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il commento
La dignità oltre le medaglie: il casco di Heraskevych e l'ipocrisia olimpica
Fin dall’invasione della Georgia, Olimpiadi e guerre si sono fuse, nell’indifferenza. Così i Giochi fanno da cornice ai conflitti e la retorica della pace si infrange contro la realtà
"La dignità viene prima di tutto. Né la paura, né la forza, nessuna pressione possono strapparla”. Con queste parole l’account ufficiale del ministero della Difesa ucraino su X ha risposto al messaggio di Vladyslav Heraskevych, skeletonista ucraino: “Questo è il prezzo della nostra dignità”. Heraskevych è stato squalificato dal Comitato olimpico internazionale per aver indossato un casco con i ritratti degli atleti ucraini caduti sotto i bombardamenti russi, violando il punto 50 della Carta olimpica, che vieta ogni forma di propaganda politica, religiosa o razziale nei siti olimpici. Ma quel gesto non è politica: è memoria, tributo, monito silenzioso, un atto che ricorda quanto costi preservare la libertà di fronte alla violenza.
Dal 2008 ho smesso di seguire le Olimpiadi, da quando per la prima volta vidi con chiarezza la frattura tra i valori proclamati e la realtà che li tradisce. Era agosto. Le Olimpiadi estive si svolgevano a Pechino, mentre Mosca affilava le armi per l’invasione della Georgia. La diplomazia internazionale tentava di ritardare l’attacco, proteggendo la festa olimpica dalle notizie scomode. Tutto ruotava attorno alla salvaguardia di un’apparenza: il diritto al divertimento, la celebrazione dello sport, la messa in scena di una pace di cartapesta. Ci riuscirono solo in parte. Vladimir Putin permise al mondo di celebrare la cerimonia di apertura dei Giochi in una pace di facciata, assistendovi personalmente. Subito dopo, tornato a Mosca, scatenò la guerra. Le bombe caddero vicino a Tbilisi, i carri armati marciarono lungo le strade. Non restava né tempo né voglia di guardare le Olimpiadi, mentre la guerra avanzava a trenta chilometri dalla capitale georgiana.
Il mondo osservava, ma rimaneva sostanzialmente inerte. Le Olimpiadi proseguivano nel loro silenzio rituale. Nei giorni in cui, secondo la tradizione olimpica, le armi dovrebbero tacere, un paese dotato di arsenale nucleare bombardava un vicino piccolo e inerme. Da quel momento, per me, le Olimpiadi divennero una cornice spettacolare, un palcoscenico globale che celebra un’armonia di superficie, mentre sotto scorre una realtà feroce.
La retorica del fair play, della pace e della fratellanza tra i popoli si dissolse davanti all’occupazione del 20 per cento del territorio georgiano – quel 20 per cento che, pochi anni dopo, nel 2012, il Cio finì per assegnare alla Russia. Il Comitato olimpico georgiano fu costretto a inviare una lettera di protesta agli organizzatori delle Olimpiadi di Londra, denunciando che il sito web ufficiale indicava territori georgiani come russi.
Due anni più tardi, il mondo arrivò persino a concedere al paese invasore di ospitare le Olimpiadi in casa propria. A quel punto la sequenza “guerra e Olimpiadi” smise di sembrare una coincidenza. A Socči, nel 2014, bastarono pochi giorni dalla chiusura dei Giochi perché la Russia invadesse l’Ucraina e annettesse la Crimea. Nel 2022 lo schema si ripeté: quattro giorni dopo la fine delle Olimpiadi invernali di Pechino, il Cremlino lanciò un’invasione su larga scala. Olimpiadi e guerre si erano ormai fuse in una tradizione inquietante, resa possibile dall’indifferenza internazionale. I valori proclamati restavano sullo sfondo, mentre la violenza reale scorreva accanto.
Il gesto di Heraskevych è allora il tentativo disperato di dimostrare che non tutti sono disposti a inginocchiarsi davanti all’ipocrisia. La dignità umana non si lascia addomesticare da regolamenti né imbrigliare da apparati burocratici, e la memoria dei caduti diventa resistenza morale. “Per me il sacrificio delle persone raffigurate sul casco significa più di qualsiasi medaglia, perché hanno donato la cosa più preziosa che possedevano”, ha detto Heraskevych.
La cosa più preziosa che si possa dare è la vita per la libertà. Chi non ha mai visto la guerra da vicino fatica a comprenderne il peso. Chi crede che la libertà sia un diritto acquisito non saprà mai cosa significhi conquistarla ogni giorno, contro la paura, il rumore delle bombe e l’indifferenza del mondo.