Una manifestazione nell’area di Ginza, a Tokyo, contro i Giochi olimpici la cui cerimonia d’apertura dovrebbe tenersi il 23 luglio prossimo (Ap/Hiro Komae) 

Tokyo 2020, Giochi maledetti

Giulia Pompili

Le Olimpiadi, il rilancio internazionale e l’incubo del Giappone. Ma è anche grazie ai mega eventi che l’Asia ha cambiato faccia

Pubblichiamo in anteprima un estratto del libro “Sotto lo stesso cielo” (Mondadori) di Giulia Pompili in libreria da martedì 15 giugno.

 

C’è una strana passione che lega tutti i paesi dell’Asia orientale: quella per i Giochi olimpici. Sempre più città, in tutto il mondo occidentale, fuggono all’idea di dover ospitare manifestazioni sportive così imponenti e rischiose dal punto di vista della resa mediatica e dell’indotto economico – il caso di Virginia Raggi, che da sindaca di Roma nel 2016 ritirò la candidatura ai Giochi olimpici del 2024 è emblematico: lo fece perché il suo partito, il Movimento cinque stelle, sosteneva che ci sarebbero stati troppo spreco e troppa corruzione. Ma soprattutto in occidente, in generale, è finita quella tradizione dell’epoca bellica, o della Guerra fredda, per cui gli eventi sportivi erano usati per mostrare forza e orgoglio, e le imprese sportive erano trasformate in dimostrazioni di prestigio. La promozione culturale e turistica oggi passa per altri canali, e lo sport si guarda in tv. O peggio: come nel caso di Rio de Janeiro nel 2016, i Giochi olimpici rischiano di esporre il paese ospitante alle critiche internazionali, per le fragilità dell’organizzazione oppure per il sistema politico (succede periodicamente ancora oggi con la Russia e la Cina). 

In Asia è tutto diverso: i Giochi olimpici sono soprattutto una gara di esposizione mediatica, che ha a che fare con l’indotto turistico, certo, ma soprattutto con la promozione di sé e la rivendicazione del proprio sistema come modello. E’ la differenza tra l’andare a un gran ballo oppure organizzarlo. 

Se fossimo a un corso di relazioni internazionali, dovremmo sottolineare l’importanza che danno i paesi dell’Asia orientale alla cosiddetta “public diplomacy”, che in italiano viene spesso tradotta con diplomazia culturale ma è molto di più: la diplomazia pubblica è il sistema con cui un paese si rivolge non alle istituzioni straniere ma alla gente, usando l’arte, la letteratura, lo sport, il pop e l’intrattenimento di massa. 

Per la Repubblica popolare cinese i Giochi olimpici del 2008 servivano a dimostrare soprattutto ai paesi occidentali che Pechino era tornata, dopo il secolo delle umiliazioni, più forte che mai. I funzionari cinesi hanno sempre ignorato le critiche e le chiamate al boicottaggio da parte del resto del mondo. E’ anche per questo che la Cina si è battuta per ottenere le Olimpiadi invernali del 2022, cioè l’edizione subito successiva a quella di PyeongChang, in Corea del sud. Il messaggio da mandare, quattordici anni dopo Pechino 2008, è: nessuno organizza i grandi eventi come noi, cioè come una grande potenza responsabile. E voi che volete boicottarci per le presunte violazioni dei diritti umani, guardate a quello che succede nei vostri confini. 

Le ultime edizioni olimpiche, però, hanno dimostrato una volta di più che le variabili nell’organizzazione di certe feste globali sono tantissime, e nel caso di Tokyo che basta un minuscolo virus a scombinare tutti i piani. 

Alla cerimonia di chiusura dei Giochi olimpici estivi di Rio de Janeiro, nell’agosto 2016, a un certo punto spunta fuori da un tubo verde Super Mario, o meglio: Jumpman, il celebre idraulico di origini italiane della Nintendo, uno dei campioni nazionali giapponesi. L’uomo che fa il cosplay – un’attività molto popolare in Giappone, che significa vestirsi e interpretare un personaggio famoso e soprattutto legato ai cartoni animati o ai videogame – indossa la riconoscibilissima tuta blu e il cappello rosso. Un riferimento divertente e popolare al passaggio ufficiale della torcia olimpica: da Rio, l’edizione successiva dei Giochi estivi si svolgerà a Tokyo, nel 2020. Ma quando il cosplayer si toglie baffi, cappello e tuta, ecco che, contro ogni aspettativa, si rivela essere il primo ministro Shinzo Abe. Ancora oggi, se digitate su Google “Shinzo Abe Super Mario”, finite dentro a una delle immagini più popolari del Giappone contemporaneo. Meme, battute, ma soprattutto celebrazioni. Nessuno avrebbe mai pensato che un serissimo conservatore come il primo ministro avrebbe potuto vestirsi da Super Mario per promuovere i suoi Giochi olimpici. E invece.

