la Milano di Milano-Cortina 2026
Quando Milano fu condotta a conoscere il ghiaccio
La cascina Caccialepora, il conte Bonacossa e la storia del pattinaggio milanese cent’anni prima di Milano-Cortina 2026
Via Caccialepori, a Milano, si trova a metà strada tra lo Speed Skating Stadium di Rho e il Forum di Assago, 11 km di qua e 11 di là. Sull’anello di ghiaccio di Rho, allestito all’interno dei padiglioni di Fieramilano, ha rubato il cuore Riccardo Lorello, bronzo nella velocità 5000 m, outsider ed enfant du pays. C’era tutta la sua Rho ad applaudirlo: non succedeva da Roma 1960, dai tempi del ginnasta Franco Menichelli, oro nel corpo libero, e del cavaliere Piero d’Inzeo, argento nel salto a ostacoli, che un olimpionico vincesse una medaglia individuale “a casa sua”. Sulla pista di Assago, invece, ha rubato l’occhio l’incredibile talento di Ilia Malinin, che ha trascinato gli Stati Uniti a vincere l’oro nel pattinaggio di figura a squadre, con evoluzioni mai viste prima. E probabilmente lo ruberà ancora nei prossimi giorni in altre strabilianti prove.
A via Caccialepori, che collega via Rubens e via Ricciarelli, tra piazzale Brescia e il quartiere di San Siro, più di cento anni fa, i milanesi andavano a "conoscere il ghiaccio".
Erano le buie albe degli inverni del 1910, o del 1911 e qualche nottambulo milanese rientrando verso casa avrebbe potuto vedere passare per le vie deserte della città un’elegante Isotta Fraschini con alla guida un chauffeur in livrea gallonata. Sui sedili posteriori un giovane uomo imbacuccato osservava distratto le strade che dal centro portavano verso la periferia nordoccidentale: corso Magenta, corso Vercelli, piazza Piemonte, via Marghera. Alla Maddalena, dopo il ponte sull’Olona, le case diradavano e la città non era più città. Il grande stabilimento della De Angeli-Frua, il nuovo edificio del Pio Albergo Trivulzio sulla strada per Baggio – che per tutti sarebbe diventato la Baggina – e infine, ormai quasi in aperta campagna, il profilo basso e allungato della Cascina Caccialepora.
Quest’angolo di nord-ovest non ancora metropolitano, d’inverno era uno dei posti più freddi della città, una piccola Siberia milanese. La notte la temperatura scendeva di parecchi gradi sotto lo zero e sulle marcite d’intorno si formava uno strato di ghiaccio. Bisognava fare in fretta: bastava poco a mutare le condizioni climatiche che facevano di quella semibuia landa agricola una grezza pista di ghiaccio. Tempo di un’ora, o poco più, al primo sorgere del sole la temperatura, alzandosi anche solo di pochi gradi, avrebbe reso impraticabile quell’improvvisato ed effimero campo di pattinaggio.
Perché di questo si trattava. La Caccialepora era una delle tante patinoire di cui era punteggiata la Milano di inizio Novecento.
Facciamo un altro salto indietro nel tempo. Il pattinaggio artistico nasce nel clima della Belle Époque, elegante prodotto degli svaghi aristocratici e alto borghesi delle città. A Milano nel 1865 viene fondata la Società Pattinatori Milanesi: i soci si ritrovavano d’inverno, e per poche settimane l’anno, all’Arena Civica, dove, da dicembre a febbraio, la cavea veniva allagata deviando le vicine acque delle rogge Rigosella e Castello. Si stima che, tra il 1865 e il 1881, il numero dei giorni in cui si poteva “scendere in pista”, erano però meno di una ventina, distribuiti tra la seconda metà di dicembre e la prima di febbraio.
