(foto LaPresse)

tra calcio e cinema

Ah, se Osimhen (ma anche De Laurentiis) si togliesse la maschera

Maurizio Crippa

La sceneggiata triste di un Napoli che a inizio stagione. dopo aver vinto lo scudetto, è già in piena crisi (o quasi)

Se Osimhen si togliesse la maschera. Eh, se Osimhen si togliesse la maschera… Se Osimhen si togliesse la maschera, migliaia di ragazzini napoletani, ma anche di napoletani infantilmente tifosi adulti, sentirebbero uno strappo peggio che al cuore, all’anima. Peggio che sputare su un talismano. Finirebbe l’incantesimo, come Sansone senza capelli, come Zorro con la faccia nuda. La fine di tutto, e di certo della magia, della Smorfia, che ha portato la primavera scorsa lo scudetto che oggi, già periclitante, tutta Napoli si porta sul petto. Ma Zorro Osimhen la maschera se l’è tolta, e non solo per sfanculare in campo Rudy “sergente” Garcia. La ridicola sceneggiata, strilli da vaiassa, sua e del suo procuratore che per un destino cinico e baro si chiama Calenda, la minaccia di far causa al club per via di contenuti “inaccettabili”, un “danno serissimo”, di alcuni video che lo perculavano e misteriosamente (o no?) apparsi sui social del Napoli, fa molto ridere. Ma è anche un gettare la maschera: Victor Osimhen, l’eroe dello scudetto, s’è probabilmente già pentito, vista la rapida e inarrestabile trasformazione della carrozza dorata di Spalletti in una zucca sgonfia, di aver giurato eterno amore, di aver firmato o rifiutato clausole contrattuali, di aver accettato un po’ di soldi ma certamente meno di quelli che gli avrebbero dato in Arabia, a Madrid o in qualsiasi altro posto dotato di padroni con le tasche piene. Quindi adesso fa le bizze, ma sbaglia anche i rigori, e prima o poi qualcosa le bizze producono, nel delirante mondo del calcio.

 

Ma se togliesse la maschera anche Aurelio De Laurentiis. Ah, se togliesse la maschera anche De Laurentiis… La sceneggiata napoletana sarebbe più semplice, anzi banale. ADL ha creato da quasi nulla una società ben piantata sulle gambe, e nella città che per un imprenditore è più infìda dei Campi Flegrei, la sua è un’impresa, chapeau. Ma il primadonnismo, l’aureliocentrismo, in un calcio che voglia essere moderno e adatto all’Europa, non paga, non regge. A Napoli tutti pensano (e a Napoli pensare è anche meglio di sapere) che il disastroso (per la squadra) addio di Spalletti nasce lì, da lui. E anche la fuga, forse più grave per il futuro, del maître à acheter Giuntoli. E pure qualche svarione di mercato frutto di micragna e poca lungimiranza. Ah, se Osimhen e il suo datore di lavoro, il gatto e la volpe della bella favola (già finita?) di Napoli, si togliessero la maschera. 

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"