La comparsata di Shinzo Abe alla cerimonia conclusiva di Rio 2016, con tanto di cosplay, è il simbolo di tutto l’investimento fatto dalla politica giapponese per l’edizione dei Giochi del 2020. Le Olimpiadi della rinascita, del rilancio del Giappone, specialmente dopo il sorpasso economico della Cina e dopo la tragedia del terremoto, dello tsunami e dell’incidente nucleare di Fukushima del 2011. Ma non è la prima volta che la capitale giapponese ha a che fare con le Olimpiadi, e anzi, con il loro rinvio. Anche la volta precedente di Tokyo città ospitante delle Olimpiadi si parlava di rilancio e di rinascita – e sappiamo quanto il cerchio che si chiude, l’identico che ritorna, sia importante per la cultura asiatica. Anche quella volta era stata un’edizione “riparatrice”.

Per capire questa operazione di self branding bisogna tornare indietro di parecchio. Tokyo avrebbe dovuto essere la città ospitante della manifestazione sportiva più importante del mondo nell’edizione estiva del 1940. 

L’assegnazione era stata ufficializzata nel 1936: ben prima di Seul 1988, per la prima volta nella storia, il Comitato olimpico internazionale aveva scelto una città asiatica. Per il Giappone imperiale, ospitare il resto del mondo sul proprio territorio significava “cercare di rappresentare se stesso ideologicamente durante l’importante congiuntura storica degli anni Trenta. La cultura giapponese era stata politicizzata durante la preparazione dei Giochi del 1940, un modo per mobilitare ideologicamente le masse nipponiche e giustificare l’espansione dell’Impero giapponese in Asia. Il governo giapponese metteva in relazione in modo evocativo la sua definizione di cultura nazionale e le Olimpiadi, così da giustificare la retorica sempre più evidente del Giappone liberatore dell’Asia”, scrive la storica Sandra Collins in un libro del 2007 imprescindibile per capire la politica delle Olimpiadi, “The 1940 Tokyo Games: The Missing Olympics. Japan, the Asian Olympics and the Olympic Movement”. Ma col passare del tempo, “mentre Tokyo veniva messa sempre più sotto scrutinio e isolata da parte della comunità internazionale occidentale, il governo giapponese guardava ai Giochi del 1940 come una forma di ‘diplomazia delle masse’, durante gli anni critici tra le due Guerre”. 

Nel 1936 i Giochi della XI Olimpiade si erano svolti a Berlino, in pieno nazismo, ed era stato  imbarazzante per la comunità internazionale vivere un momento di armonia e sport in mezzo a show militari e nazionalismo. Pochi mesi dopo, il Giappone aveva riaperto le ostilità con la Cina, ed erano iniziati i ripensamenti da parte degli Alleati, soprattutto nel Regno Unito e in America: mandare gli atleti a svolgere le gare oppure boicottare, in segno di protesta?
I Giochi olimpici sono una faccenda complicata, i boicottaggi ancora di più – come abbiamo visto durante gli anni della Guerra fredda e come dimostrano i tentativi odierni di boicottaggio dei Giochi ospitati dalla Cina. A risolvere in qualche modo l’imbarazzo occidentale ci pensò il Giappone stesso, che nel 1938 rinunciò alle Olimpiadi perché la guerra contro la Cina “richiedeva una mobilitazione fisica e spirituale dell’intero Giappone”, insomma: c’erano altre priorità. Il Cio decise di spostare a Helsinki, la capitale della Finlandia, i Giochi, ma poi lo scoppio della Seconda guerra mondiale costrinse la comunità internazionale a una decisione storica – e ancora oggi unica: le Olimpiadi vennero annullate per due edizioni di seguito, nel 1940 e nel 1944. 