A partire dalla fine dell’Ottocento, Milano cominciò a punteggiarsi di altre piccole piste da ghiaccio. Alcune di loro si erano date nomi evocativi di lontani orizzonti o memorabili imprese di ghiaccio e di neve: Aurora, Polo Nord, Duca degli Abruzzi… Ve n’era una al Kursaal Diana di Porta Venezia, dove fin dal 1842 esisteva una piscina pubblica, il Bagno di Diana. Ne sorgevano altre a San Cristoforo, lungo il Naviglio Grande; e ancora in altre zone più periferiche: alla Cagnola, a Baggio, alla cascina Restocco e, appunto, alla cascina Caccialepore, o Caccialepori.
Fin dal Cinquecento la Caccialepore era un vasto complesso agricolo circondato da prati, marcite e risaie; divenne poi ricovero ospedaliero governato dai padri agostiniani. Oggi di quel luogo non esiste che il nome di una via, dalla suggestiva evocazione venatoria.
Ma per tornare a quell’alba gelida e buia del 1910, o del 1911, chi è quell’atletico giovin signore, poco meno che trentenne, che, sceso dall’Isotta Fraschini, riceve dallo chauffeur un paio di stivaletti provvisti di lame, li calza e inizia a volteggiare, dapprima esitante e via via sempre più sciolto, sui prati di ghiaccio della Caccialepore?
Si chiama Alberto Bonacossa, è nato a Vigevano il 24 agosto 1883 ed è figlio di ricchi proprietari terrieri lomellini che, intorno alla metà dell’Ottocento, avevano fatto fortuna dapprima con le filande e poi con le manifatture tessili, la Società per la Filatura Cascami Seta. Il padre, Cesare, già deputato al Regio parlamento, nel 1913 viene insignito da re Vittorio Emanuele III del titolo nobiliare di conte per meriti imprenditoriali: un’araldica “manifatturiera”.
Alberto, avviato alla carriera imprenditoriale di famiglia attraverso una formazione tecnica, studia prima a Genova, poi a Torino dove si diploma; poi l’università in Svizzera, al prestigioso Politecnico di Zurigo, e infine a Karlsruhe, in Germania, dove diventa ingegnere.
Gli studi, tuttavia, non frenano la sua passione predominante, che è lo sport. Provetto alpinista, insieme al fratello Aldo, di due anni più giovane – e poi formidabile scalatore e celebre fotografo di montagna – Alberto si cimenta in numerosi ascensioni. Durante gli anni genovesi, affiliato alla Società sportiva Cristoforo Colombo, si distingue nel sollevamento pesi e nel podismo; quando risiede a Stäfa, sul lago di Zurigo, pratica il nuoto in acque libere e il canottaggio, e si appassiona ai motori, guidando una motocicletta Zedel 1,5 HP. Un amico e compagno di studi, Gerolamo Radice Fossati, poi calciatore e vicepresidente del Milan, lo introduce al football e Alberto, tra lezioni, esami, regate e sgasate, pare trovi pure il tempo di allenarsi coi biancazzurri del Grasshoppers Club Zürich. Con un altro amico, il marchese Giberto Porro Lambertenghi, si appassiona al tennis e, da alto e longilineo qual era, adattissimo al gioco al volo sotto rete, ne diventa uno dei migliori interpreti nazionali, tanto che nel 1920 prende parte al torneo olimpico di Anversa. Nel 1914, scrivendolo a quattro mani con il Porro Lambertenghi, aveva dato alle stampe il primo manuale pratico di tennis, pubblicato in Italia da Hoepli. Nel 1923 sarà tra i promotori della nuova sede del Tennis Club Milano di via Arimonda – progettata da un giovane promettente architetto come Giovanni Muzio – che oggi porta il suo nome. Dal 1929 al 1952, Alberto Bonacossa è stato anche editore de “La Gazzetta dello Sport”.
