Foto ANSA
Il Foglio sportivo
Arianna Fontana, la nostra signora del ghiaccio
Sei Olimpiadi e 11 medaglie dopo, non c’è un’atleta azzurra che abbia vinto tanto quanto lei ai Giochi: “Oggi l’emozione è più profonda e intensa di vent’anni fa”
La signora del ghiaccio non ha ancora finito di stupire. Vent’anni, sei Olimpiadi e 11 medaglie dopo, Arianna Fontana è ancora qui con un Tricolore in mano e tanta voglia di arricchire un medagliere che ha già scritto la storia dei Giochi invernali. Dall’incoscienza giovanile di Torino, con il primo bronzo in staffetta, ai Giochi della maturità di Milano ne sono passate di storie. Belle e brutte, come il processo di mobbing contro i compagni di squadra che aveva accusato di averla fatta cadere intenzionalmente (“Rifarei tutto, ma adesso il focus è sui Giochi: al passato non penso più. Quello lo considero un capitolo chiuso”). Non c’è un’atleta azzurra che abbia vinto tanto quanto lei ai Giochi. Ha superato Belmondo e Vezzali con il suo sorriso dolce, ma soprattutto con la sua cattiveria agonistica. La settimana scorsa ha portato la Fiaccola a casa sua a Berbenno in Valtellina, alla Cerimonia inaugurale ha portato la bandiera, ruolo che aveva già avuto in Corea. Cose che capitano ai monumenti come lei o Mangiarotti.
È alla sua sesta Olimpiade: a Torino aveva 15 anni, oggi quasi 36: come cambia l’emozione?
“Cambia completamente. A 15 anni vivi tutto come un sogno gigantesco, senza filtri: sei travolta dall’entusiasmo, dall’incoscienza, dall’idea che “tanto è già incredibile essere qui”. Oggi l’emozione è più profonda, meno esplosiva ma molto più intensa. La vivi con consapevolezza: sai quanto costa arrivarci, quante rinunce ci sono dietro, quante volte poteva andare diversamente. È un’emozione più matura, più vera”.
Il suo giorno olimpico più bello tra quelli che hai vissuto?
“Direi il giorno dell’oro nei 500 a PyeongChang 2018. Non solo per la medaglia, ma per come l’ho vinta: in controllo totale, lucida, presente. È stato il giorno in cui ho sentito di essere diventata davvero l’atleta che volevo essere”.
Ha portato la bandiera in Corea: quanto è stato diverso sfilare a San Siro?
“È stato emotivamente devastante, in senso positivo. In Corea era un onore enorme, ma qui è casa. Sfilare davanti alla tua gente, nella città simbolo dello sport italiano, era qualcosa di difficile anche solo da immaginare senza emozionarsi. E quando il presidente Buonfiglio mi ha telefonato per dirmelo mi sono seduta e per dieci secondi buoni sono rimasta ammutolita, in totale choc”.
Dopo tutto quello che ha vinto, cosa la mette ancora davvero in difficoltà prima di una gara?
“Il controllo delle aspettative. Non mie, ma degli altri. Quando diventi ‘quella che deve vincere’, il rischio è perdere il contatto con il tuo processo e pensare solo al risultato. La vera sfida oggi è restare centrata su di me e sul mio processo, non su quello che rappresento”.
Lo short track è uno sport di istinto o di controllo? In pista vince di più la testa o il corpo?
“È un equilibrio perfetto. L’istinto ti fa sopravvivere in mezzo al caos, ma senza controllo non arrivi mai davanti. Vince la testa che sa usare il corpo: la vera differenza la fa la lucidità nelle frazioni di secondo”.
C’è una medaglia che, riguardandola oggi, racconta una Arianna diversa da quella che è adesso?
“Sì, il bronzo di Vancouver 2010. Oggi lo guardo e vedo una ragazzina che stava ancora imparando a perdere, a gestire la pressione, a conoscersi. È la medaglia dell’ingenuità, ma anche della crescita”.
Come è cambiato il suo modo di gestire la pressione da quando è diventata un punto di riferimento?
“Prima cercavo di scacciarla. Oggi la accolgo. Ho capito che la pressione è solo energia: se la combatti ti schiaccia, se la trasformi ti spinge. Lavoro molto di più sull’ascolto interno, sul respiro, sulla chiarezza mentale”.
Nel suo sport il confine tra rischio e aggressività è sottilissimo: come si impara a non superarlo?
“Con l’esperienza e con l’errore. Devi cadere, sbagliare, farti male (non solo fisicamente) per capire dove sta il tuo limite”.
Quanto conta oggi il lavoro mentale rispetto alla preparazione fisica rispetto a dieci anni fa?
“Conta almeno il doppio. Dieci anni fa si pensava: ‘se sei forte fisicamente, il resto viene’. Oggi sappiamo che senza solidità mentale non reggi una stagione, figuriamoci un’Olimpiade”.
Se potesse cambiare una cosa del sistema sportivo italiano per chi inizia ora, quale sarebbe?
“La cultura del risultato immediato. Si bruciano troppi talenti perché si chiede di vincere subito, invece di crescere bene. Servirebbe più pazienza, più educazione al fallimento”.
Si sente più atleta, più leader o più esempio? E quale pesa di più?
“Mi sento ancora prima di tutto atleta. Ma il ruolo che pesa di più è quello di esempio, perché non lo scegli: te lo ritrovi addosso. E sai che ogni gesto parla anche per altri”.
Quando smetterà di gareggiare, cosa le piacerebbe che restasse di Arianna Fontana nello sport italiano?
“Vorrei che restasse l’idea che si può essere competitive senza perdere umanità. Che si può vincere tanto restando fedeli a se stessi. E che la longevità non è solo fisica, ma soprattutto mentale”.
il valore delle olimpiadi