", parla il terza centro degli Azzurri
Ottanta minuti effettivi più l’ultimo pallone finché vive. Ma una partita di rugby può durare anche di più, ancora di più, molto di più. Fra il cronometro e l’eternità, una partita come Italia-Inghilterra (oggi alle 17.40 all’Olimpico di Roma e su Sky Sport e Tv8, quarto turno del Sei Nazioni 2026) si protrae, si prolunga, si moltiplica nel tempo. Lorenzo Cannone, fiorentino, numero 8, cioè terza centro del Benetton e degli Azzurri, ricomincia da due dati temporali: i suoi anni, 25, e i suoi caps, le presenze in nazionale, 36.
Quando comincia una partita?
“Con le convocazioni, sette, otto, nove giorni prima del match. Ma durante il Sei Nazioni non si stacca mai, neppure nella settimana, rimasta unica, di riposo, a casa. Hai sempre quel pensiero lì”.
Quando comincia l’adrenalina?
“Dal giorno del raduno, lentamente, silenziosamente, la tranquillità si trasforma in impegno, attenzione, concentrazione, osservazione, studio. E anche emozione, anzi, emozioni”.
Il giorno della vigilia si tiene il “captain’s run”, l’ultimo allenamento, sul campo di gara, diretto – come vuole la tradizione – dal capitano.
“È ancora così. E ha un suo senso. Perché, anche in assenza di pubblico, si entra nell’ambiente, se non proprio nell’atmosfera, della partita. Stadio, spogliatoi, tunnel, campo. Lanci, mischie, schemi. E per chi non vi ha mai giocato, l’occasione per ripassare le dimensioni, lunghezza e larghezza, soprattutto quelle delle aree di meta. Ogni campo è particolare”.
La notte della vigilia?
“Le prime volte non si dorme mai. Per me ci sono state tante prime volte: quella nell’Under 18, quella nell’Under 20, poi quella nella nazionale maggiore, contro Samoa, con tanto di meta. Ma ormai mi sono finalmente abituato. E dormo. Merito anche del mio compagno di camera, Tommaso Menoncello: non russa”.
Il giorno della partita?
“Dipende dall’orario del match, ma è un giorno comunque lungo. Stavolta la colazione libera fra le 7.30 e 9, poi il pranzo insieme, insieme allo stadio, insieme nello spogliatoio. Qui nessun rituale, soltanto abitudini: le cuffie per ascoltare un po’ di musica, le fasciature, quelle solite a spalle, caviglie e polsi, quelle supplementari se ho qualche acciacco”.
Il tunnel?
“Eccitazione, elettricità. Brividi, scosse. Tutti carichi. Dentro, fuori. Pronti. Come i gladiatori – io me li immagino così – al Colosseo”.
L’ingresso?
“È uno shock. Il campo, il cielo, la gente. Un boato che scuote. O che paralizza. Davanti il capitano, dietro gli altri, io non ho particolari posizioni”.
Gli inni?
“Ognuno lo vive alla sua maniera. Mio fratello Niccolò non riesce a trattenere le lacrime, io sì. Stiamo vicini, uno attaccato all’altro, ci facciamo forza, in quel momento tutti i compagni sono fratelli, ma un fratello è un compagno speciale. E tutti cantiamo, più o meno forte, più o meno intonati”.
Il calcio d’inizio?
“Non è il calcio, ma il primo contatto, meglio se è un placcaggio, a farci entrare in partita. Una bolla fatta di lotta e strategia, di anima e corpo”.
L’intervallo?
“Nello spogliatoio. Un paio di minuti per respirare, poi le parole dell’allenatore per mosse e contromosse, quindi tutti insieme in cerchio, come un giuramento”.
I due tempi?
“Se le dai, vola via. Se le prendi, non passa mai. Secondo questa regola non scritta ma così reale, il tempo è davvero tiranno. Ma altrimenti sarebbe tutto troppo facile”.
L’ultimo pallone?
“La vita o la morte. Se difendi la vittoria, devi resistere. Se cerchi la vittoria, devi insistere. Comunque dai tutto quello che hai, tutto quello che ti resta. Dai anche quello che non hai”.
Il terzo tempo?
“Nel Sei Nazioni a volte c’è, come contro l’Irlanda, altre volte no, come contro la Scozia. Quando giochiamo a Roma, indossiamo giacca e cravatta. Quando giochiamo fuori, la tuta di rappresentanza”.
La mattina dopo?
“Mi sento come se mi fosse passato sopra un furgone. E nonostante saune e vasche di ghiaccio, nonostante allungamenti e allenamenti defaticanti, ci vogliono due o tre giorni prima di riprendermi completamente”.
Quanto dura una vittoria? E una sconfitta?
“Poco. Già il giorno dopo si volta pagina per scriverne un’altra. Qualche vittoria dura di più, anche qualche sconfitta, ma dentro, nel cuore, nella testa. Memorie, esperienze”.
L’Inghilterra?
“Se si vince, facciamo la storia: la prima volta. Se si perde, significa che abbiamo sbagliato qualcosa, che dobbiamo studiare ancora, che fra un anno ci riproveremo”.
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