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Paoloni, da promessa a scommessa

Vi ricordate lo scandalo del 2011? L'ex portiere e l'accusa di avvelenamento per truccare una partita: “Mai truccato una gara. Millantavo accordi che non c'erano, verrò assolto” 

25 Marzo 2019 alle 16:09

Paoloni, da promessa a scommessa

[Pubblichiamo parte della prima puntata di Pallone Criminale, il podcast dedicato ai rapporti tra calcio e malavita organizzata disponibile su Storytel.com. Il 26 marzo l'ex portiere della Cremonese, Marco Paoloni, è stato assolto "perché il fatto non sussiste" dall'accusa di aver riempito le bottigliette d'acqua dei compagni di squadra con il Minias per truccare la partita Cremonese-Paganese del 14 novembre 2010. L'episodio diede il via all'inchiesta sul calcioscommesse che portò all'arresto di numerosi giocatori di A e B nel 2011. Il pm aveva chiesto una condanna a tre anni e un mese]


 

Jonathan Wilson, penna di riferimento per ogni racconto d’ascesa e caduta di portieri che si rispetti, scrisse che certe traiettorie non le puoi fermare, neppure se sei il migliore di tutti: perché è la vita che ti fa gol, prima ancora del tuo avversario. È la solitudine dei numeri uno, che quando impasta rovesci pubblici e vizi privati può far male. Chiedere per conferma a Marco Paoloni, ex numero uno di belle speranze capace di vincere da titolare un Europeo Under 19 con compagni d’azzurro che si chiamavano Chiellini, Aquilani, De Rossi e Pazzini. Oggi Paoloni ha 35 anni, qualche chilo in più e molti soldi in meno. Fuma e recrimina. Cammina e spera. Adesso al bivio non prenderebbe più la strada sbagliata anche se non è stata tutta colpa sua, ma ormai teme di essere in ritardo per riappropriarsi di sé, per riaffiorare oltre la linea di galleggiamento, per potersi sentire vivo come quando un’intera curva scandiva il suo nome. È già tanto che possa raccontarsi. “Ti sembrerà incredibile, eppure io adesso mi sento meglio di quando facevo il calciatore”, racconta seduto in un appartamento semivuoto incastrato tra i falansteri di edilizia popolare che fronteggiano il gasometro di Civitavecchia. La cittadina che l’ha visto crescere, arrivare al successo e cadere senza mai far mancare il suo mormorìo.

Il bivio, dicevamo. Altra provincia.

 

  

Cremona, 14 novembre 2010: allo stadio Zini si gioca Cremonese-Paganese, 13esima giornata del campionato di LegaPro. La squadra di casa, che in porta schiera proprio Paoloni, vince 2 a 0, nonostante molti suoi calciatori, nel corso del secondo tempo, avvertano nausea e vertigini. I malesseri proseguono anche dopo il match, tanto che uno di loro finisce fuori strada in macchina per un colpo di sonno e altri tre saranno costretti al ricovero. Gli investigatori trovano nelle loro urine tracce di Minias, un sedativo, e non ci mettono molto a capire che dietro quel sabotaggio, così casereccio e rischioso da apparire quasi disperato, potrebbe nascondersi il tentativo di condizionare il risultato della partita. È l’inizio dell’inchiesta Last Bet, che ha cancellato i fasti del più rustico calcioscommesse edizione 1980 regalandoci scenari da spy story inzuppati nell’inchiostro del giustizialismo. Registro fitto – alla fine gli indagati saranno 152 – e prima fila eccellente: Beppe Signori, Cristiano Doni, Stefano Mauri, Andrea Masiello, Stefano Bettarini, Antonio Conte. Nomi ancora più di grido finiti nel tritacarne di intercettazioni e millanterie, poi risultati estranei a ogni accusa: Gigi Buffon, Rino Gattuso, Mimmo Criscito, che fu addirittura perquisito nel ritiro azzurro di Coverciano e costretto a saltare Euro2012. Indignazione di palazzo e promessa di un reset di sistema che non arriverà mai. Patteggiamenti, sconti di pena, prescrizioni a pioggia e spezzettamento dell’indagine in tanti, troppi tronconi tribunalizi. Eclissi dalle prime pagine fino a nuovo, analogo scandalo.

 

Alla fine resta solo lui, Marco Paoloni. “Nove anni so’ passati, nove. Di sicuro il Marco di allora non c’è più, ma non saprei definire bene chi sono adesso. All’inizio cerchi di elaborare il lutto, poi guadagni un po’ di consapevolezza, ti fai delle domande. Cerchi un lavoro normale. È un casino trovare un lavoro normale. Infine aspetti, aspetti, aspetti”. Il 26 marzo è attesa la sentenza di primo grado che lo vede imputato di tentato avvelenamento: il pubblico ministero Ilaria Prette ha chiesto tre anni e un mese di reclusione. Secondo l’accusa a somministrare il Minias ai compagni di squadra è stato proprio lui, l’ex promessa del calcio che una curva del destino ha portato a vendersi le partite in terza serie.

