Il foglio sportivo - that win the best

Ma a chi interessa davvero la sostenibilità del calcio?

Jack O'Malley

Vogliono farci andare allo stadio a piedi, mangiare sano, non stampare i biglietti… ma lasciateci tifare

Bisognerebbe prendere appunti, studiarlo ai master di management sportivo, farlo vedere nelle scuole e nei pub, l’esonero di Ole Gunnar Solskjaer dal Manchester United. È vero, l’uomo del gol vittoria nella folle finale di Champions del 1999 sarebbe stato perdonato e applaudito anche se avesse sacrificato le primogenite di tutti i tifosi dei Red Devils sul campo di Old Trafford, ma se pensate all’imbarazzo di come la Juventus ha salutato Pirlo alla fine della scorsa stagione, capite che comunque c’è modo e modo. Nel video in cui l’allenatore norvegese saluta commosso la sua squadra del cuore dicendo che continuerà a tifarla non c’è nulla di finto. Resta il fatto che il Solskjaer è un allenatore mediocre, non è riuscito a cambiare granché di una squadra sulla carta fortissima, non le ha dato un’identità né tanto meno continuità, alternando vittorie incredibili a sconfitte pietose. Soprattutto, e allo United la cosa conta, non ha vinto niente.

 

Vedremo adesso cosa combinerà Ralf Rangnick, preso ad interim fino a giugno e poi con due anni di contratto da consulente. Se l’anno prossimo arrivasse anche un grande allenatore ci sarebbe finalmente un’idea di programmazione a Old Trafford, roba che non si vede dai tempi di Sir Alex Ferguson, e i Red Devils potrebbero tornare a lottare davvero per il primo posto. Al momento l’unico primo posto per cui i rossi di Manchester combattono è quello della classifica della BBC per la squadra più sostenibile, una delle tante degenerazioni che negli ultimi anni hanno trasformato il calcio in un inserto di Repubblica su Greta Thunberg. Poiché le rotture di coglioni ci seguono ovunque, la propaganda verde ha ormai travolto in pieno anche lo sport, con tanto di guide paternaliste per sensibilizzarci a un tifo più rispettoso dell’ambiente. 


Andate allo stadio a piedi, intima ancora la BBC, in bici o in treno. E se proprio dovete usare l’auto, condividetela con altri amici tifosi. Attenti a cosa mangiate prima, durante e dopo la partita, se addentate un hamburger o osate addentare una barretta di cioccolato siete dei criminali, meritate un rigore inesistente contro al 90’, una retrocessione. Se siete vegani, la Champions League. Guardando la tabella dell’impatto ambientale dei cibi da consumare allo stadio ho avuto una irrefrenabile voglia di mangiare manzo vietnamita con il riscaldamento a palla, ma poi la palla mi è caduta leggendo la lezioncina sulla raccolta differenziata delle (comunque sconsigliate) lattine di birra, l’elogio dei “bicchieri mangiabili” del Manchester City e il consiglio di non stampare il biglietto se no l’Amazzonia brucerà. E poi non comprate le magliette della vostra squadra del cuore tutti gli anni, e se lo fate almeno indossatele, stronzi. Perché il moralismo ci ha inghiottiti fino a questo punto, perché dobbiamo sentirci in colpa anche se seguiamo la nostra squadra di calcio, perché dobbiamo avere il problema di essere sostenibili anche quando sosteniamo i nostri colori? Lo stadio era rimasto uno dei pochi posti al mondo in cui i sensi di colpa restavano fuori dagli spalti. Adesso che non possiamo più fischiare, fare cori contro gli avversari, dobbiamo mangiare da schifo, occuparci di quanti alberi pianta il presidente della nostra squadra per andarne fieri, presto forse cantare sottovoce per non emettere troppa CO2, ma chi ce lo fa fare?