milano-cortina 2026
Se il bob dell'Italia è rosso è per Eugenio Monti (e per una questione di soldi)
Al bobbista ampezzano è dedicata la pista olimpica di Cortina. Fu lui a portare il rosso sulle lamiere degli equipaggi azzurri e a cambiare per sempre il bob, non solo italiano
Non fosse stato per un ginocchio e per due legamenti, Eugenio Monti sarebbe ricordato probabilmente per la sua bravura sugli sci, non certo per essere stato uno dei più grandi campioni della storia dell'Italia del bob. Perché Eugenio Monti era un eccezionale sciatore, uno capace di tenersi alle spalle, spesso e volentieri, Zeno Colò, di vincere i titoli italiani di Slalom e Gigante, di primeggiare anche nella Discesa libera. Era un funambolo, capace come pochi di unire grazia e potenza. Per Gianni Brera era "una tempesta di talento sulla neve capace di sbaragliare tutto e tutti". Il suo discendere però si fermò a Sestriere, quando in allenamento il suo sci si impuntò su di un tratto di neve troppo soffice e il suo ginocchio fece crack: il legamento collaterale mediale e quello crociato anteriore si ruppero. All'epoca, era il 23 gennaio del 1951, voleva dire solo una cosa: addio alla carriera professionistica.
Eugenio Monti aveva gli occhi furbi, i capelli rossi, la tendenza a vedere sempre il lato peggiore delle cose e una volontà di rivalsa ancor maggiore del suo pessimismo. Fu così che, una volta tornato a camminare e a correre, decise che se non poteva diventare il più forte sciatore d'Italia, sarebbe stato il più forte in un'altra disciplina. E all'epoca, l'altra disciplina, l'unica che garantiva lo stesso livello di adrenalina, era il bob. Il bob all'epoca era rischio e velocità, uno sport tradizionalista e refrattario al cambiamento. In pratica, il posto perfetto per un uomo interessato più al futuro che a guardarsi alle spalle.
Eugenio Monti è uomo pignolo e studioso, uno che voleva fare l'ingegnere ma che senza le montagne attorno non si sentiva vivo. Per questo non continuò a studiare all'Università. Il piglio dell'ingegnere lo trasferì in pista. E fu la sua fortuna. Con il piglio dell'ingegnere studiava le piste per stabilire quali fossero le migliori traiettorie da seguire. Con la stessa pignoleria e perizia iniziò a trasformare il suo bob. Lui, appassionato di auto sportive, aveva un solo obbiettivo: rendere il suo mezzo degno di un gioiello di ingegneria automobilistica. Ogni buon ingegnere però deve trovare un buon artigiano. E Monti incontrò sulla sua strada Evaldo D'Andrea, l’artigiano ampezzano che iniziò a costruire i bob per la Nazionale italiana nel 1923, anno della costruzione della prima pista di Cortina. I Pòdar avevano il miglior sistema di gestione delle curve al mondo, erano però lenti. D'Andrea assieme a Monti riuscì a trasformarli nei migliori bob al mondo.
Eugenio Monti inizia a scendere con il bob nel 1953, dopo pochi mesi inizia la sua collaborazione con Evaldo D’Andrea. I bob della Nazionale italiana erano "Frecce azzurre", perché di azzurro erano dipinti. Divennero le "Ferrari dei ghiacci". Il cambio di colore lo suggerì Monti. E non per amore delle sue amatissime Ferrari. Semplicemente perché la tinta rossa utilizzata era, tra quelle più pesanti che aveva trovato, quella che costava meno. Monti e D'Andrea ridisegnarono il muso, cambiarono la gestione dei pesi, solo il sistema di guida rimase lo stesso, ma era già perfetto. Nel bob a due ai Mondiali di Cortina 1954, Guglielmo Scheibmeier e Andrea Zambelli stravinsero l'oro davanti a Italo Petrelli e Luigi Figoli. Ai Giochi olimpici di Cortina 1956 l'Italia fece altrettanto: primi Lamberto Dalla Costa e Giacomo Conti, secondi Eugenio Monti e Renzo Alverà. Il terzo equipaggio, quello svizzero, pagò oltre sette secondi dal primo e sei secondi dal secondo. Nessuno ebbe più il coraggio di cambiare colore al bob della Nazionale italiana.
Eugenio Monti tra il 1957 e il 1963 fu il bobbista più forte al mondo: vinse cinque Mondiali nel bob a due e due nel bob a quattro. Alle Olimpiadi però sbagliava sempre qualcosa. Nel 1956 Lamberto Dalla Costa e Giacomo Conti furono perfetti; a quelle del 1960 non c'era il bob; nel 1964 sbagliò "più per stupidità che per ingenuità" disse, una curva e fu terzo dietro a Anthony James Nash e Robert Thomas Dixon (a cui diede una mano a riparare il bob danneggiato) e i connazionali Sergio Zardini e Romano Bonagura. Al termine della gara annunciò che quelli sarebbero stati i suoi ultimi Giochi olimpici. Per qualche mese tenne davvero fede a quelle parole. Poi ci ripensò. Tornò in pista e ai Mondiali di Cortina d'Ampezzo 1966 vinse l'oro nel bob a due. Ai Giochi di Grenoble del 1968 il suo capolavoro: doppio oro a due e a quattro.
Quello nel bob a due fu "una follia piena di rancore". Eugenio Monti un anno prima rischiò la vita durante le prove della pista olimpica. Faceva troppo caldo quel giorno, il sistema di raffreddamento della pista era difettoso e lui finì fuori pista. Un anno dopo, nella prova olimpica non andò meglio. La gara fu rinviata di un giorno per una bufera di vento e neve. Monti e Luciano De Paolis fanno due manche quasi perfette, hanno il miglior tempo. Nella terza però, tre giorni dopo, il bob italiano mette le lamine in una buca nel ghiaccio riparata male dagli organizzatori con getti di azoto, la poltiglia di neve e acqua schizza sulla faccia degli atleti. De Paolis racconterà che Monti aveva previsto tutto. "Se fosse successo, lui avrebbe girato la testa verso destra e io avrei dovuto pulirgli la visiera. Non ci riuscii, e lui fu prodigioso a tagliare il traguardo in quelle condizioni". Un inconveniente che fa scendere il duo azzurro a 10 centesimi dal primo posto della Germania. Manca solo una manche, l'unica possibilità di vittoria è una discesa perfetta. Monti la realizza. Al traguardo i tempi complessivi del duo italiano e di quello tedesco sono gli stessi. L'oro non sarà dato ex aequo però, ma a chi ha fatto segnare il miglior risultato cronometrico: e la miglior discesa è quella di Eugenio Monti e Luciano De Paolis.
A Eugenio Monti è dedicata la nuova pista di Cortina, quella olimpica di Milano-Cortina 2026. Di lui, Gianni Brera disse: "Era un rivoluzionario, un uomo di ingegno, probabilmente una delle persone più intelligenti che ho conosciuto. Troppo intelligente per essere solo uno sportivo".
Eugenio Monti è morto il primo dicembre 2003 dopo una vita troppo complicata anche per lui.