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“U derby”, così inutile e così bello

In Sampdoria-Genoa sono in ballo grandi emozioni, quasi mai grandi traguardi. Storia di una sfida “interrotta”

14 Aprile 2019 alle 06:09

 “U derby”, così inutile e così  bello

foto LaPresse

"Genova interrotta / Genova nuvole e sale” dice la canzone di Paolo Kessisoglu interpretata da uno stuolo di big della musica italiana, per raccogliere fondi per le famiglie delle vittime e gli sfollati del Morandi. “U derby” numero 118, il secondo dopo il crollo del ponte, trasmette qualche apprensione in più al Genoa, che deve guardarsi le spalle e non ne vince uno dall’8 maggio 2016, quando Giampiero Gasperini salutò con un sonoro 3-0 ai cugini. Da allora solo sconfitte o pareggi, come quello dell’andata in cui il Grifo fece meglio, ma tra i due è il Doria che coglie le opportunità. Il derby del Ferraris è il più bello d’Italia, grazie alla gente, ai refoli del Bisagno, allo stadio brutto e spigoloso come quelli inglesi di una volta, attaccato al carcere, accatastato come la città che ha attorno. Il derby di Genova è un derby interrotto e non dal 14 agosto. Sono in ballo grandi emozioni, quasi mai grandi traguardi. Adesso la città lo è realmente, interrotta, ma arrancava già da prima. Bruno Lauzi (doriano) la definiva “morente” trent’anni fa, quando scendevamo a comitive per raccontare il momento magico del calcio zeneise. Era la stagione di Vialli & Mancini, di una Sampdoria bella e corsara, sola contro tutti. Costruita con palanche e abilità da Paolo Mantonvani, romano, petroliere, ultrà della Lazio di cui, solo per gli amici, declamava tutte le formazioni dalla fondazione.

 

 

Alla Samp cominciò come addetto stampa, pensa te. Prese il bimbo Mancio per un botto di soldi, strappò Vialli a Boniperti. Completò con un russo che non sorrideva mai, Vierchowod, e un brasiliano sempre allegro, Toninho Cerezo, l’altra faccia di Falcao, un geometra dal piede velluato. Per lo scudo, però, arrivò un pensatore come Dossena (segnalato da Mancini). Dall’altra parte il signor Aldo Spinelli scommise su Franco Scoglio, allenatore di lotta ma non di governo che dormiva in auto, e poi su Osvaldo Bagnoli che portava una giacca color crema riciclata dai tempi di Verona. C’era un leggero alone dove la signora Bagnoli aveva scucito lo stemma scaligero. Osvaldo aveva ironia. Mi chiamava “il giornalista smilzo”. Sembrava il titolo di un romanzo Einaudi. Giocava un calcio sensazionale, diverso ma divertente come da quello di Vujadin Boskov. Il lunedì zio Vuja tornava a Novi Sad. “Parlo solo con te perché sei genoano e sono sicuro che scrivi preciso”. Bagnoli aveva trovato un 5-3-2 con Skuhravy & Aguilera il terminali offensivi. Uno alto e grosso, uno basso e veloce, tipo Elkjaer e Galderisi a Verona. Il calcio non si inventa, si ricicla. Come le giacche.

 

Siccome il Genoa è più sfigato della Samp, la miglior stagione dal Dopoguerra, quarto posto 1990-91, 3-0 alla Juve all’ultima giornata, coincise con la scudetto doriano. Però che anni. Non vestivamo alla marinara, ma il mare lo respiravamo da Bogliasco e Pegli, lo mangiavamo da Edilio storico ristorante attaccato alla Gradinata Nord. Edilio era un blucerchiato ecumenico. Non negava a nessuno un piatto “gianchetti” e un tavolo. Al vecchio Ferraris non c’era la sala stampa. A quei tempi scrivevamo che il calcio andava più veloce della città, che era l’asset più importante.

 

Eugenio Buonaccorsi, professore ordinario di Storia del teatro e dello spettacolo all’Università di Genova, nell’anno accademico 1991-1992 fece il corso su “Lo spettacolo del calcio”. Ne scrissero perfino all’estero. Sembrava l’inizio di una grande avventura e invece, come sempre si interruppe tutto. Paolo Mantovani morì nel 1993 e tutta la città gli tributò gli onori che meritava. Al funerale partecipò anche il Genoa al completo. Ogni volta che si costruisce qualcosa, a Zena, poi si consuma, colpa dell’usura, della salsedine e degli uomini.

 

La Sampdoria che nel 1992 giocava la finale di Coppa dei Campioni e nel 1994 vinceva la sua quarta Coppa Italia, nel 1999 precipitava in serie B. Il Genoa ci era già sceso nel 1995 cominciando l’era dei cambi di mano e delle stranezze. Massimo Mauro presidente, poi Luigi Dalla Costa conosciuto come “Nube che corre” il soprannome che gli diede una fidanzata e finì pure sulle maglie del Grifo. Anni tumultuosi, chi compra il club? Il principe del Lussemburgo, il cane Gunther (IV), uno sceicco, una banca d’affari. Lo salva, invece, Enrico Preziosi (2003). La Sampdoria era stata afferrata sull’orlo del baratro dai Garrone un anno prima. Sembra l’inizio di una nuova età dell’oro. Sia Riccardo Garrone che Enrico Preziosi costruiscono squadre competitive, gonfiano le attese di una piazza ribollente. Poi tutto si interrompe, ancora. I Garrone lasciano a Massimo Ferrero, istrionico ma non sprovveduto. La Samp ha i conti in ordine, un progetto valido e galleggia stabilmente sopra le acque torbide della zona rossa. Il Genoa, invece, conclusa la seconda avventura Gasperini, vive dei cambi repentini di umore e di allenatori del “Joker”. Preziosi aveva accarezzato l’idea di trasformare il Grifo, se non nel Manchester City in un club di medio-alta classifica. Poi si è disamorato, interrotto. Adesso si diverte con la raccolta delle figurine, ne trova di rare, ha sempre il tocco, e le rivende (vedi Piatek). E Ferrero? Smentisce la trattativa con il fondo che avrebbe Luca Vialli come frontman. I due presidenti sono accomunati dalla contestazione. E “u derby” interrotto va in scena di nuovo. Malgrado tutto, però è vitale, magmatico, “un mare scuro che si muove anche di notte / non sta fermo mai” (P. Conte). Periferico, anziano (i simboli sono Fabio Quagliarella e Goran Pandev) senza obbiettivi, ma pur sempre il più bel derby d’Italia.

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