Gli sci di Dino Buzzati (foto LaPresse)

milano-cortina 2026

Dino Buzzati e Milano-Cortina 2026

Gino Cervi

Intervista a Valentina Morassutti, nipote dello scrittore che sognava le Dolomiti a Milano

I XXV Giochi olimpici invernali, per brevità chiamati Milano-Cortina 2026, che ieri, 6 febbraio, si sono inaugurati a Milano, stadio San Siro, che per due settimane si svolgeranno in molteplici località dell’arco alpino centro-orientale, tra Lombardia, Trentino-Alto Adige e Veneto, e che chiuderanno il sipario domenica 22 febbraio all’Arena di Verona – più o meno negli stessi luoghi, tra il 6 e il 15 marzo, si terrà anche la “coda” dei Giochi paralimpici invernali – non sanno che la sintesi visiva perfetta del loro evento era stata pensata e realizzata tanti anni fa. Molti anni prima che a qualcuno venisse in mente di organizzare un’edizione a geografia così eccentrica e di disegnare un ancor più astruso logo ufficiale che, diciamocelo, sembra uno scomposto metro a stecca da falegname.

Questo logo antesignano – che è pittorico, narrativo e, insieme, onirico – s’intitola Piazza del Duomo a Milano ed è un quadro dipinto del 1952. Vi è rappresentato, riconoscibile a prima vista, il soggetto dichiarato nel titolo: vale a dire la cattedrale gotica al centro, i grandi palazzi ai lati e, davanti, la vasta piazza-sagrato. Ma a osservare con più attenzione si svela l’inganno. Il Duomo, ovvero la facciata e le guglie, ha le sembianze di una parete dolomitica, fatta non del grigiorosato marmo di Candoglia ma dell’ambrata dolomia, la roccia sedimentaria carbonatica che prende il nome dal suo primo osservatore, il geologo francese Déodat Dolomieu. Se guardate bene anche le quinte laterali della piazza, la Galleria e i portici da una parte e il Palazzo Reale e l’Arengario dall’altra, si presentano come creste dirupate, solcate da camini e canaloni, e alla loro base ghiaioni e sfasciumi di detriti. Infine, la piazza non è una piazza, ma una verde prateria, una distesa malga dove contadini di montagna in miniatura sono intenti a sfalciare l’erba, a comporre covoni e a caricare carretti di fieno che immaginiamo odoroso.

Cosa fa questo quadro? Porta le Dolomiti a Milano. Come accade solo nei sogni, cenge e falesie, crode e pinnacoli, insomma quasi tutto l’immaginario dei Monti Pallidi, viene teletrasportato nel cuore di Milano. Chi avrebbe mai potuto immaginare una simile sovrapposizione di paesaggi? Forse solamente chi, per sua stessa e più volte ribadita ammissione, aveva l’anima inquietamente divisa in due, tra Milano e le Dolomiti: Dino Buzzati, scrittore prestato alla pittura, o forse viceversa.

Buzzati era profondamente milanese. Ha infatti sempre vissuto e lavorato a Milano. Ma nel cuore, nel sangue e nella testa si portava dentro le Dolomiti. Era nato nel 1906 alle porte di Belluno, a villa San Pellegrino, un’antica e nobile dimora di campagna da oltre due secoli di proprietà della famiglia Buzzati. Qui Dino tornava a ogni fine estate, prevalentemente a settembre. Villa San Pellegrino è un piccolo paradiso a poche centinaia di metri dal Piave, al riverente cospetto della Schiara – anzi “dello Schiara”, come prederiva dire e scrivere Buzzati – una delle più meridionali delle vette dolomitiche. Di certo non è la più famosa, ma è indubbiamente quella da lui più amata, proprio perché da sempre domesticamente e sentimentalmente familiare.

   

   

Le Dolomiti – e più in generale le montagne – Buzzati le ha fatte proprie. Le ha desiderate, immaginate, conosciute e praticate per una vita intera da escursionista, alpinista, sci-alpinista e sciatore da discesa. Buzzati, che ha scritto più volte che non passava notte a Milano, o quantomeno lontano dalle vette, che le montagne non venissero a trovarlo nei suoi sogni, è il perfetto trait-d’union tra due mondi così geograficamente lontani, come la metropoli lombarda e l’incantato regno dolomitico di Laurino, Milano e Cortina, come recita l’onnipresente brand di queste Olimpiadi invernali.

Valentina Morassutti è la bisnipote di Dino Buzzati. Sua mamma, Lalla Ramazzotti, era figlia di Angelina Buzzati, detta Nina. Nata nel 1904, Nina era la secondogenita di Giulio Cesare Buzzati, professore universitario di diritto internazionale a Pavia e alla Bocconi di Milano, e di Alba Mantovani, una bella signora di nobile stirpe veneziana (era discendente della secolare casata patrizia dei Badoer). Prima di Nina, nel 1903, era nato Augusto; Dino era del 1906; nel 1913 nasce Adriano, che poi diventerà un pioniere degli studi genetici in Italia e nel mondo.

"I quattro figli Buzzati erano legatissimi tra di loro, e ancora di più alla loro mamma, la mia bisnonna, che rimase vedova nel 1920 – racconta Valentina. – In particolare, la nonna Nina aveva un rapporto strettissimo con suo fratello Dino: condividevano intime confidenze e molte passioni. Tra queste quella della montagna. Non era per niente scontato che ottanta, novant’anni le donne fa infilassero gli scarponi e imbracciassero corda e piccozza per camminare per ore e ore e poi arrampicare in roccia. La nonna Nina lo faceva, era uno spirito libero. Si sposò a 18 anni con Giuseppe Ramazzotti, che tutti chiamavano Eppe. Mio nonno era un curioso talento poliedrico: faceva l’ingegnere – lavorò per anni alla Ducati – ma coltivava con meticolosa cura i più svariati interessi: dal disegno naturalistico all’entomologia, dai microscopi alle motociclette, dalla fotografia allo spiritismo (con molta divertita ironia, però). È stato un appassionato radioamatore e, negli anni Venti, aveva persino avviato un’attività industriale di produzioni di apparecchi radio, la RAM (Radio Apparecchi Milano). Divenne uno dei più grandi esperti mondiali di Tardigradi [sono microscopici animaletti a otto zampe che vivono nell’acqua o in ambienti umidi, come muschi e licheni, sono resistentissimi alle più diverse condizioni ambientali e, nel loro piccolissimo, hanno una bizzarra morfologica che li fa assomigliare a degli “orsetti”], e grazie a questo, a sessant’anni, ottenne anche un insegnamento universitario alla Statale di Milano. Ma soprattutto era un formidabile collezionista di pipe di ogni genere e foggia. Con lo zio Dino, di cui era amicissimo, scrissero e disegnarono insieme "Il libro delle pipe". Era anche lui un amante della montagna, anche se non sciava. Sciava invece la nonna Nina. Quando, con l’avanzare degli anni non si azzardò più a inforcare gli sci, saliva sulle piste con una bici da sci: l’abbiamo conservata in villa".

Villa San Pellegrino, all’ombra dello Schiara, oltre a essere un incantevole luogo di pace e di bellezza – in parte è stato adattato a Bed & Breakfast: il che rende vivibile, oltre che visitabile, quell’affascinante pezzo di mondo che si ritrova anche nei racconti e nella produzione figurativa di Buzzati – dal 2006 è sede di un Centro Culturale che promuove eventi dalle mostre ai concerti, dai convegni ai reading teatrali. Valentina Morassutti, insieme alla sorella Antonella, ne è l’anima e l’animatrice. "L’Associazione prende il nome dal Granaio, uno splendido edificio secentesco, preservato nella sua monumentale e al tempo stesso semplice integrità architettonica. Il Granaio – dove Buzzati e il nonno Eppe si divertivano a evocare il fantasma della villa – è stato recentemente oggetto di un restauro e di una rifunzionalizzazione dello spazio al pianterreno. Reso completamente accessibile, adesso il Granaio è pronto ad ampliare la proposta culturale del Centro. Oltre agli appuntamenti che ne hanno già caratterizzato l’attività in questi vent’anni, abbiamo avviato l’allestimento espositivo di documenti, manoscritti, riviste, libri e oggetti che amplificano il fascino narrativo e poetico di questo luogo, il suo genius loci. Con la collaborazione dell’Università di Padova e dell’Associazione Internazionale Dino Buzzati di Feltre, si è iniziato anche un lavoro di catalogazione del materiale bibliografico e non solo per la costituzione di un fondo Villa Buzzati".

