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La birra scorre a fiumi nei dintorni di Anfield

La squadra più bella d’Inghilterra vince il campionato, Klopp piange e Liverpool si risveglia felice

26 Giugno 2020 alle 17:55

La birra scorre a fiumi nei dintorni di Anfield

Foto LaPresse

[Anticipiamo un articolo del numero del Foglio Sportivo in edicola domani e domenica. L'edizione di sabato 27 e domenica 28 giugno la potete scaricare qui dalle 23,30 di venerdì 26 giugno]

 


 

Adesso che è successo davvero, adesso che il Liverpool è campione d’Inghilterra trent’anni dopo l’ultima volta – dove eravate, voi, trent’anni fa? Quasi tutti i giocatori dei Reds non erano neppure nati – adesso che la retorica può scorrere a fiumi come la birra (poche squadre al mondo attirano epici luoghi comuni come il Liverpool: this is Anfield, you’ll never walk alone, Red or dead…), adesso che non c’è più nessuna maledizione, e a Manchester stanno vivendo come una ferita mortale questo titolo vinto dai nemici più odiati, Jürgen Klopp può essere messo accanto a Bill Shankly, Bob Paisley e Joe Fagan – gli allenatori che hanno vinto tutto con i Reds – senza timore di essere blasfemi.

 

Arrivato cinque anni fa a Liverpool come allenatore bravo e moderno, sì, ma con l’etichetta di manager incapace di vincere le finali, Klopp è diventato una cosa sola con la città, i tifosi, lo stadio, i giocatori. Ha però dovuto aspettare quattro anni prima di vincere un trofeo, la Champions League dell’anno scorso: un’eternità nel calcio di oggi che tutto mastica, divora e vomita. Quattro anni in cui la simbiosi con il Liverpool è diventata gioco, intelligenza, tattica, preparazione, studio ma anche febbre, grinta, follia, sudore e pianto (vi avevo avvisati sulla retorica).

 

Sei anni fa sulla stessa panchina c’era Brendan Rodgers, e il Manchester City era già l’avversario da battere. Quando sembrava che finalmente tutto potesse tornare a posto, e i Reds vincere il campionato 24 anni dopo, il capitano più amato, Gerrard, era scivolato sul pallone a centrocampo, contro il Chelsea, facendo partire un contropiede che avrebbe significato sconfitta, depressione e sorpasso del City. Lo scorso anno Klopp se l’è giocata fino all’ultima giornata, quando è stato ancora il City a bruciare i sogni di Anfield. Vinceremo l’anno prossimo, saranno trent’anni e sarà ancora più bello, si dicevano i tifosi per consolarsi. Così è stato, in una stagione in cui la vittoria finale non è mai stata neppure lontanamente in discussione. Ma è pur sempre il Liverpool, non poteva filare tutto liscio: il virus , il lockdown, le morti, la Premier League sospesa, l’incubo che tutto venisse annullato, o che il titolo di campioni fosse consegnato in segreteria. Certo, non ci sarà l’urlo di Anfield, le lacrime sotto la Kop, le sciarpate e i brividi nello stadio più bello del mondo (qualcuno ha già pigramente parlato di “beffa del destino” da qualche parte, scommetto). È stato ancora il Chelsea a decidere, come nel 2014: ha battuto il Manchester City giovedì sera, e a quel punto la distanza dai Reds è diventata irrecuperabile per la squadra di Guardiola. Liverpool campione d’Inghilterra, e Klopp che scoppia a piangere in diretta tv, ringrazia tutti, fa dediche, piange ancora, tenta un “festeggiate nel vostro cuore e nella vostra testa, restate a casa”, ma mentre lo dice sa che questo suo invito a non creare assembramenti non potrà essere preso sul serio. Il calcio è ancora uno dei pochi luoghi in cui la vita contempla il rischio e lo sfida. Fanculo i distanziamenti, se il prossimo è fra altri trent’anni sarò già morto di noia o di vecchiaia, hanno pensato i tifosi prima di ritrovarsi in strada a cantare, abbracciarsi, bere e accendere fumogeni. Roba da mandare in tilt qualunque app di tracciamento. Ed è giusto così. Anche se tutti sappiamo che questo titolo è il primo di una serie che il Liverpool di Jürgen Klopp vincerà nei prossimi anni. Confermando ancora una volta una grande legge del calcio inglese: basta avere pazienza, e aspettare. Quattro o trent’anni.

Jack O'Malley

Jack O'Malley nasce a Sheffield quando lo United era in seconda divisione. Dopo un'infanzia felice trascorsa nel cottage di famiglia nello Yorkshire, si trasferisce nella capitale per iniziare una lunga carriera in tutti i settori del giornalismo, fino ad approdare – dopo una parentesi di dieci anni in Italia – all'argomento che più ama: la Premier League. Adora il tè delle cinque, le passeggiate col suo setter nella calma di Hyde Park e non disdegna un buon bicchiere di brandy. Pensa che non ci sia nulla di più bello di Londra avvolta dalla nebbia o sotto la pioggia. Uomo dallo spiccato sense of humour, per il Foglio scrive ogni martedì di calcio inglese nella rubrica "That win the best", titolo che non lo entusiasmava finché dalla redazione non gli hanno spiegato che era la citazione di un film italiano. E' su twitter.

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