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Puledri a due ruote

L'epica di gregari non sconosciuti, ma neppure campioni assoluti. Lauro Bordin e José Beyaert

22 Aprile 2019 alle 13:01

Puledri a due ruote

Hai voluto la bicicletta e sei un campione? Sudore e fatica a volontà, però anche successo, denaro, fama e gregari a disposizione. Se si vuole parlare di ciclismo, tuttavia, è più affascinante farlo raccontando la vitaccia di un gregario. Esattamente settant’anni fa un artista e atleta della penna, che rispondeva al nome di Dino Buzzati, fu inviato dal Corriere della Sera a seguire il Giro d’Italia. Si partiva dalla Sicilia, il 21 maggio 1949, pochi giorni dopo l’immane tragedia dello schianto dell’aereo del Grande Torino a Superga. Il reportage era iniziato da bordo del Saturnia, la nave che trasportava tutta la carovana verso la partenza di Palermo. “Dormono i campioni assaporando la dolcezza di questa notte così agiata e signorile…”, scriveva Buzzati, chiedendosi se ai gregari fosse concesso, almeno quella notte, di sognare in grande. “Sogna il piccolo fantoccino delle strade che mai ha udito le folle urlare il proprio nome e mai è stato sollevato sulle spalle da una turba frenetica per il trionfo”. L’indomani, ricordava Buzzati, sarebbero arrivati gli ordini di scuderia, la necessità di “tirare il capitano”, ma per una notte anche “l’infimo dei poulains si sente come Napoleone”. Ecco il ciclismo di due poulains, due puledri non sconosciuti, ma neppure campioni assoluti: gente che ha dovuto, a proprio modo, reinventarsi una vita al termine delle corse. Il primo si chiamava Lauro Bordin e la sua vicenda l’ha raccontata in prima persona nell’autobiografia Carriera di un corridore artista (Sport editoriale, 1950). Nipote di un celebre compositore musicale, Stefano Gobatti, fin da piccino viene attratto dallo sport e dall’arte. Sceglie la bicicletta (senza dimenticare mai né musica né pittura) e nel 1911 vince tre tappe al Giro.

 

Il racconto più struggente della sua carriera è però un episodio del Giro del 1913, tappa Lucca-Roma, 430 km. Il gruppo è partito in piena notte e dopo pochi chilometri, ad Altopascio, arriva a un passaggio livello chiuso. Tutti tentano di superare l’ostacolo, ma il casellante distribuisce botte a destra e a manca. Lauro riesce a buttare la bicicletta oltre le sbarre, sfugge all’energumeno, si trova in fuga solitaria e ci rimane per 360 km, la più lunga di sempre! A soli 50 km dall’arrivo, affamato, si ferma in un’osteria per farsi dare pane, salame e formaggio e viene rimontato da sette corridori, uno dei quali si chiama Costante Girardengo che vincerà la tappa. Una sconfitta epica, come quelle che immortalerà nella sua seconda vita, quella di fotoreporter. Dietro a un obiettivo fotograferà il ciclismo, ma anche il mondo dello spettacolo e, fortemente voluto da Mike Bongiorno, gli ospiti di “Lascia e Raddoppia”. Diventerà un volto notissimo di quella trasmissione e se ne andrà il 19 maggio del 1963 in una casa di riposo, mentre sta ascoltando alla radio (è tutto vero) la partenza della prima tappa del Giro d’Italia di quell’anno.

 

Il secondo “puledro” è un campione olimpico, vincitore della medaglia d’oro ai Giochi di Londra 1948. Si chiamava José Beyaert: una carriera onesta, un prosieguo molto meno. Matt Rendell, giornalista che ha scritto anche un libro sulla morte di Marco Pantani, ha raccontato l’avventurosa vita di Beyaert in Olympic Gangster (Mainstream Publishing, 2011). Dopo essere stato un boxeur e una staffetta della Resistenza durante la Seconda guerra mondiale, arriva l’alloro olimpico, ma poi tanto anonimato, sia al Giro che al Tour, finché nel 1952 viene invitato all’inaugurazione di un velodromo in Colombia: pensava di starci un mese, ci rimarrà cinquant’anni. Incapace di vivere nel rispetto delle regole altrui e troppo stretto dentro a una sola vita (quella di atleta), decide di viverne alcune altre: allenatore, businessman, boscaiolo, contrabbandiere trafficante di smeraldi, e, forse, assassino. Due vite che vanno oltre le ruote di una bicicletta, ma anche, abbondantemente, oltre il romanzo.

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