Ma la passione sportiva più autentica di Alberto Bonacossa è il pattinaggio su ghiaccio. Aveva iniziato a praticarlo da studente a Torino, sulla pista del Valentino, quindi prende lezioni dal famoso maestro svedese Broor Majer sull’esclusiva pista di ghiaccio del cosmopolita Palace Hotel a St. Moritz. Nel 1914, a Milano, Bonacossa dà vita alla prima federazione nazionale, il Club Pattinatori Italiani, che riunisce società delle città di Milano, Como, Varese, Torino. Ai primi due campionati nazionali sul lago di Ghirla, in provincia di Varese (1914) e a Torino (1915), Bonacossa primeggia, vincendo per due volte il titolo nel pattinaggio di figura, a cui seguiranno altri successi – fino alle categorie master – , tra cui il titolo nel doppio misto in coppia con la moglie Marisa Pirotta.
Alberto Bonacossa sogna di erigere a Milano un palazzo del ghiaccio sul modello di quelli refrigerati che, già nella seconda metà dell’Ottocento erano in funzione in Germania, Francia e Inghilterra. E corona quel sogno coinvolgendo nel progetto l’amico imprenditore, Cesare Mangili. La Società Anonima Innocente Mangili fin dal 1816 si occupava di spedizione e trasporto merci. In società con François Gondrand, imprenditore francese nel campo dei trasporti, nel 1899 Mangili per soddisfare i bisogni del mercato ortofrutticolo e del macello comunale aveva eretto i Magazzini Refrigeranti e Ghiaccio Gondrand Mangili. L’impresa nel giro di pochi anni porta la produzione di ghiaccio artificiale a Milano dai 720 quintali nel 1900 ai 6000 quintali nel 1925. È quindi sui terreni di proprietà della Gondrand-Mangili, nei pressi dello scalo merci di Porta Vittoria, viene progettato il nuovo palazzo del Ghiaccio di via Piranesi, inaugurato il 28 dicembre 1923. Lo splendido edificio liberty in ferro, vetro e cemento per quasi ottant’anni è stato il luogo in cui generazioni di milanesi hanno imparato a schettinare e dove per decenni si sono celebrati i successi dell’hockey su ghiaccio. Sembra infatti incredibile, ma, a dispetto, della crisi in cui da ormai un ventennio versa l’hockey su ghiaccio ambrosiano – una crisi cui non potrà porre rimedio la costruzione della nuova Ice Arena di Santa Giulia, destinata, a Olimpiadi terminate, a un ben altro uso, tanto che nessuno ha pensato che potesse avere un senso più sostenibile rigenerare il tristemente abbandonato Stadio del ghiaccio Agorà, al Lorenteggio – Milano è tutt’oggi la città italiana con più titoli nazionali della disciplina: ben 32.
Nel 1920 Bonacossa è tra i fondatori, nonché primo presidente, della Federazione Italiana dello Sci (FIS), poi nel 1926 trasformata in Federazione Italiana Sport del Ghiaccio (FISG), dopo la fusione con le federazione di pattinaggio, di bob e di hockey. Diventa consulente del Comitato Olimpico Francese che nel gennaio del 1924, a Chamonix, in Alta Savoia, organizza i primi Giochi olimpici invernali della storia. Quindi entra in pianta stabile nel consiglio direttivo del CIO e, nel secondo dopoguerra, lavora per l’assegnazione delle Olimpiadi invernali a Cortina, nel 1956. Muore però tre anni prima, nel 1953, senza poter assistere ai frutti della sua attività di promozione.
Eppure di Alberto Bonacossa, vero sportman, alpinista e canottiere, tennista e motorista, ma soprattutto grande amante del pattinaggio su ghiaccio, oggi si è quasi persa la memoria. In questi giorni di rutilanti tormentoni olimpici, neppure dalle parti de “La Gazzetta dello sport” – della cui testata gli eredi Bonacossa continuano a detenere i diritti, e il cui utilizzo viene concesso agli attuali proprietari della Rosea dietro un lauto pagamento annuale – sembra che ci si ricordi più di quella remota e buia alba dell’inverno del 1910, o del 1911, quando alla cascina Caccialepore il conte Bonacossa, quasi un favoloso Buendìa, aveva condotto Milano a conoscere il ghiaccio.
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