Perché Villa Buzzati non è solo Dino Buzzati, ma anche la storia di una grande, articolata e disseminata famiglia, la cui vicenda, da sola, meriterebbe un romanzo, una saga corale di quelle che oggi hanno successo editoriale. "Lo zio Dino è morto nel 1972 che io ero un ragazzina – continua Valentina – Ho però il ricordo delle estati passate insieme qui in villa. Lo zio aveva un aspetto austero nel vestire, nel parlare, con cui mascherava la sua tenace timidezza verso il mondo. Ma in famiglia sapeva essere tenero e affettuoso. In montagna, poi, come raccontava la nonna, sapeva essere persino ridanciano e burlone. Ricordo che da piccola avevo il terrore dei temporali estivi, avevo paura di essere colpita da un fulmine. Lo zio mi spiegò, ironico e bonario, che era molto più rischioso che io continuassi a succhiarmi il pollice, che chissà quanti microbi mi mandavo giù… Tutti i racconti dello zio Dino e della montagna, e della neve e dello sci, mi sono però arrivati dalla nonna e, soprattutto, da mia mamma Laura, detta Lalla. Lei era del 1925 e fin da ragazzina veniva portata in montagna dai genitori, dallo zio Augusto e dallo zio Dino. La mia mamma aveva anche un grande talento per la pittura che ha coltivato fin da ragazza, seguendo studi artistici e prendendo lezione anche da pittori famosi, come Felice Casorati e Mario Vellani Marchi, ma che ha espresso solo molto dopo. Lo zio Dino le è stato molto vicino, sia nelle infinite escursioni alpine, sia nel stimolarla nel disegno e nella pittura, ma Buzzati diceva che i colori fuggenti e cangianti delle Dolomiti erano impossibili da riprodurre in pittura. Fu invece Gabriele Franceschini, famosa guida alpina, e grande amico e compagno di ascensioni di Buzzati, a convincere brava la mamma a dedicarsi ai soggetti alpini. Ecco, forse i quadri di mia mamma ci sono riusciti, o forse ci sono andati molto vicino, soprattutto nel coglierne l’incanto e l’anima più elegante e profonda delle Dolomiti".

Dino Buzzati amava la neve e amava sciare. Si può dire che, a più riprese e in vari contesti, sciando per i pendii di quasi tutto l’arco alpino e poi scrivendo articoli sul “Corriere della Sera”, racconti d’invenzione, e altri contributi editoriali, abbia vissuto e descritto come nessun altro scrittore-sciatore l’evoluzione della pratica sciistica nel corso del Novecento, dall’epoca dei pionieri di inizio secolo alle più moderne trasformazioni delle tecniche, degli stili e delle mode turistiche.

"A Villa Buzzati, ma anche nelle nostre case di Milano, incrociavano maestri di sci e giornalisti del 'Circo bianco' – continua Valentina - Ad esempio Franco Mandelli, che nei primi anni Sessanta Buzzati conobbe, diventandone poi amico, in occasione della traduzione dal tedesco di un manualetto che divulgava la nuova tecnica austriaca del wedeln, lo 'scodinzolo'; o Rolly Marchi, giornalista, alpinista che accompagnò Buzzati, come regalo di compleanno per i sessant’anni, nella sua ultima ascensione, sulla Croda da Lago: fu Rolly a ideare la 3-Tre, la celebre pista di Madonna di Campiglio, e a organizzare il Trofeo Topolino, gara internazionale per talenti in erba; o infine Giuseppe Pirovano, il Piro, guida alpina e inventore dell’ “Università dello sci”, al Passo dello Stelvio. Era un mondo che guardava alla montagna e alla neve come a un sogno e a uno stile di vita. Fin da ragazzina ho respirato quelle atmosfere, quelle suggestioni che profondamente influenzato le mie scelte. Per anni ho fatto della montagna e dell’alpinismo una mia ragione di vita e ancora oggi ho scelto di vivere a contatto con le Dolomiti, tra San Pellegrino e San Martino di Castrozza".

Valentina è figlia di Lalla Ramazzotti e Bruno Morassutti, celebre architetto che nel 1958, a San Martino realizzò una meravigliosa villa ispirata alla filosofia del suo maestro d’oltreoceano, Frank Lloyd Wright, straordinario esempio di armonia estetica tra abitazione e paesaggio. Buzzati stesso dedica a quella casa un suo articolo uscito su “Domus” nel 1966, intitolato D’accordo con le Montagne.

