Mandela Keita (foto LaPresse)

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Mandela Keita, nel nome di Nelson

Giovanni Battistuzzi

https://www.ilfoglio.it/sport/2023/06/05/news/una-pazza-domenica-di-calcio-in-belgio-5348736/"Voglio essere un po’ come lui: rispettoso, con la testa bassa e sempre pronto a lavorare", ha detto. Ci sta riuscendo. Il centrocampista del Parma sta giocando alla maniera dei grandi mediani, sempre senza farsi notare troppo, tessendo tele poco visibili, quasi mai appariscenti

Mandela Keita si chiama Mandela in onore di Nelson Mandela. Lo ha scelto per lui sua mamma, voleva essere un'auspicio: cerca di lottare, solo lottando si può migliorare il mondo. Lui dice di andarne fiero, di "voler avere la sua mentalità", ha detto a Dazn. Nell'attesa di lottare per migliorare il mondo, Mandela Keita ha iniziato a lottare per migliorare in campo. Per migliorare il calcio c'è ancora tempo, la missione è tanto difficile quanto quell'altra. Ma si sa, un nome è solo un nome, farlo diventare una missione è assai più complesso e c'è sempre il rischio di inebriarsi di ardore messianico. Non è il tipo Mandela Keita.

Perché il centrocampista del Parma è stato educato al principio dei piccoli passi, del miglioramento marginale. Un poco alla volta, ma continuo. Ad Anversa funzionava così.

Mandela Keita è cresciuto nel Oud-Heverlee Leuven, ma è diventato un signor calciatore nel Royal Antwerp Football Club. E nellla stagione 2022/2023 ha vinto il campionato con una squadra che ha sovvertito le gerarchie calcistiche in Belgio. Una buona parte del merito è stata di Peter Catteeuw, arrivato in società nel 2017 come preparatore fisico, diventato nel 2021 performance manager, ossia l'uomo che monitora il lavoro atletico, tecnico e tattico della prima squadra. Peter Catteeuw ha applicato al calcio il metodo di allenamento nel ciclismo di Tim Kerrison, l'uomo che rivoluziò il lavoro del Team Sky rendendolo la più forte squadra ciclistica per diversi anni: ossia la pratica del "guadagno marginale". Secondo lo Sports performance consultant della INEOS Grenadiers, serve avere "l'un per cento di margine di miglioramento in tutto ciò che un corridore fa". Nel ciclismo lo si fa con l'allenamento, nel calcio pure.

Mandela Keita è stato educato all'attenzione dei particolari, al miglioramento, a volte minimo, delle imprecisioni. Più semplice farlo in bicicletta che con un pallone tra i piedi, ma i risultati si vedono anche in un campo da gioco. Il centrocampista belga ne è una dimostrazione. Pur cambiando squadra Mandela Keita non ha cambiato atteggiamento, ha continuato a limare i difetti, a sistemare le piccole mancanze che ogni giocatore immancabilmente ha. Ci sta riuscendo benissimo. Merito anche della volontà di rispettare il suo nome: "Voglio essere un po’ come lui: rispettoso, con la testa bassa e sempre pronto a lavorare".

Mandela Keita così facendo si è preso il centrocampo del Parma, è diventato necessario. Gioca sempre, gioca bene, in perenne movimento e sempre attento a ciò che serve fare per evitare di creare problemi ai compagni e, nello stesso tempo, per mettere una pezza ai loro errori. E fa tutto questo alla maniera dei grandi mediani, sempre senza farsi notare troppo, tessendo tele poco visibili, quasi mai appariscenti. Quelle tele che si vedono solo quando non ci sono.

    


    

Anche quest'anno c'è Olive, la rubrica di Giovanni Battistuzzi sui (non per forza) protagonisti della Serie A. Piccoli ritratti, non denocciolati, da leggere all'aperitivo. Qui potete leggere tutti gli altri ritratti.

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