Ansa

L'anello debole

L'ingiustificata scelta dell'Ipc di riammettere Russia e Bielorussia alle Paralimpiadi

Maurizio Crippa

La decisione è indicativa del clima filorusso di molti paesi e anche della voglia di appeasement forte nel mondo sportivo. Ma c'è di più: secondo un'analista ucraina, delle squadre paralimpiche russe farebbero parte almeno trenta atleti che hanno partecipato in precedenza all’invasione dell’Ucraina

E’ il giorno in cui il Coni annuncia che i due portabandiera italiani per la cerimonia di chiusura all’Arena di Verona saranno Lisa Vittozzi, medaglia d’oro nella 10 km a inseguimento del biathlon, e Davide Ghiotto, oro nell’inseguimento a squadre di pattinaggio, onore ai campioni. Ma nel giorno in cui le Olimpiadi si avviano al gran finale con le belle bandiere di ogni nazione, pronte a lasciare il posto ai Giochi paralimpici invernali che debutteranno il 6 marzo, ecco che dagli organizzatori, il Comitato paralimpico internazionale, arriva un osceno insulto, e senza plausibile giustificazione, ai valori stessi dell’olimpismo. L’Ipc ha infatti deciso di far sventolare bandiere che non dovevano esserci: quelle della Russia e della Bielorussia. Erano state bandite dal 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina (gli atleti erano parzialmente riammessi ma senza simboli a Parigi 2024). In gara alle Paralimpiadi ci saranno sei russi e quattro bielorussi. Decisione sconcertante.

 

Ma la decisione dell’Ipc è indicativa del clima filorusso (non sempre ingenuo) di molti paesi e anche della voglia di appeasement forte nel mondo sportivo – pure la Fifa e la Uefa insistono per riportare il calcio russo, e i suoi rubli, nel circuito di nazionali e di club. Del resto la notizia, per quanto trascurata anche dai famosi democratici, quelli che da mesi si agitano per escludere Israele dallo sport internazionale, è del settembre 2025: quando l’Assemblea generale dell’Ipc a Seul diede il via libera a Russia e Bielorussia. Sarebbe interessante sapere perché, visto che nessuna delle condizioni che avevano portato al bando si è modificata: anzi la guerra si è fatta più intensa e sanguinosa. Tra le altre cose, c’è una informazione che aumenta lo sconcerto: Maria Avdeeva, un’analista ucraina di questioni di sicurezza, ha riportato che delle squadre paralimpiche russe farebbero parte almeno trenta atleti che hanno partecipato in precedenza all’invasione dell’Ucraina. Cita la Tass, orgogliosa di informare che “30 ‘Svo partecipant’ si sono uniti alla rappresentanza paraolimpica”. Ma per il mondo e per gli ucraini è un’oscenità, se questi (ora) atleti paralimpici siano diventati tali, molto probabilmente, combattendo da invasori in Ucraina e uccidendo ucraini. “Non è ancora abbastanza per una squalifica? Per non parlare del fatto che gareggiano sotto la bandiera russa? Questo è oltre l’ipocrisia. Basta”, ha scritto Avdeeva.

 

Questo è il clima di appeasement. A cui si aggiunge il cinico refrain “eh, ma ci sono tante guerre nel mondo: escludiamo tutti?”. No: la guerra in Ucraina è l’unica, per giunta in terra europea, in cui uno stato sovrano è stato invaso senza motivo da un altro. Non è una guerra tra le tante. C’è poi l’accusa capziosa e falsificante del doppio standard, di cui è un campione il premier spagnolo Pedro Sánchez, che aveva accusato il Cio e la Fifa di applicare giudizi diversi su Russia e Israele. Peccato che Israele abbia reagito a un atto di guerra nel suo territorio, mentre l’Ucraina non ha compiuto alcun “7 ottobre” contro Mosca. Anzi, dal 2014 voleva semplicemente stare più lontana possibile da Mosca. Un altro aspetto che aggrava ulteriormente l’ipocrisia dell’Ipc è che nelle motivazioni legali di esclusione era menzionato il fatto che il Comitato olimpico russo aveva incorporato le organizzazioni sportive regionali dei territori ucraini annessi. Sfruttandone strutture e potenzialità. Che cosa è cambiato oggi? Nulla.

 

Il ministro dello Sport di Kyiv, Matvii Bidnyi, ha dichiarato: “E’ scandaloso, non saremo presenti alla cerimonia di apertura. Non parteciperemo a nessuno degli eventi ufficiali”. Diserterà la cerimonia anche Glenn Micallef, commissario europeo per la Cultura e lo Sport: impossibile “sostenere il ripristino di simboli nazionali, bandiere, inni e uniformi, che sono inseparabili da quel conflitto, mentre la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina continua”. I ministri italiano Tajani e Abodi hanno protestato: “Il governo esprime la sua assoluta contrarietà”, mentre i putiniani della Lega hanno esultato: “Una notizia positiva”. A dare il tono, il cialtronismo cinico dell’ambasciata russa in Italia: “Non c’è alcun dubbio che l’ambito dello sport paralimpico richieda, in modo particolare, delicatezza, tatto, umanità e bontà”. Detto da chi da tre anni bombarda i civili. Va aggiunto che il Cio, fedele al suo Dna onusiano pronto a chiudere molti occhi, a Milano-Cortina ha invece squalificato l’atleta di skeleton Vladyslav Heraskevych perché voleva indossare un casco che ricordava 21 atlete e atleti ucraini uccisi dalla guerra russa. Onore perciò al presidente della squadra di calcio ucraina dello Shakhtar Donetsk, Rinat Akhmetov, che ha donato a Heraskevych circa 200 mila euro. Doppi standard. C’è la bandiera dell’Ue tolta a un bambino da volontario di Milano – niente politica ai giochi! – c’è il commesso dello store ufficiale di Milano che ha preso a male parole i turisti solo in quanto israeliani, giustamente estromesso dall’organizzazione dei Giochi: “Non è appropriato che il personale dei Giochi esprima opinioni politiche personali”, ma difeso a spada tratta da molti.

 

In tutto questo, il Comitato olimpico israeliano ha presentato un reclamo ufficiale contro la tv svizzera RTS e ha chiesto un’indagine per stabilire se il commento di Stefan Renna fosse antisemita e di valutare “la possibilità di sospenderlo dalla copertura olimpica”. Dalle alte autorità olimpiche alle bassezze morali. Nessun commento.

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"