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Il capolavoro di Nigel Mansell al Gp d'Ungheria dell''89

La corsa che in una giornata di agosto ha rianimato il cuore dei ferraristi con un recupero inaspettato

5 Agosto 2019 alle 12:45

Ricordando il capolavoro di Nigel Mansell al Gp dell''89

Formula 2 al GP di Ungheria 2019 (Foto LaPresse

Il Gp d’Ungheria ha spesso fatto rima con grandi ronfate postprandiali. Interminabili minuti di dura lotta contro la pesantezza della palpebra per una gara che nelle prime tre edizioni (1986, ’87 e ’88) sul podio ha intonato solo l’inno brasiliano (due volte per Piquet e una per Senna). Piazzato nella prima quindicina di agosto, Hungaroring è stato molte volte un potente anestetico grazie al combinato disposto tra la collocazione agostana e un tracciato dove i sorpassi sono spesso impossibili e il serpentone di auto una in coda all’altra diventa simile agli occhi del serpente davanti a Mowgli, il figlio della giungla. Con una prima, significativa, eccezione che in questi giorni stampa il trentesimo anniversario. Stagione 1989, la prima dal ritorno degli aspirati dopo l’èra del turbo.

 

La Ferrari del genio John Barnard aveva portato per la prima volta nella storia il cambio semi-automatico con le marce innestate con due levette dietro al volante. La forza della McLaren era però inattaccabile, come l’anno precedente. Mansell sulla Rossa aveva vinto il primo Gp in Brasile ma da lì in avanti era stato un dominio di Senna-Prost. Nelle qualifiche Patrese su Williams aveva fatto la pole davanti a Senna e dietro di loro si era incredibilmente piazzato Alex Caffi sulla Dallara Scuderia Italia. Un risultato che mi aveva dato la sensazione di una premonizione, una cosa tipo: “Allora domani può succedere di tutto”. Le Ferrari? Male, Berger era sesto e Mansell addirittura dodicesimo a oltre due secondi da Patrese. Decisi di dar fiducia per la quarta volta al Gran Premio e di non restare in spiaggia. La gara iniziava alle 14 e il pronostico diceva: Senna si beve Patrese, Caffi quanto vuoi che duri? Prost da quinto va secondo e le due McLaren se ne vanno insieme alla mia lucidità in un lento declinare che mi avrebbe portato a scoprire verso le 16 l’ordine d’arrivo sul Televideo e a prendere atto della mia sconfitta alla narcolessia. Quel giorno però non avevo fatto i conti con il ruggito del Leone. Patrese era stato eroico sia in partenza che nei successivi 25 giri. La Ferrari di Berger, numero 28, era salita in quarta dopo Prost. La 27, quella di Gilles ora nelle mani di Mansell, stava inanellando giri veloci e aveva già recuperato sette posizioni tirando staccate da urlo. Sonno? Zero.

 

Il Leone si era incredibilmente messo in scia ai primi tre e vedeva gli scarichi di Prost, recuperava sui primi una quindicina di secondi e guidava come fosse posseduto. La verità è che quel giorno la Ferrari aveva trovato il giusto compromesso con le gomme da gara e nei tempi di Mansell si capiva benissimo che la sua Rossa sarebbe stata imbattibile se ci fosse stato lo spazio per effettuare dei sorpassi. Ma dove lo spazio non c’era, quel giorno il baffone se lo andava a creare. Prost se l’era messo in tasca incollandosi al suo retrotreno in rettilineo facendosi aiutare dalla scia e dalla cautela che il francese aveva per non rischiare. Senna capisce che quello dietro di lui è pericoloso e si ricorda che la miglior difesa è l’attacco. Vede Patrese indugiare e lo infila davanti ai box e magari spera che il padovano faccia il tappo tenendogli la 27 dietro per un po’. Ma la Williams resiste giusto tre curve, Mansell sente l’odore della preda, gli fa una finta in uscita e lo frega in trazione con incrocio di traiettoria. Geniale. Ora è Senna vs Mansell, è Clint Eastwood contro Lee Van Clift.

 

Anche senza la musica di Ennio Morricone ecco il momento del duello. Già, ma come si passa uno come Senna? In rettilineo la McLaren è ancora veloce e in curva Ayrton chiude tutto, anche se è chiaro che Mansell ne ha di più. I due sono incollati, sembra quasi che la 27 stia per tamponare la numero 1 tanto sono vicini. Serve un colpo di genio, qualcosa che nessuno si possa aspettare. Undici giri alla fine, Berger si ritira e tre curve dopo che le telecamere hanno inquadrato l’austriaco sconsolato ecco che Senna si trova davanti un doppiato, Johansson su Onyx. Gli prende la scia e per una frazione di secondo, non di più, non può vedere cosa sta facendo Mansell. Senna esce a destra per passare e in quel preciso istante scopre che la Rossa lo ha messo nel mirino e Nigel sta tirando il grilletto. Le tre vetture sono una accanto all’altra, Johansson si fa piccolo piccolo e assiste al doppio sorpasso. Ayrton schiuma rabbia quando vede l’alettone posteriore di Mansell chiudergli la curva in faccia. Finisce qui. La Ferrari va via come un siluro e in undici giri rifila 25 secondi al Campione del Mondo. Capolavoro di Mansell, non a caso un giorno proprio Senna confessò che c’era un solo pilota dal quale non sapeva mai cosa aspettarsi: Nigel Mansell, quel giorno numero uno per distacco.

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