Per i molti anni a seguire il Giappone fu impegnato nella ricostruzione. Fino a quando non tornò il suo momento. I Giochi della XVIII Olimpiade, ospitati da Tokyo nel 1964, aperti ufficialmente dall’imperatore Hirohito, furono uno spettacolo senza precedenti. Per la prima volta l’Asia orientale era al centro del mondo, anche grazie alla prima diretta televisiva via satellite, e soprattutto non c’entrava la guerra (anche se nello stesso periodo il governo americano dava il via all’offensiva in Vietnam). Il Giappone aveva la possibilità di un riscatto, d’immagine e identitario. La torcia olimpica venne fatta passare attraverso Hiroshima, dove vent’anni prima era stata sganciata la bomba. Il teodoforo che accese la torcia finale, il 10 ottobre 1964, dentro  allo Stadio Olimpico di Tokyo, era Yoshinori Sakai – atleta e velocista nato il 6 agosto 1945 a Hiroshima, qualche ora dopo lo scoppio della bomba atomica. 

 […] Una cinquantina di anni dopo i fasti di quella edizione, il Giappone si stava preparando a una nuova edizione olimpica – dopo aver ospitato, nel frattempo, anche due Olimpiadi invernali, quelle di Sapporo (nel 1972) e quelle di Nagano (nel 1998). “Uniti dalle emozioni” era il motto dei Giochi olimpici che inizialmente erano previsti nell’estate del 2020 a Tokyo e poi sono stati rinviati al 2021, in una delle edizioni più complicate e a rischio della storia. 

Tra i funzionari governativi più famosi per le dichiarazioni eccentriche e le gaffe internazionali, Taro Aso (ex primo ministro, vicepremier e ministro delle Finanze dei governi di Shinzo Abe e Yoshihide Suga) è uno che alle Olimpiadi ci tiene parecchio anche per esperienza personale: non solo ha fatto parte della nazionale giapponese di tiro a segno, ma nel 1976 ha partecipato ai Giochi olimpici di Montreal. Il 18 marzo 2020, prima dell’ufficializzazione del rinvio, durante un’audizione al Parlamento giapponese ha detto quello che nessuno si sarebbe mai aspettato da un funzionario pubblico. Ha detto: “Come accade ogni quarant’anni, queste Olimpiadi sono maledette” riferendosi ai Giochi del 1940 e poi a quelli ospitati da Mosca nel 1980, boicottati dall’alleanza occidentale per via dell’invasione dell’Afghanistan. 

E forse proprio per non abbandonarsi all’idea dei Giochi olimpici colpiti da maledizione, per molto tempo, all’inizio del 2020, il Giappone ha pressoché ignorato l’epidemia di virus Sars-Cov-2 che si stava diffondendo nei paesi limitrofi. Fino a quando, d’accordo con il Cio, il governo giapponese ha capito che con le restrizioni di viaggio e la situazione dei contagi che si evolveva velocemente, era molto probabile che diversi paesi avrebbero rinunciato a inviare i propri atleti. 
Il rinvio è costato moltissimo ai budget di Tokyo e del governo in termini di visitatori (ne aspettavano 10 milioni) e di indotto da sponsor e manifestazioni parallele. Ma a contribuire all’etichetta di “Olimpiadi maledette”, e a mettere nei guai l’immagine pubblica che il Giappone avrebbe voluto promuovere di sé con la manifestazione, non è stato solo il virus. 

Dopo l’assegnazione, il governo di Shinzo Abe aveva nominato presidente del Comitato organizzatore delle Olimpiadi di Tokyo Yoshiro Mori, una figura pubblica piuttosto nota in Giappone. Mori, classe 1937, è stato più volte ministro e per un anno (tra il 2000 e il 2001) perfino primo ministro giapponese. E’ famoso soprattutto per le sue dichiarazioni spesso controverse e per il suo carattere politico, non sempre apprezzabile.  […] I problemi sono esplosi all’inizio del 2021, quando durante una riunione in cui si parlava di quote rosa, Mori ha detto: “Di solito alle riunioni dove ci sono troppe donne tra i partecipanti si perde più tempo del necessario, a causa del loro forte senso di rivalità: se una alza la mano per parlare poi anche tutte le altre vorranno parlare”. Come prevedibile, le proteste sono arrivate da ogni parte del mondo.  […] Alla fine è stato costretto alle dimissioni. 
 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.