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Balotelli è surrealista

Giovanni Battistuzzi

Lode al suo calcio senza il controllo esercitato dalla ragione e senza alcuna preoccupazione estetica o morale. I trent'anni di Balo e l'arte di fare ciò che si vuole del proprio talento

La soddisfazione è una funzione a due variabili. La prima ha che fare con l'attesa, entra nel campo dell’immaginazione, si veste di ciò che ambiremmo vedere realizzarsi: un girovagare in un futuro ipotetico; la seconda è invece un salto nel passato, un collage di quello che è successo, che abbiamo visto e percepito. È un rapporto complesso, intimo, non sempre razionale. Molte volte è un inganno, una trappola nella quale cadiamo per nostra iniziativa. Sarà forse per questo che il Presidentissimo del Pisa Romeo Anconetani diceva, con asburgico raziocinio – era nato in una Trieste da poco italiana, ma ancora mitteleuropea per cultura e tradizione –, che quando acquistava un calciatore “non mi aspetto nulla da lui, anzi. Sono sempre convinto di aver preso un brocco. Se va bene mi gaso, se non va bene non m’ammazzo”. Per cambiare le cose c’era sempre una via di fuga, un santuario dove andare in pellegrinaggio e avere fede in un’intercessione dall’Alto. 

 

Esiste nello sport un rapporto a volte sincero, molte volte strambo con la fede, spesso più simile alla taumaturgia che alla religione. Un rapporto che si innesca non solo per chi lo sport lo fa, ma anche, e spesso soprattutto, per chi lo sport lo guarda. Il tifoso prega e impreca, si affida al cielo e con il cielo se la prende. Quasi sempre rende dogma la parabola dei Talenti, su tutto la sua conclusione: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.  

 

Lo sportivo che spreca il proprio talento è più che un peccato, è un’occasione mancata. È un reietto, qualcuno da cancellare dalla memoria. Un po’ perché vale la regola dell’“avessi io il suo talento”, un po’ perché si entra nel sistema gravitazione della soddisfazione e lì, tanto più erano alte le attese, tanto più grande è la delusione. 

 

Per Gianni Brera il calciatore ideale era colui che sapeva fondere in un sol gesto tecnica sopraffina e dinamismo atletico, lucidità tattica e dedizione al collettivo. E il momento giusto per fare tutto ciò al meglio era quando la curva ascendente dell’esperienza raggiungeva quella discendente dell’atletismo. E ciò avveniva, in una buona maggioranza dei casi, tra i ventisei e i trent’anni, età limite oltre la quale l’incontro non poteva esserci. 

 

Mario Balotelli oggi compie trent’anni, la soglia limite breriana. E mai come ora appare come “il servo malvagio e pigro” della parabola dei Talenti. Perché quando si vede un giocatore che a diciassette anni si presenta al calcio con una doppietta alla seconda partita in carriera in Serie A e distribuisce a destra e a manca numeri di classe e una superiorità fisica a volte irrefrenabile, è facile immaginare un futuro di grandi numeri e tanti gol.

 

 

Mario Balotelli in questi anni ha invece segnato a ondate, illuso spesso, giocato poco e deluso chiunque abbia continuato ad avere fiducia in lui. È successo al Manchester City, si è ripetuto a Liverpool, al Milan, a Brescia. 

 

Eppure non c’è peccato in tutto questo. E non c’è spreco. Balotelli non ha sprecato il suo talento, l’ha solo centellinato, rarefatto, utilizzato a suo piacimento, quando ne aveva voglia. Non ha sentito la necessità di diventare il più forte, nemmeno forte. L’ha trasformato nel talento del vivacchiare, del godimento del presente senza avere l’assillo del futuro. Si è creato la sua dimensione appartata, lontano dagli assilli della gloria e del successo. Poi, ogni tanto, ha deciso che ciò che sapeva fare era giusto farlo vedere. E così ha ripreso il pallone tra i piedi, l’ha accarezzato e maltrattato come un’attaccante deve fare.

 

 

Balo ha calpestato la continuità, relegandola a lampo, ha infranto le aspettative, trasformandole in attese. E poco importa se a volte sembravano infinite. Ogni tanto Balotelli ha sospeso il tempo, scostato il sipario, è riapparso, riuscendo a fare ciò che ormai è sempre più raro, creare stupore, realizzare l’inconsueto e, facendo questo, trasformarlo in incomprensibile. Ha applicato al pallone razionale e computerizzato, gestito da ingegneri biomeccanici e analisti di big data, la lezione surrealista. Il suo calcio al di fuori d'ogni controllo esercitato dalla ragione e fuori d'ogni preoccupazione estetica o morale è forse un calcio di un talento sprecato. Ma in un mondo che al Buon Pastore non crede quasi più, dov’è il peccato? 

 


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