Anche il pallone deve convivere con il virus

Aspettiamo prima di fare il funerale al calcio

Meno bollettini e allarmismo, più elasticità e adattamento. La Serie A è malconcia ma viva

Piero Vietti

Praticare l’allarmismo è nocivo, fermarsi ogni tre giorni per fare il funerale alla Serie A con previsioni nefaste, chiedersi se il campionato così è valido e se non sarebbe il caso di fermare tutto, non ha senso.

In un lungo  editoriale pubblicato sulla sua newsletter Lo Slalom, Angelo Carotenuto ieri poneva una domanda interessante: il pallone italiano interessa sempre meno ai tifosi? Partendo dal  flop di ascolti registrato dalla Nazionale contro la Moldova, sottolineava  il fatto che se è vero che il calcio in periodo di pandemia dovrebbe aiutare a divertirsi e distrarsi, “gli italiani hanno invece preferito intrattenersi, se non divertirsi, con altro”. Perché? Forse la colpa è dello spettacolo così così che soprattutto certi dirigenti stanno offrendo, in un momento in cui ci sono preoccupazioni più grandi di sapere se la nostra squadra giocherà con la difesa a tre o il centrocampo a rombo? Ora, scriveva ancora Carotenuto, bisogna “evitare che tutte le partite siano considerate una Italia-Moldova. Cioè superflue rispetto alle priorità che ognuno sta ridefinendo in casa”. La sala comandi del calcio è vuota, conclude l’editoriale dello Slalom, le società vanno avanti come se niente fosse, il pallone italiano è destinato a cadere nel baratro.

La questione è ben posta,  l’analisi forse un po’ troppo tranchant. Usare gli ascolti di una partita amichevole di una Nazionale senza giocatori di Inter, Milan e Juve in campo per concludere che ai tifosi sia passata la voglia di guardare partite in tv è un po’ precipitoso. Vero è che lo spettacolo della Serie A (e non solo) giocata dentro a stadi vuoti è molto deprimente, e concorre ad allargare il solco che si percepisce tra quel mondo e la società civile. Ma la colpa non è certo di dirigenti e giocatori in questo caso. Viviamo un tempo precario, dobbiamo forse abituarci a soluzioni precarie, accettare l’anormalità di un campionato più simile a quello vinto dai Vigili del fuoco di La Spezia nel 1944 che a tutti gli altri.

Da quando abbiamo erroneamente deciso che il calcio deve dare il buon esempio pretendiamo da dirigenti e calciatori improbabili comportamenti  virtuosi. Non risulta che la Asl di Napoli abbia impedito a qualche cittadino campano negativo al tampone ma a contatto con qualche positivo di lasciare la regione, grazie a Dio, eppure ci raccontiamo che non avere fatto giocare il Napoli a Torino domenica scorsa abbia evitato una strage. Non si può fare finta che sia tutto come prima, ma neppure mettersi a lutto prima che il calcio sia morto. Se intanto noi giornalisti non facessimo soltanto i diffusori di bollettini sul numero di positivi asintomatici di questa o quella squadra con toni tragici, forse i tifosi capirebbero che il calcio, come tutti, deve convivere con il virus, adattandosi e sapendo che il protocollo che vale oggi magari domani non andrà più bene. Praticare l’allarmismo è nocivo, fermarsi ogni tre giorni per fare il funerale alla Serie A con previsioni nefaste, chiedersi se il campionato così è valido e se non sarebbe il caso di fermare tutto, non ha senso. Una volta capito che dalla politica non può sperare di avere grandi aiuti (lo spiega bene Umberto Zapelloni nel suo articolo su "Spadafora ministro contro lo sport" sul Foglio Sportivo, lo ha reso evidente ieri il governatore della Campania Vincenzo De Luca, attaccando la Juventus, “società senza onore”, come un tifoso qualsiasi al bar), il calcio come tutti noi dovrà adattarsi e cambiare per sopravvivere. Ma darlo per morto già a ottobre è un esercizio pessimista che la pur acciaccata e litigiosa Serie A non merita. Non ancora, almeno. 

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  • Piero Vietti
  • Torinese, è al Foglio dal 2007. Prima di inventarsi e curare l’inserto settimanale sportivo ha scritto (e ancora scrive) un po’ di tutto e ha seguito lo sviluppo digitale del giornale. Parafrasando José Mourinho, pensa che chi sa solo di sport non sa niente di sport. Sposato, ha tre figli. Non ha scritto nemmeno un libro.