Buzzati, dunque, ha scritto di neve e di sci con quella sua inconfondibile cifra stilistica, sospesa tra precisione narrativa e invenzione favolistica. Lo ha fatto quando rievocava la prima volta che mise gli sci: aveva diciassette anni e, insieme ad altri due amici, era andato a noleggiarli al CAI di via Silvio Pellico. Erano partiti in treno, e poi in corriera, per raggiungere Barzio, in Valsassina: la meta era un rifugio "abbastanza primitivo, senza riscaldamento, naturalmente, senza neppure custode durante l’inverno" ai Piani di Bobbio. Sci e sacchi in spalla, per una mulattiera prima, quindi con interminabili e faticosi zig-zag nella neve lungo pendii sempre più ripidi, arrivarono al rifugio a notte fonda e alla sola luce della luna. Per tenere a bada la sete, mangiarono delle arance: "Quegli aranci mangiati al lume di luna li ricordo come una delle esperienze più delizione della mia vita". Quello era lo sci, l’unico possibile nei primi decenni del Novecento, e che oggi si chiama sci-alpinismo, per la prima volta, in queste Olimpiadi milanesi-dolomitiche divenuto disciplina olimpica (non senza qualche polemica, a dire il vero).

È Buzzati che rievoca la prima apparizione a Milano di un paio di sci, anzi di ski come si diceva alle origini – I due inseparabili gemelli come li chiama nel titolo di un pezzo del 1952 – , nella piazzetta del Camposanto dietro l’abside del Duomo, un dicembre del 1900: l’occasione (1952) celebra l’anniversario giubilare della fondazione dello Sci Club Milano (1902).

È Buzzati che celebra il trionfo delle salite artificiali a metà degli anni Trenta, "delle funivie, delle teleferiche, delle funicolari, delle sciovie, delle scioslitte, delle slittovie e di quanti mai ordigni sono stati escogitati per risparmiare la fatica di salire a piedi. Si ha unicamente sete di discesa". Buzzati è attento a puntare il dito, ma sempre con umoristico distacco, contro le speculazioni e le esasperazioni del fenomeno dello sfruttamento sciistico della montagna in inverno; ma siccome non è un passatista, è pronto a celebrare il successo di Cortina dopo lo svolgimento delle Olimpiadi del 1956 (È aumentata di statura Cortina stazione invernale), con l’apertura di nuove piste e impianti alle quote più alte o la bellezza dei canaloni di Madesimo e delle Tofane.

È Buzzati che ammira l’estetica delle forme anche nell’esercizio sportivo: dedica infatti pagine e pagine ai cambiamenti di tecnica sciistica, entrando puntualmente nel merito degli stili di conduzione, dalle inclinazioni del corpo alle piegature delle ginocchia, alla sinuosità o alla rigidità dei movimenti di anche e di busti. Sempre mettendo in gioco l’ironia, descrive l’Assurdità dello sci (così s’intitola un articolo pubblicato sulla rivista mensile del Touring Club Italiano all’inizio degli anni Cinquanta), giocando sul paradosso che dopo millenni in cui l’umanità si teneva alla larga dai rigori estremi della montagna in inverno, da quando lo sci alpino è diventato una moda "l’uomo, una volta messi gli sci ai piedi, ha smarrito il ben dell’intelletto" e passa il tempo tra "orrendi capitomboli, pestandosi, storcendosi, slogandosi, bagnandosi, rompendosi perfino tibie e femori… Ma siccome è di moda la sofferenza diventa paradiso".

Infine, è sempre Buzzati che sulle nevi di Innsbruck e dintorni va alla ricerca dello spirito di Olimpia. Lo fa dal 29 gennaio al 10 febbraio del 1964 in tredici scintillanti pezzi per il “Corriere della Sera”, per il quale è inviato alla IX edizione dei Giochi olimpici invernali. "Lo spirito d’Olimpia – scrive Buzzati – è una specie di Puck, grazioso e spensierato folletto che ha bisogno di allegria come del pane; e, a sua volta, diffonde buonumore, gioia di vivere e appetito. Dove c’è lui, tutto sale di tono, tutto diventa elettrico ed eccitante: ed una vana esaltazione si produce negli animi. Di questa grande festa sportiva rappresenta lo stato di grazia".

Chissà se, tra una Coca-Cola e una Visa Card, tra una transazione elettronica di Alibaba e un servizio finanziario-assicurativo di Allianz, il vecchio Dino saprebbe intercettare l’imprendibile baluginio dello spiritello olimpico anche a Milano-Cortina 2026, tra San Siro e il Duomo di Milano, tra il Sorapiss e la Croda da Lago.

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