separato in casa

I risentimenti del vecchio Cristiano Ronaldo

Ruggiero Montenegro

"Mi sento tradito": il portoghese sembra aver ormai dismesso i panni del campione, si sfoga in pubblica piazza e se la prende tutti tranne che con se stesso. Certo, a Manchester hanno tante responsabilità, ma è stato Cr7 a cacciarsi in questa brutta storia, vittima della vanità e dell'ambizione

Non parlava da un po' e forse era meglio così. Perché ultimamente ogni volta che parla - o che fa una smorfia su quella panchina dell'Old Trafford, dove è ormai spesso relegato - ciò che se ne ricava è sempre la stessa, spiacevole, sensazione. Quella di un uomo, di un campione, che non ha capito come funziona lo sport. Che non vuole capire che in fondo la parabola dello sportivo è, con tutte le sue specificità, anche la parabola dell'uomo qualunque. C'è un tempo per tutto, ma quel tempo non è mai per sempre. E vale anche se ti chiami Cristiano Ronaldo: il portoghese è tornato a parlare dopo un periodo di silenzio, si è sfogato con un'intervista che sarà trasmessa sul canale inglese Sky TalkTV, tra qualche giorno e di cui il Sun anticipa ampi stralci.

  

"Mi sento tradito", dice Cr7, prima di prendersela con tutti. A Manchester, il palcoscenico che lo ha consacrato al grande calcio e sul quale sperava di rilanciarsi per un grande finale di carriera, nulla è andato come sperava. Lo hanno reso la "pecora nera del club", il colpevole di tutto quel che non funziona, racconta l'ex di Real Madrid e Juventus. Colpa dell'ambiente e degli allenatori, già tre da quando è tornato in Inghilterra. E se per Ole Gunnar Solskjaer - mandato via dopo poche settimane dall'arrivo di CR7 - la stima non può mancare, di Ralf Rangnick dice: "Non l'avevo mai nemmeno sentito nominare".  Ma è l'attuale allenatore Erik ten Hag il vero bersaglio: "Non ho rispetto per lui perché non mostra rispetto per me. Se non hai rispetto per me, io non avrò mai rispetto per te."

 

Con il tecnico olandese, che lo ha anche sospeso il mese scorso, quando Ronaldo si è rifiutato di entrare nel finale della partita con il Tottenham guadagnando anzitempo la via degli spogliatoi, i rapporti sono ai minimi già da tempo. Perché per un fuoriclasse capace di battere ogni record è impensabile essere trattato come uno qualunque: è impensabile che la squadra non gli sia costruita attorno, anche quando il fisico chiaramente non è più quello di una volta. Certamente, anche ten Hag c'ha messo del suo, quando per esempio ha chiesto a CR7 di entrare nei minuti di recupero come si fa con i giovani della primavera, per regalare un esordio e soprattutto per perdere tempo. Ma il punto non è questo, non solo.

  

Così, intanto, si è arrivati a quello che Ronaldo definisce il "periodo più difficile della della mia vita, personalemente e professionalmente". Nonostante qualche mese fa sembrava che la seconda esperienza a Manchester fosse prossima al tramonto. Proposto alle squadre di mezza Europa, si è sentito rispondere: no, grazie. "Ci sono persone che al Manchester non mi vogliono. Hanno cercato di mandarmi via, di farmi diventare un capro espiatorio". Un problema, qusta volta, anche più grande di ten Hag: "Non parlo solo dell'allenatore, ma anche dei dirigenti", ha aggiunto Ronaldo. E chissà se lo ha detto rimpiangendo tutte le volte che questa estate ha rifiutato una riduzione di stipendio, rimanendo in una squadra, lo United, "che non è sulla strada giusta e lo sanno tutti, a cominiciare da Sir Alex Ferguson".

 

Ma è difficile, a dire la verità, che tutto questo Cr7 lo abbia scoperto oggi e non già ad agosto. Quando ha deciso non fosse ancora il caso di scendere a compromessi, con se stesso e con il calcio. Perché sarà pur vero che a Manchester non ne azzeccano più una da tempo e che "non hanno avuto nessuna empatia nemmeno quando mia figlia di tre mesi era malata" – un altro dei duri attacchi dell'attaccante – ma le principali responsabilità sono quasi tutte le sue, di Cristiano Ronaldo. È lui che in fondo si è cacciato in questa brutta situazione, dove mai dovrebbe finire uno che ha vinto 5 palloni d'oro e 5 Champions League. Uno così dovrebbe saperlo quando è il momento di fare, se non un passo indietro, almeno un passo di lato. O comprendere che arrivati a un certo punto, va bene anche il ruolo di comprimario, che nulla toglie a una carriera eccezionale. E che anzi, ritornare a una dimensione umana – saltare una partita a 37 anni per giocare quella dopo – vuol dire aggiungere, non di certo sottrarre. L'ambizione può essere la molla del trionfo, ma anche una condanna. Dipende dalle stagioni (della vita).

 

E invece Ronaldo ha scelto di fare diversamente, arrivando a spiattellare tutto il suo malumore, il suo risentimento, in pubblica piazza come un qualsiasi giocatore di bassa categoria. Dopo questa intervista, dopo tante bordate al club, sembra molto difficile che il numero 7 più famoso del mondo possa solcare ancora il prato di Old Trafford. Per il momento pensa al Qatar, ai Mondiali e a "vincere per il Portogallo"; dopo verrà il resto, una soluzione quale che sia.

E c'è da sperare che davvero vada così, che le smorfie e le parole siano finite. Perché di questo passo, il rischio - ed è un rischio che si fa più consistente ogni volta che apre bocca - è che alla fine ci si possa di ricordare di lui per le sparate di fine di carriera, per l'ìncapacità di fare i conti con la vanità e con la realtà, piuttosto che per gli infiniti record. E sarebbe un gran peccato. A 37 anni è difficile rialzarsi, specie se si cade dal punto più alto di tutti. Meglio planare, in cerca di un atterraggio comodo. Magari facendosi ricordare per tutto quello che di straordinario, di irrepetibile, è stato realizzato. Sul campo, s'intende. 

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