Foto LaPresse

chiave di A - come suona il campionato

Quando finirà l'abbuffata di Serie A inizierà il campionato vero

Enrico Veronese

La scorpacciata sta per finire, la Serie A è pronta a ritrovare il suo tempo ordinario: classifica corta, nervi tesi, talenti che brillano o si spengono e la sensazione che lo scudetto si decida più contro le piccole che negli scontri diretti

La grande abbuffata di Serie A post natalizia sta per finire, e come l’Epifania si porta via tutte le feste, per tornare al tempo ordinario quando il calcio mandato dall’alto (eat it!) non è né troppo, né poco. Lo scontro al vertice tra Inter e Napoli niente cambia negli equilibri, ma psicologicamente cambia tutto: ora ce la si gioca con le piccole, un campo dove i nerazzurri hanno mostrato di saper venire a capo meglio degli avversari, più stimolati dai big match.

    


   

La playlist della ventesima giornata di Serie A


   


   
Ma attenzione: se la Juventus dovesse battere la Cremonese nel posticipo del lunedì, la classifica - che registra intanto la naturale risalita dell’Atalanta - reciterebbe Inter 43, Milan 40, Napoli, Roma e appunto Juve a 39. All’apparenza tutto diventerebbe possibile, in realtà per portare in salvo “l’antico vaso” dello scudetto occorre la concomitanza di fattori quali la rosa numerosa, il disimpegno dalle competizioni europee, un clima armonioso tra proprietà, panchina e campo.

A proposito, i toni aspri delle recriminazioni tra le contendenti di San Siro non sono affatto nuovi, ma è logico pensare si protrarranno per tutta la stagione, rinverdendo ataviche rivalità extrasportive in voga tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta: certo è che l’ennesimo caso-Conte, con l’espulsione sguaiata da figlio della tempesta, le accuse di vergogna e le periodiche conferenze stampa fatte di pizzini ad Aurelio de Laurentiis, non aiuta verso la clamorosa conferma tricolore.

Antonio dà, Antonio toglie: lo sanno bene all’Inter come alla Juve, ma il saldo parla a favore del tecnico e delle sue puntuali reinvenzioni. Leggi alla voce Scott McTominay: uscito da Manchester come operaio qualificato di centrocampo, si è scoperto tuttocampista offensivo in riva al Golfo, capace di leggere le situazioni d’attacco e di sfuggire ai radar altrui. In più, dopo il suo secondo goal ha sfoderato inedite doti di leader non più silenzioso, spronando la squadra a vincere. “You're every schoolboy's dream, you're Celtic, United”, quando Rod Stewart preconizzava l’eroe scozzese.

Per un campione di fatto imprescindibile, la stagione azzurra rischia di svalutare un gioiello del calcio italiano come Alessandro Buongiorno, che nelle geometrie variabili del mister leccese ormai gioca titolare quando mancano altri. Sperando sia solo un appannamento, anche in chiave Nazionale, non è molto diversa la situazione di Riccardo Orsolini a Bologna: lo scorso anno decisivo, ultimamente meno. Tanto che Vincenzo Italiano non si fa remore a tenerlo in panchina.

A proposito di Bologna: settimane a evidenziarne la crisi e a magnificare giustamente il Como dei miracoli, poi arriva il match in riva al lago tra i rossoblu in difficoltà e i lariani in ascesa esponenziale, e per poco non prevalgono i primi, sfoderando attributi d’acciaio. Fàbregas per una volta deve ringraziare un’invenzione del suo mago Martin Baturina, così come Alberto Gilardino si gode la bellezza a giro di Matteo Tramoni: “you spin me round”, cantavano i Dead or Alive. Ovvero la differenza che fa avere un trequartista da goal pregiati quando ti devi salvare.

Ma c’è un’altra bellezza, più emotiva, che ammanta i risultati del weekend: per la seconda volta la Lazio riesce a vincere in trasferta nonostante situazioni assai critiche, come le due espulsioni di Parma e lo smantellamento da mercato di gennaio a Verona. Via il Taty Castellanos, lontano pure Matteo Guendouzi, nessuno invidia Maurizio Sarri: che dall’alto della sua conoscenza del calcio e della psicologia, rafforza l’esistente e lo puntella di goal decisivi nei minuti finali, urlando contro il cielo in attesa di tempi migliori. Dall’altra parte del Tevere, la Roma ci sta credendo col cervello: subisce un po’ le sfuriate del Sassuolo, si infrange contro la parete di cristallo del portiere Arijanet Murić (nomen omen), rispolvera le doti di Stefan el Shaarawy e non si toglie dai piani nobili.

Almeno, si dirà, questa scorpacciata di turni -compreso l’infrasettimanale pressurizzato per accelerare verso i già ipertrofici Mondiali- porta in dote qualcosa di cui parlare. Ma se poi si leva lo sguardo all’Inghilterra, dove i believer del Macclesfield Town (sesta categoria) eliminano i detentori del Crystal Palace dalla FA Cup, è facile comprendere che le buone pratiche da imitare per dare nuova vita a un torneo anodino come la Coppa Italia sono concetti iraniani per chi governa il pallone da queste parti. E quindi “lascia che sia, quello che dev’essere sarà”, canta Emma Nolde nella più bella hit di gennaio, forse ignara di raccontare la cifra distintiva della pigra Italia 2026.

Di più su questi argomenti: