Union-Hertha, il derby che non lo è mai stato

Giovanni Battistuzzi

La caduta del muro, le due facce di Berlino e quella partita, diventata storia, che ora ritorna in Bundesliga senza la retorica del 1990

Quando Dirk Greiser passò il gagliardetto a Olaf Seier, si bloccò per scrutarlo con attenzione. Non lo trovò molto diverso da lui. Lo stesso mento prominente, lo stesso naso, lo stesso mullet in testa, quello che lui aveva tagliato per l’occasione. Di quell’acconciatura corta davanti e sui lati e lunga dietro se ne era liberato da poco. Sua madre era stata chiara a riguardo: “Togliti quella lontra che hai in testa che ti vedranno in tutto il mondo”. Era il 21 gennaio 1990 e quel giorno all’Olympiastadion di Berlino c’erano 51.270 spettatori, giornalisti da tutta Europa, telecamere che avrebbero trasmesso le immagini in mezzo mondo. E tutto per un’amichevole, per Hertha Berlin-Union Berlin, per un derby che di derby non aveva niente, perché Hertha e Union non erano rivali pur essendo compagini di una stessa città, si piacevano reciprocamente pur non essendosi mai incontrate, erano afflitte da uno stesso senso di alterità. C’era un muro a dividerle, quello che era caduto da pochi mesi, la stessa sensazione di essere diverse a unirle. Da un lato una squadra relegata in un altrove geografico e sportivo, quella della Berlino ovest, esclusa dagli investimenti che avevano reso grandi Bayern, Amburgo, Stoccarda e Borussia Mönchengladbach, dall’altra una formazione di reietti della Ddr, fuori dai circoli di potere, fuori dalle preferenze di regime, ultima degli ultimi, almeno nella scala gerarchica della politica della Germania dell’est.

 

In quel 21 gennaio 1990, quelle due solitudini calcistiche si unirono nella Wiedervereinigungsspiel, la partita della riunificazione, quella tra Berlino est e Berlino ovest, quella tra le due Germanie. 

 

 

“Fortunatamente però il calcio dimentica in fretta”, ha detto alla Bild nel settembre del 2010 René Adamczewski. Quella partita Adamczewski, centrocampista dell’Union nato e cresciuto a Berlino est, la giocò. Ma di quella partita non vuole più sentir parlare. Perché “è stata storia, era la cosa giusta da fare. Ma ora basta: Hertha e Union sono squadre della stessa città, non possono essere affratellate, è una cosa contronatura”. Erano quelli i giorni della prima sfida ufficiale tra le due compagini, il primo derby in campionato, anche se in 2. Bundesliga (la Serie B tedesca ndr). Le due tifoserie non si risparmiarono cori di scherno e insulti. Qualcuno ne rimase colpito, addirittura seccato.

 

Eppure non c’è niente da stupirsi di tutto ciò. Come non ci sarà nulla da stupirsi ogg se dagli spalti dello Stadion A der Alten Försterei questi insulti risuoneranno ancora durante Union-Hertha. Ma almeno questa volta in Bundesliga. 

 

L’Hertha di allora non è l’Hertha di oggi. E neppure l’Union, anche se ne ricalca fortemente i valori di sempre. I derelitti di Berlino, quelli detestati dai comandi della Ddr in quanto espressione di un sindacato eterodosso dei metalmeccanici di Köpenick (quartiere a sud-est della capitale tedesca), quelli che mai hanno vinto un titolo nella Germania est, si sentono ancora alterità come un tempo: espressione di un calcio popolare, fatto di foga e voglia di rivalsa. Contro tutto e contro tutti. Soprattutto contro quel calcio ricco che strizza l’occhio alla finanza, quello che ha conquistato anche l’Hertha.