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il valore delle olimpiadi

Dopo Pechino, in Cina 300 milioni di persone praticano gli sport invernali

Moris Gasparri

Nel particolare matrimonio tra sport e potere che caratterizza la Cina post-maoista, gli sport invernali sono da qualche anno uno dei capisaldi della visione sportiva di Xi Jinping, che guarda oltre la dimensione manageriale e di marketing

C’è un episodio interessante legato alle Olimpiadi di Milano-Cortina, completamente passato sotto traccia nel nostro paese. Le troupe della tv di stato cinese sono sbarcate in Italia per coprire dal vivo l’evento già da inizio dicembre. Confrontare questo sentimento d’importanza con il manifesto disinteresse con cui la maggioranza degli italiani ha vissuto invece l’avvicinamento ai Giochi casalinghi è utile per avvederci delle diverse prospettive sul mondo e sulla storia contemporanea che lo sport ci offre. Le Olimpiadi, intese non solo nella loro dimensione sportiva, manageriale e di marketing, ma anche come custodia della loro forza simbolica profonda e come strumento di narrazione geopolitica, sono da tempo solo asiatiche. Quelle invernali sono ora Olimpiadi cinesi. Potrebbe sembrare una provocazione per l’Europa che le ha create e continua a dominarle nel medagliere, fatto ormai da celebrare come sorprendente e inedito nei nuovi equilibri geopolitici e geoeconomici del mondo globale, ma non lo è. Nel particolare matrimonio tra sport e potere che caratterizza la Cina post-maoista, gli sport invernali sono da qualche anno uno dei capisaldi della visione sportiva di Xi Jinping, nella loro capacità di raccontare la crescente potenza industriale e tecnologica della Cina: il popolo dei 300 milioni di cinesi che ora praticano sport invernali, che ha vissuto nei perfettamente organizzati Giochi casalinghi del 2022 l’evento quasi più importante della storia cinese, nella propaganda discorsiva di Xi.

 

 

Tutto questo perché, nell’armonizzazione degli opposti che caratterizza il pensiero cinese, gli sport invernali possono essere allo stesso tempo lo scatenamento tecnico di sapore faustiano delle aziende cinesi che disboscano montagne per costruire piste, impianti di risalita e di innevamento artificiale, o realizzano satelliti e intelligenze artificiali per le previsioni meteo, ma anche abbraccio bucolico con la natura e ricordo giovanile dei laghi ghiacciati attorno Pechino in cui uno Xi bambino e adolescente pattinava dopo la scuola. In quest’ottica sono le Olimpiadi estive ad apparire fin troppo semplici ed elementari: si corre oggi come tre millenni fa, si nuota come si fa da millenni, i contenitori degli spettacoli sportivi degli antichi romani erano più monumentali di quelli odierni. Vista da questa prospettiva sentiamo tutto il nostro declino italiano, dove organizzare grandi eventi è ormai sinonimo di affanno per consegnare in tempo gli impianti, una continua corsa a mettere pezze, ma c’è stato un passato in cui anche noi abbiamo vissuto questo tipo di orgoglio. La storia del distretto industriale di Montebelluna, proprio sotto le Dolomiti, è lì a dimostrarlo, con la visibilità delle Olimpiadi del 1956 e dei mitici scarponi in pelle indossati dal campione austriaco Toni Sailer che in pochi anni trasformò un distretto della concia calzaturiera nel distretto degli scarponi da sci in plastica, ancora oggi i più venduti e richiesti al mondo, regalandoci per gemmazione artigianal-industriale anche le scarpe da calcio dei campioni più iconici, a partire da Roberto Baggio. En passant, in omaggio a questo legame tra sci e calcio, Sofia Goggia che va in pellegrinaggio dal campione vicentino per apprendere saggezza è una pagina stupenda a prescindere da quali saranno i risultati della sciatrice bergamasca in quest’Olimpiade.

 

 

Di questi Giochi cinesi noi occidentali ci accorgeremo probabilmente poco, anche se due degli atleti più iconici che gareggeranno sono appunto cinesi, lo snowboarder Su Yiming e la freestyler Eileen Gu, icone globali di discipline acrobatiche, moderne, social, che continueranno a crescere nei prossimi decenni anche nell’era del riscaldamento climatico perché riproducibili in spazi limitati e anche a bassa quota, negli ski center indoor. Pensate davvero che siano delle distopie? O Su Yiming non si è forse allenato negli scorsi mesi a Riad, in mezzo al deserto? Al momento al coperto, in futuro chissà, sulla sabbia. In fondo è una sorta di inveramento del sogno dei bobbisti giamaicani che Disney ha effigiato per l’eternità in Cool Runnings. E Putin nel 2014 a Sochi non ha organizzato le prime Olimpiadi invernali marine della storia? Niente di più distante dunque dal sentimento europeo che in fondo vive le Olimpiadi invernali come evento sì importante ma minore, dimezzato nella partecipazione globale rispetto alle omologhe estive, in sofferenza rispetto agli scenari del cambiamento climatico e della sostenibilità dei costi organizzativi. Anche i norvegesi nel recente passato si sono rifiutati di organizzarle, loro dominatori del medagliere e realizzatori nella storia di una comunità fusionale con gli sport invernali così forte che Sua Maestà Olav V di Norvegia, in carica dal 1957 al 1991, era famoso per uscire da solo dalla residenza reale, prendere il tram e scendere a Holmenkollen per fare sci di fondo nell’anello in mezzo ai cittadini (“le mie guardie del corpo”).

Certo, non siamo al forum di Davos, oggi cominciano le gare e lo sport, soprattutto per noi italiani, è quel fenomeno di magia che sospende la realtà per crearne una seconda con regole proprie. Possiamo già facilmente prevedere cosa accadrà. La larga maggioranza che fin qui ha snobbato questo evento esulterà con la febbre dell’innamoramento rapido per i vincitori in cui gli italiani eccellono, in cui l’entusiasmo ci farà diventare esperti di ogni disciplina possibile anche se in realtà ignoranti. Poi i vincitori verranno invitati da Mattarella e dai grandi club di calcio per qualche post social nel pre-partita, per tornare poco dopo, tranne pochissimi casi, al loro anonimato. Sarà così ancora più che in passato, perché l’Italia arriva a questi Giochi con previsioni di medaglie importanti, con i nostri atleti potenzialmente da podio in tredici delle sedici discipline presenti, una poliedricità davvero unica al mondo. L’entusiasmo della salita sui carri e il cinismo della sua rapida discesa può infatti esistere perché c’è un fondamento su cui poggia, ed è un fondamento nobilissimo. L’Italia deriva le sue culture sportive olimpiche dalla sua ricchezza paesaggistica ed orografica (tranne che nel magico rovesciamento di Tomba) e dalla ricchezza locale dei suoi ingegni sportivi, spesso legati a figure e intelligenze visionarie e fondatrici, come nel caso di Paul Zingerle e dell’epopea del biathlon ad Anterselva. Tutto lo sport olimpico italiano è fondato su questo grande artigianato minore e poco noto al grande pubblico, che ci rende meno strutturati delle principali potenze straniere, ma ricchi di passione, perseveranza, dedizione e visione, fattori essenziali negli sport olimpici.

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