Ansa
IL FOGLIO SPORTIVO - IL RITRATTO DI BONANZA
Commentare il calcio sui social ci rende brutti e cattivi
Parlare di calcio oggi è diventato un momento indecente, senza bellezza. Ogni parola tende all'offesa e ogni commento alla minaccia. In questo sistema, sono tutti schiavi: i giornalisti con la retorica del nulla, gli allenatori con la loro finta morale, gli arbitri accecati da sè stessi e i giocatori con le loro simulazioni
Ho generato una forma di repulsione estetica verso tutto ciò che riguarda il dibattito sul calcio, dove, al posto del ragionamento, sta prendendo forma l’aggressione, l’attacco brutale e violento verso chi dice qualsiasi cosa, anche la più innocente e sensata. Quanto è successo dopo Inter-Juventus mi ha sinceramente provato, facendomi perdere l’antica voglia di discutere. Oggi parlare di calcio è diventato un momento indecente, senza alcuna parabola di bellezza. Ogni parola tende all’offesa, al vile, al tragico, al grottesco. Sinceramente, almeno io, non ne posso più. Un tempo si discuteva al bar, divertendoci a spararla grossa, ben consapevoli dell’iperbolica teoria sostenuta, ironicamente complici dell’eccesso.
Ricordo il tavolino con le carte e quattro anziani avvinghiati ad un combattuto tressette. Noi ragazzi facevamo da cornice al quartetto, formato da sostenitori di tutte le squadre (juventini, milanisti, interisti, non ricordo con certezza). Le carte sobbalzavano, scaraventate sul tavolo con forza, accompagnate da voci sempre più alte parlando di tifo e di pallone. A uno di questi signori, provocato ad arte da una folgorante battuta, fuoriuscì la dentiera dall’agitazione, preso dall’impeto della risposta. E tutti a ridere, lui compreso, pur rimasto senza denti. Era un mondo bellissimo (ecco l’estetica), dove anche una bocca sdentata pareva un’opera d’arte.
Di quel mondo non è rimasto nulla, solo macerie, monumenti caduti sotto il bombardamento dei social. I quali ci hanno reso schiavi, ed è arrivato il momento di prendere coscienza di questa prigionia. Siamo schiavi di un commento avverso, di un’offesa, di una minaccia. Siamo schiavi noi giornalisti, costretti ad attingere dal politichese, ovvero la retorica del nulla, per paura delle ritorsioni. Sono schiavi gli allenatori, che prima fanno la morale e poi se la rimangiano, il giorno dopo, come se la coerenza fosse un elastico da tirare a seconda delle convenienze. Sono schiavi i dirigenti, a volte in coppia come gendarmi, indaffarati a lisciare il popolo in nome di una giustizia che fa acqua da tutte le parti. Sono schiavi i giocatori che simulano come attori in commedia per giustificare spesso le loro mancanze (perdo palla e mi butto, hai visto mai). Sono schiavi gli arbitri, i più schiavi di tutti, accecati da immagini televisive che non sanno guardare, e accecati da sé stessi, ormai privi di un ruolo, di una personalità, di un futuro (che ne sarà di loro?). E così, immersi nella nostra schiavitù, siamo diventati antipatici, senza un minimo di eleganza, di passione. Impegnati solo a difenderci dal prossimo attacco, come guerrieri dentro una guerra ridicola. Lottando nel fango, sporchi e cattivi, brutti di una bruttezza senza rimedio.
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