Tifare contro

Il calcio è una cosa troppo seria

Giovanni Francesio

Negli anni della disintermediazione radicale, della connessione perenne e della crisi della rappresentanza, sembra che il calcio in sé si faccia politica a tutti gli effetti

Hai voglia a dire che bisogna tenere la politica fuori dagli stadi. Anche mio nonno me lo diceva sempre, “non bisogna mescolare politica e sport”, poi però tifava contro il Brasile perché Socrates era comunista. Non c’è niente da fare: la politica, negli stadi, ci entra sempre, e da tutte le parti. Nell’ultima settimana abbiamo visto davvero di tutto, tanto che quello che è accaduto in Bulgaria, nella partita contro l’Inghilterra, sospesa due volte per cori razzisti e braccia tese, è forse la cosa meno grave, e di sicuro la meno seria. Molto, ma molto più serio, e più grave, che i giocatori turchi, quasi tutti, non proprio tutti, abbiano esultato – due volte!, prima con l’Albania e poi con la Francia – mettendosi sugli attenti e facendo il saluto militare ai tifosi sugli spalti, gesto ultranazionalista, iperpolitico, e di esplicito sostegno all’aggressione turca ai curdi. E questa, per l’Uefa, è una bella grana, perché è facile fare i fenomeni e usare il pugno di ferro quando ci sono di mezzo i tifosi, ma è molto, molto più complicato quando ci sono di mezzo i giocatori, e una federazione importante come quella turca (e come sempre, quando piove, diluvia: la finale di Champions 2020 dove dovrebbe tenersi? A Istanbul, naturalmente).

 

Il capo ufficio stampa dell’Uefa è andato immediatamente in confusione – ma non riusciamo a infierire, poveretto anche lui – e si è lanciato in dichiarazioni goffamente contraddittorie, conclusesi con un imbarazzante “devo consultare il regolamento”. Dopo di che, la Uefa ha dichiarato di aver “aperto un’indagine”. Cosa ci sia da indagare, non si sa. Delle due l’una: o i giocatori lo hanno fatto di loro spontanea volontà, e non possono farlo; o erano pesantemente condizionati, e anche questo, ovviamente, non si può fare. Comunque sia, non è possibile che su un campo da calcio, durante una gara ufficiale, dei giocatori si schierino apertamente a favore di un intervento militare, di una guerra. Una cosa così non può passare in cavalleria, pena la perdita definitiva di credibilità di un’intera organizzazione, di un intero sistema. Intanto, in Spagna, siamo al tutti contro tutti, e qui la politica e il calcio non solo si toccano e si mescolano, ma finiscono per diventare sostanzialmente la stessa cosa. Del resto, il Barcellona questa commistione ce l’ha quasi per statuto, e la rivendica con orgoglio nel suo motto, “Més que un club”: per cui, dopo gli arresti dei leader indipendentisti, la società catalana si è subito schierata con un comunicato ufficiale, ha annullato tutti gli eventi pubblici in programma, e ha annunciato che a fine a novembre, a Madrid, contro l’Atletico, giocherà con la quarta maglia, quella che ricorda la bandiera indipendentista; così, per stemperare (e Barça-Real del 26 ottobre, è stata rinviata per motivi di ordine pubblico). Bon poteva mancare Guardiola, che infatti da Manchester ha sparato a palle incatenate contro gli arresti, e a sua volta è stato attaccato pesantemente dalla destra spagnola.

 

Con buona pace delle frasi fatte e delle buone intenzioni, è probabilmente ormai sbagliata la premessa: non ha più senso parlare di calcio “contaminato” dalla politica: negli anni della disintermediazione radicale, della connessione perenne e della crisi della rappresentanza, sembra che il calcio in sé – grazie alla sua impareggiabile forza aggregativa ed emozionale – si faccia politica a tutti gli effetti. Maradona, anni fa, aveva già capito: “Occupati di politica internazionale”, disse a un giornalista. “Il calcio è una cosa troppo seria”.

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