Ansa

Questione di ingranaggi

La fragile bellezza della Juventus

Alessandro Villari

Spalletti ha dato alla squadra un metodo, un'organizzazione, che può nascere solo da una rinnovata fiducia in se stessi. Ma con Lecce, Cagliari, Atalanta e Lazio una piccola disattenzione è stata sufficiente per alterare il meccanismo di una macchina quasi perfetta

Non sempre tutti gli sforzi vengono ripagati. E la Juventus lo sta capendo a sue spese. Parte dal basso, costruisce un'azione palleggiando massimo a due tocchi, si avvicina alla porta dell'avversario, ma il gol non arriva. Poi riconquista palla e ripete lo stesso schema, cioè attaccare, fino a quando non succede qualcosa che faccia gioire i tifosi. Ma a volte una piccola distrazione rompe l'ingranaggio e fa segnare gli avversari al loro primo tentativo. A quest'ultimo scenario, nell'ultimo periodo, la squadra bianconera si sta abituando sempre di più. È successo con il Lecce, con il Cagliari, con l'Atalanta in Coppa Italia e, per ultimo, con la Lazio. Ieri la squadra di Maurizio Sarri, l'ultimo allenatore che ha portato la Juventus alla vittoria del campionato, ha calciato in porta due volte, su otto tentativi totali, segnando due gol e tenendo la squadra di Luciano Spalletti inchiodata sull'1 a 2 fino al 96esimo, quando Pierre Kalulu, che di ruolo fa il difensore centrale, ma che di fatto passa dall'essere un terzino a un'ala e, all'occorrenza, anche un centravanti senza soluzione di continuità, ha segnato di testa la rete del pareggio. La Juventus per fare gli stessi gol della Lazio ha tirato in porta il quadruplo delle volte, e trentadue in totale.

 

La memoria dei tifosi bianconeri, sia che stessero guardando la partita all'Allianz Stadium sia che fossero a casa, avrà per un momento ricordato cosa è successo un mese e mezzo fa, sempre in campionato, contro il Lecce. La squadra di Di Francesco, a pochi punti dalla zona retrocessione, ha tirato in porta una sola volta, ma anche in quell'occasione la Juventus, con oltre il 70 per cento di possesso palla e 26 tiri tentati, non è riuscita ad andare oltre il pareggio. Se con la formazione salentina e con quella biancoceleste Spalletti ha ottenuto almeno un punto, con il Cagliari è andata diversamente. A metà gennaio, gli uomini agli ordini di Fabio Pisacane, con il 22 per cento di possesso palla e solo due tiri in porta, hanno vinto per 1-0 infliggendo alla Juve la seconda sconfitta dall'arrivo del tecnico toscano, dopo quella contro il Napoli. Passando dalla Serie A alla Coppa Italia, il discorso non cambia. La Juventus è stata da poco eliminata ai quarti di finale dall'Atalanta. Nonostante abbia tentato più tiri, fatto un numero di passaggi maggiore e di maggior qualità, gli orobici per quattro volte hanno centrato la porta e per tre di queste hanno fatto gonfiare la rete. Andando più indietro nel tempo, a novembre, la Juventus ha pareggiato per 1-1 anche con la Fiorentina impantanata nella zona retrocessione, con i Viola che hanno tirato in porta solo due volte.

 

Gli esempi sono tanti, ma, rimanendo negli ultimi due mesi, quello che colpisce di più è che tutti i gol fatti dagli avversari sono stati causati dalla disattenzione della Juventus. Contro il Lecce, un passaggio sbagliato di Cambiaso al limite dell'area ha portato al goal di Banda, a Cagliari Kalulu e McKennie hanno lasciato completamente solo Mazzitelli su un calcio di punizione, mentre con la Lazio il figlio d'arte Daniel Maldini ha sradicato il pallone dai piedi del capitano bianconero sorprendendolo alle spalle mentre stava cercando un compagno per lo scarico. Con il suo arrivo, Luciano Spalletti ha dato alla squadra un'organizzazione che può nascere solo dall'acquisizione di una fiducia che era da tanto che mancava dalle parti di Torino. Ha dato un metodo alla gioventù di Yildiz e Thuram, ha rigenerato McKennie e Locatelli e ha garantito solidità difensiva alla squadra con Kelly e, soprattutto, con il ritorno di Bremer. Ma l'equilibrio raggiunto, quello stesso equilbrio che ha riportato la Juventus tra le prime quattro in campionato dopo l'interregno di Tudor, quell'equilibrio che in alcuni momenti aveva permesso di trovare una sintesi nella dialettica tra chi anela al bel gioco e chi vuole solo una vittoria anche se brutta e cattiva, si rivela fragile se una piccola disattenzione è sufficiente a rompere una macchina quasi perfetta. 

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