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il racconto della finale

I Seattle Seahawks hanno vinto il Super Bowl. Bad Bunny ha fatto arrabbiare Trump

Giovanni Battistuzzi

Vuoi mettere l'effetto che fa fare adirare il presidente americano davanti a un pubblico mondiale? È quello che avranno pensato i boss della Nfl nell'organizzare lo spettacolo tra il primo e il secondo tempo della finale della stagione del football americano. Missione riuscita

Come sempre accade, che i New England Patriots e i Seattle Seahawks fossero una davanti all'altra per giocarsi il Super Bowl, in Europa interessava il giusto, quasi niente. Per la quasi totalità degli europei il football americano è appunto americano, un qualcosa sideralmente lontano. Che poi al Levi's Stadium di Santa Clara, California, i Seattle Seahawks abbiano battuto i New England Patriots per 29 a 13 interessava ancora meno. Tanto Tom Brady si è ritirato e si è pure separato da Gisele Bündchen. Il Super Bowl non è una finale in Europa, è un intervallo. Perché è nell'intervallo che accadono le cose più interessanti, almeno per noi ignoranti di palla ovale a stelle e strisce.

E infatti anche il Super Bowl del 2026, il sessantesimo della storia, ha confermato la regola. La partita, per lunghi tratti, è stata una specie di esercizio di resistenza: due attacchi bloccati, due difese feroci, una sequenza di punt, calci e corse che sembravano fatte apposta per accompagnare lo spettatore medio verso il frigorifero. Seattle avanti 9-0 all’intervallo, senza che nessuno avesse ancora varcato la end zone. Un Super Bowl che, per metà gara, sembrava voler punire chi si ostina a guardarlo solo per il football. Anche se, va detto, certe difese violente e determinate sono capaci di ancora di affascinare.

Poi però c’è tutto il resto. E il resto, come spesso accade, racconta molto di più dell’America contemporanea di quanto non facciano sack e intercetti. Anzi, l'America che prova a fare arrabbiare Trump, perché, lo sapevamo, quello era l'obbiettivo. Vuoi mettere l'effetto che fa fare adirare il presidente americano davanti a un pubblico mondiale? L'occasione fa sempre l'uomo ladro.

All’intervallo è arrivato Bad Bunny, e improvvisamente il Super Bowl è diventato qualcos’altro. Uno spettacolo quasi interamente in spagnolo, profondamente portoricano e quindi profondamente americano. Sul palco non c’erano solo coreografie e canzoni, ma simboli: le casitas colorate dei Caraibi, i campi di canna da zucchero, la piragua, il ghiaccio tritato delle strade di San Juan. C’erano Pedro Pascal, Jessica Alba, Cardi B. C’era un Grammy consegnato a un bambino seduto davanti a una televisione in bianco e nero, come a dire che il sogno americano, prima ancora di essere uno slogan, è un ricordo che si tramanda.

   

  

Alla fine Bad Bunny ha detto “God Bless America”, ma elencando l’America intera: Argentina, Messico, Guatemala, Venezuela, Canada, Stati Uniti. Le bandiere sul campo servivano a chiarire il concetto meglio di qualsiasi editoriale: l’America non è una, e non parla una sola lingua. Lady Gaga ha cantato in salsa, Ricky Martin è entrato in scena, e nel mezzo qualcuno si è persino sposato, pare davvero. Il Super Bowl come rito collettivo, fiera pop, messa laica e matrimonio improvvisato.

Non tutti hanno gradito. Donald Trump ha definito lo show “assolutamente terribile”, “uno schiaffo in faccia al paese”, lamentando che “nessuno capisce cosa dica questo tizio”. Una critica che dice più di chi la pronuncia che di chi la riceve. In risposta, l’organizzazione conservatrice Turning Point ha messo in piedi un “All American Halftime Show” alternativo, con Kid Rock, trasmesso da alcune reti locali. Due Americhe, due palchi, due idee di intrattenimento e identità che non si parlano più, se non per insultarsi. Non un gran successo.

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Intanto, negli spazi pubblicitari — trenta secondi a otto milioni di dollari — la birra, simbolo storico del Super Bowl, è quasi scomparsa. Al suo posto dodici spot sull’intelligenza artificiale e uno su Gesù. Anche questo è un segnale.

Quando la partita è ripresa, Seattle ha fatto quello che aveva fatto per tutta la stagione: ha difeso, ha colpito, ha aspettato. Tipo il Milan di Allegri, per far capire anche ai non esperti o appassionati di football americano. 

Sam Darnold, quarterback che sembrava perso e che invece ha trovato la redenzione, ha fatto il minimo indispensabile. Il massimo lo ha fatto la difesa dei Seahawks, che ha soffocato Drake Maye. Kenneth Walker ha corso, Jason Myers ha calciato, e alla fine il punteggio si è allargato fino a quel 29-13 che racconta una partita più sbilanciata di quanto non sia sembrata per tre quarti.