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Cent'anni di Gianni Brera (e di Coppi)

Oggi il giornalista avrebbe compiuto 100 anni. Nell'inverno del 1958 Brera fece salire l'Airore a bordo della sua 1100. Un viaggio a bassa velocità per necessità di ascolto. Un racconto

8 Settembre 2019 alle 17:56

Cent'anni di Gianni Brera (e di Coppi)

Foto tratta dalla pagina Facebook de La Mitica

Nell'inverno del 1958 Gianni Brera (di cui si festeggiano oggi i cent'anni dalla nascita) fece salire Fausto Coppi a bordo della sua 1100. Un viaggio a bassa velocità per necessità di ascolto. Lì l'Airone raccontò al giornalista la sua carriera, i suoi ricordi, le sue ambizioni.

 

Questo racconto (Millecento) è tratto da "Alfabeto Fausto Coppi", il libro di Giovanni Battistuzzi e Gino Cervi (Ediciclo editore), che attraverso novantanove storie e una canzone racconta il Campionissimo.

 


 

Un giorno d’inverno del 1958

 

Gianni Brera guidava piano. Quel giorno nell’abitacolo della sua Fiat 1100, sulla via Emilia, tra Milano e Bologna, a non più di 80 chilometri all’ora, Fausto Coppi e Giulia Occhini erano suoi ospiti a bordo.

 

Brera stava raccogliendo dalla voce di Fausto la storia della vita del campione. L’avrebbe poi rielaborata, in forma di biografia romanzata. Per un po’ di volte si erano trovati nella casa milanese di via Cesariano, alla presenza di un comune e fraterno amico, Mario Fossati.

 

Ma quel giorno entrambi dovevano recarsi a Bologna, per lavoro, e decisero che la ormai consueta chiacchierata l’avrebbero condotta strada facendo. La compassata andatura di Fiordiligi – così Brera aveva ribattezzato, ariostescamente, la sua autovettura – indisponeva non poco la Dama Bianca, che già rimpiangeva le nervose accelerate della sua Lancia Gran Turismo. Fausto, invece, da quell’irritazione sembrava divertito al punto da confessare all’amico giornalista che «di meno affrettato aveva visto solo i surplace».

 

Erano soliti parlare a ruota libera, i due. Confortati dalle comuni radici di poveri e di contadini, da cui avevano saputo affrancarsi uno con la penna e l’altro con la bici fino ad assurgere al rango, come avrebbe detto Brera, di «principi della zolla». Si sentivano, fra l’altro, fratelli, se non addirittura quasi gemelli: erano infatti nati nello stesso anno, il 1919, e nello stesso mese, settembre, a una settimana esatta di distanza: Giôann l’8 e Faustéin il 15. Avevano, in un certo senso, anche fatto una carriera in parallelo: il Tour de France del 1949, che aveva consacrato Coppi sugli altari internazionali e che Brera aveva seguito per la prima volta come inviato della Gazzetta, aveva fatto segnare anche il successo professionale del cronista che al suo ritorno, a neppure trent’anni, era stato promosso giovane ‘condirettore’ della testata. Dell’amato campione ciclista Brera diceva che all’esistenza di lui sarebbe stato per sempre grato, e ne avrebbe pure sollecitato la gratitudine anche presso i propri figli, invitandoli a ricordarsene nelle loro preghiere, semmai ne avessero pronunciate. Giacché Coppi era stato per i cronisti del la pedivella di quegli anni la stessa cosa che Sherlock Holmes fu per Conan Doyle o il commissario Maigret per Georges Simenon. Ma per Giôannbrerafucarlo in special modo, Coppi Fausto da Castellania era al tempo stesso Don Chisciotte e Sancho Panza, con quella inestricabile commistione di tragico e romanzesco che di entrambi incarnava nella sua umile eppure nobile esistenza di fachiro della pedivella. Tanto sgraziato in piedi, in quella sua allampanata deformità, quando meravigliosamente fuso in arcione a quel traliccio d’acciaio sul quale aveva conquistato il mondo.

  

Un giorno, forse lo stesso in cui avanzava lenta Fiordiligi nel cuore della pianura emiliana, Gianni e Fausto discutevano di radici, ovvero di tagli di salame e di tazze di rosso razzente, di animale da corte e da voliera e, fucile imbracciato, di appostamenti in palude quando l’ineffabile Dama levò finalmente le sue vibrate proteste: “Ma perché non la smettete di parlare di campagna e di contadini? Possibile che non si sia capito che Fausto è un signore?”.

 

La raggiunsero a zittirla due mute occhiate che valevano molto più di un “prego si accomodi al ciglio della strada”.

Gino Cervi

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