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Il direttore d'orchestra dell'Italrugby
Alessandro Fusco spiega i ruoli del rugby: “Il mediano di mischia è quello che dà il ritmo a tutta la squadra. Si riconosce da quanto mangia e da quanto lotta. In entrambi i casi, la stessa voglia di stare seduto a tavola e spingere inginocchiato nelle mischie"
Sei Nazioni, terzo turno, domenica (ore 16.10 in diretta su Sky Sport Arena e in chiaro su Tv8) Francia-Italia a Lille. I Bleus, terzi nella graduatoria mondiale dopo Sudafrica e Nuova Zelanda, a 10 punti (due vittorie con Irlanda e Galles), in fuga verso il Grande Slam, e gli Azzurri, decimi nella graduatoria mondiale, a 5 punti (vittoria con Scozia e – se possibile, magnifica – sconfitta con Irlanda), all’inseguimento della conferma in questa sua nuova dimensione. In palio anche il Trofeo Garibaldi. Alessandro Fusco, 26 anni, 22 presenze, mediano di mischia delle Zebre, tra i più felici interpreti di questa Nazionale.
Fusco, da che cosa si riconosce un pilone?
“Da quanto mangia e da quanto lotta. In entrambi i casi, la stessa voglia di stare seduto a tavola e spingere inginocchiato nelle mischie. Il pilone è base per altezza, più base che altezza, più largo che alto. Contraddistinto da orecchie a cavolfiore, il pilone sembra barbaro e burbero, ma sotto sotto, in fondo in fondo, è una brava persona. E il tallonatore, stretto a quei due ladroni, fa ormai parte della stessa razza, anche se, a una più attenta analisi, è forse, ma neanche tanto, più raffinato”.
Un seconda linea?
“Anche in questo caso lo si riconosce dalla base per altezza, ma meno base e più altezza, più alto che largo. E punta in alto, soprattutto nelle touche, quando… prende l’ascensore. Anche lui può essere caratterizzato da qualche brutta orecchia, ma in genere è più presentabile”.
Un terza linea?
“Non è così semplice individuarlo e identificarlo, almeno al primo colpo d’occhio. È il più atletico, fisicamente ha qualcosa più degli altri, alto forte e perfino bello, un decatleta, potrebbe anche giocare a basket o gareggiare nel canottaggio, un ibrido, un eclettico. E il trequarti centro gli è diventato simile, a sua immagine e somiglianza. La differenza fisica fra Michele Lamaro, terza, e Tommaso Menoncello, centro, è minima”.
Il mediano di apertura?
“Continua a essere la principessa della squadra. Una volta si distingueva anche dai pantaloncini, puliti anche alla fine della partita. Ma adesso le cose sono cambiate, anche lui ha cominciato a sporcarsi”.
Le ali e l’estremo?
“Il triangolo allargato, non esiste quasi più specializzazione, devono sapersi scambiare continuamente il ruolo. Si tratta comunque di soggetti particolari, attraversati da una vena di follia, padroni di una energia inesauribile, percorsi da un’attività che sfiora la frenesia, capaci di passare – senza sosta – dal campo alla palestra, dal caffè in un bar allo shopping in centro”.
E il mediano di mischia?
“Non perché sia il mio, ma è il ruolo più complesso e complicato… È quello che dirige l’orchestra degli avanti e ispira il coro dei trequarti, è quello che scrive lo spartito decidendo se giocare al piede o alla mano, è quello che dà il ritmo, andante, allegro, vivace, presto, prestissimo… Una volta era più facile stabilire chi fosse il mediano di mischia: il più basso. Adesso fisicamente siamo cresciuti: io, per esempio, 1,85 per 88 chili”.
Come si studia un mediano di mischia?
“Al video. Si comincia lunedì rivedendo e analizzando la partita giocata sabato o domenica, si prosegue guardando e riguardando infinite partite dei prossimi avversari, studiandone caratteristiche, qualità, istinti, giochi, schemi”.
Il mediano di mischia della Francia è Antoine Dupont, considerato il migliore rugbista al mondo.
“Ciascun mediano di mischia ha punti forti, ma anche punti deboli, Dupont solo punti forti o fortissimi. Si cerca di studiare tutti i suoi movimenti, tutte le sue azioni e reazioni, tutte le sue capacità, ben sapendo che le variabili sono infinite e quindi ci sarà sempre la possibilità che possa succedere qualcosa di imprevisto e imprevedibile, qualcosa che potrà apparire come un’improvvisazione mai però improvvisata”.
L’ereditarietà è un vantaggio?
“Appartengo a una dinastia di rugbisti, ma mi sto costruendo una mia strada senza sentirne peso e responsabilità. L’eredità è valsa all’inizio: cominciai con il nuoto, continuai a quattro-cinque anni anche con rugby, poi con judo e sci, finché di tutto è rimasto soltanto il rugby”.
E la napoletanità?
“Qualcosa c’è e rimane, anche se da anni vivo altrove. C’è e rimane nell’accento, anche se al nord mi dicono che sono del sud e al sud mi dicono che sono del nord. C’è e rimane nell’estro, nella curiosità, nell’energia. Napoletanità significa anche l’arte di vivere, nel rugby potrebbe essere l’arte di far vivere il pallone. Ma forse sono napoletano dentro, un po’ emotivo, anche se cerco di nasconderlo, e molto sentimentale, anche se cerco di nasconderlo, capace di piangere, non a comando, ma per natura, e il pianto non si può nascondere, di delusione dopo una sconfitta, di gioia dopo una vittoria, le lacrime sono ovali e liberatorie”.
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