 

La procura ha in mano le stesse, solide prove che sono già bastate alla giustizia sportiva per porre fine alla sua carriera: intercettazioni, riscontri bancari, testimonianze. E una ricetta del Minias inviata via fax a una tabaccheria di Cremona il giorno prima della partita incriminata da Mario Pirani, odontoiatra e scommettitore incallito. Lui e tal Massimo Erodiani, titolare di una ricevitoria, sono due dei tanti perdigiorno dostoevskijani che circolavano intorno agli spogliatoi durante quel campionato maledetto, incaricati di agganciare i calciatori più manipolabili e trasformarli in fixer. Sabotatori sul campo, terminali di un’organizzazione criminale con base a Singapore che agiva come un franchising, corrompendo giocatori in tutto il mondo con l’aiuto dell’Erodiani di turno e poi puntando cifre senza senso su partite di cui la gang ignorava tutto, tranne l’esito: 22 milioni su un pareggio dell’Albinoleffe, altri 12 su Atalanta-Piacenza, 6 su Benevento-Viareggio. “In ogni squadra c’è almeno un Paoloni, pronto a offrire una combine in cambio di soldi, complicità, omertà. Ma a un paese e a un calcio che amano fissarsi sulle mele marce bastavo io”.

 

 

Paoloni sostiene di non aver mai saputo nulla dei “cinesi grossi che ci stavano sopra”, ma certo con lui gli intermediari hanno avuto vita facile: “Io scommettevo. Scommettevo tantissimo. Avrò perso 500 mila euro ma per anni ho guadagnato bene. Il problema è che la mia ex moglie controllava le ricevute della carta di credito, così per continuare a puntare ho dovuto rivolgermi a Erodiani e Pirani”. È a quel punto che la carriera sportiva di Marco deragliò definitivamente. Messo sotto pressione dai debiti, avrebbe deciso di risarcire i due faccendieri truccando le partite nelle quali scendeva in campo. Papere, espulsioni, gol sospetti. L’ex calciatore scuote la testa: “Mai truccato una partita in vita mia. Millantavo accordi che non c’erano, sperando di imbroccare la vincita e togliermeli di torno”. È la stessa versione fornita in aula, ma dalle carte emerge un altro Paoloni. Dissociato. Un po’ portiere, un po’ ludopatico. Para rigori quando non dovrebbe, finisce per giocare bene contro le sue stesse scommesse, in piena crisi di identità. “Questo è da ammazzare”, urla al telefono uno dei membri dell’organizzazione quando lui vola a deviare una palla all’incrocio mandando in fumo un investimento da due milioni sulla piazza di Singapore.

 

Alla fine l’unica scelta possibile, una scelta senza ritorno, sarebbe diventata quella di stordire i suoi compagni di squadra per favorire la vittoria degli avversari. “Io non ho mai avvelenato nessuno”, ribatte stancamente, come chi ha ripetuto la stessa storia centinaia di volte senza mai essere creduto. “Ordinai il Minias per mia moglie, che faticava a dormire. Ma è un ansiolitico blando: perché faccia effetto su un’intera squadra ne servirebbero molte boccette, lo dicono le perizie. Comunque non sono mai rimasto solo dentro lo spogliatoio e in quella partita ho fatto quattro parate decisive”. Un caffè, un’altra cicca fumata con lentezza. Un sorso di amaro alla liquirizia prima di affrontare la domanda ineludibile. “Non ho idea di chi possa essere stato. Ma di certo con me hanno trovato il capro espiatorio ideale”. Quale che sia la verità, la Cremonese vinse nonostante il reverse doping e Marco da quel momento diventò un osservato speciale. La polizia lo pedinò per otto mesi, scoprendo che ormai era sotto di 100 mila euro, così inguaiato da non potersi neppure permettere una telefonata alla moglie (“Amò, me fai una ricarica?”). Senza pace, bugiardo, in fuga, sempre a caccia della scommessa in grado di salvargli la vita, come un tossico insegue il suo pusher. Poche settimane prima dell’arresto tentò un’uscita kamikaze: per rendere autorevole il suo parere caduto in disgrazia si giocò i nomi dei vecchi compagni, che hanno fatto più strada di lui. “Vi do una partita di serie A e chiudiamo il debito, ok? Puntate forte sull’uno-over, ho parlato con loro e ci stanno tutti”. E invece Inter-Lecce finì 1-0. L’ultimo disastro.

 

Emily Dickinson scrisse che per riprendersi da una storia finita occorrono dosi violente di normalità. “Il mio arresto è stato la fine di un incubo”, conclude Paoloni, come un Michele Misseri qualsiasi. Ma quello è il passato, mentre il presente rimane attendista, intriso di morbosa decadenza e disperata guasconeria. “Chi è stato un atleta professionista non può vivere a lungo in una parentesi. Per questo ora voglio solo che questa vicenda finisca. Il mondo del calcio è una merda, mi hanno mollato quasi tutti e la Figc mi impedisce pure di allenare i ragazzini. Ma quando mi assolveranno vedranno tutti di che pasta sono fatto”.

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