Il viola porta bene

Beppe Di Corrado

Talenti che partono, talenti che nascono. Fiorentina a un passo dalle grandi: la bellezza della sorella minore che può vincere con tutti

E’stato al quattordicesimo minuto della decima giornata di campionato, che improvvisamente è arrivato alla mente un pensiero: e la Fiorentina? Perché al minuto 14 di Juventus-Spal, Federico Bernardeschi ha segnato il suo primo gol con la maglia della Juve. Un gol meraviglioso, per costruzione e per realizzazione. E lì, in quel momento appunto, la Fiorentina è diventata un flash. La Viola stava giocando in casa contro il Torino ed era ancora 0-0. Poi dopo un quarto d’ora l’ha sbloccata Benassi, alla fine di un’azione bella, complessa, aggirante e poi profonda. Uno a zero.

 

Poi la Fiorentina è tornata ancora alla mente al minuto 64, ovvero quando Kalinic ha segnato il quarto gol del Milan a Verona contro il Chievo. A quel punto, a Firenze il risultato era 3-0 per i viola. Fine del pensiero stretto per aprire un ragionamento più ampio: si può ammazzare una squadra e ricostruirla meglio spendendo meno?

 

Firenze è strana: vive il suo calcio come si vive nelle città dove si vince spesso. Anche se a Firenze non si vince così spesso

Perché Bernardeschi e Kalinic sono stati i casi dell’estate agitata di Firenze, della sua tifoseria, della sua proprietà, della sua squadra. Andati via perché entrambi volevano provare a fare un salto di qualità: un club più grande, un’ambizione maggiore, una chance di successo (o di qualificazione all’Europa) in più. E non è stata un’estate facile. Cominciata con l’annuncio del possibile disimpegno della famiglia Della Valle, stanca di essere insultata continuamente perché non ha investito a sufficienza. Firenze è strana: vive il suo calcio come si vive nelle città dove si vince spesso. E ciò anche se a Firenze, in realtà, non si vinca così spesso. Anzi. E’ il suo bello e ovviamente per contrasto il suo brutto. Ciò che tutti sanno, però, è che è così da sempre o quasi. Bernardeschi e Kalinic sono stati i nuovi Baggio e Batistuta, con le dovute proporzioni certo. Lo sono stati perché entrambi erano lo specchio di una squadra divertente, giovane, brillante. Una di quelle squadre che rendono orgogliosi i tifosi anche oltre i risultati, perfino a Firenze. Aver chiesto di andar via o comunque essere stati più che disponibili a essere ceduti è stato vissuto come un tradimento doppio: il primo quello della società considerata incapace di trattenere i suoi giocatori migliori, il secondo quello dei giocatori stessi considerati incapaci di resistere all’attrazione dei grandi club e poco fedeli al progetto (specie Bernardeschi che a Firenze era cresciuto nelle giovanili).

 

A giugno-luglio-agosto scorsi, parlare della Fiorentina sembrava parlare di imminente catastrofe. Una catastrofe della quale si intravedeva la minaccia da un po’ di tempo, come ha scritto Oscar Cini: “Durante il mercato di riparazione della stagione 2015/16, stagione in cui fino a metà anno la viola sta facendo più che bene, Sousa chiede che arrivino giocatori di spessore internazionale (Lisandro Lopez, Veltman e Gudelj), mentre la società porta a casa Tino Costa in prestito, Zarate, Tello, Benalouane, Kone e Andrés Schetino. Risultato? Come scrivevamo nel maggio 2016: ‘Una stagione divisa in una prima parte, un drammone asfissiante ambientato in interni pieni di persone che piangono, una seconda parte, un mito cosmogonico che diventa testo sacro di una nuova religione, e una terza, e ultima, parte, opera di un realismo feroce sulla natura intrinsecamente violenta della mediocrità’. A gennaio 2016 Sousa perde la sua seraficità, quella con cui aveva saputo accogliere casi come la cessione di Joaquín e l’arrivo di Verdù. Dice: ‘Noi dobbiamo fare l’omelette con le uova che abbiamo’. Ma cosa è successo alla Fiorentina degli ultimi tre anni? Via due allenatori che avevano portato a Firenze un’idea di calcio propositivo e spettacolare – con la Fiorentina del primo Sousa capace di giocare uno dei migliori calcio di tutta la Serie A anche in una sconfitta esterna subita al San Paolo contro il Napoli –, via Marcos Alonso, Mauro Zarate, Giuseppe Rossi e ora Tatarusanu, Ilicic, Borja Valero, Gonzalo Rodríguez”.

 

Non c’era ancora la definitiva uscita di Kalinic e Vecino e, come avete visto, non è citato Bernardeschi. Perché quella va considerata una cosa a parte. Qualcosa che aveva avuto un prologo qualche mese prima. A novembre 2016 Sousa lanciò un messaggio chiarissimo e allo stesso tempo considerato violento: “Federico è destinato a club con obiettivi diversi dai nostri”. Il livello a cui Bernardeschi poteva ambire, nelle parole dell’allenatore portoghese, non è più quello di un vagabondaggio ai piedi della zona della classifica che ti fa accedere all’Europa, in quella terra di mezzo dove a un certo punto non c’è più uno stimolo forte: non lotti per niente. Quella frase viene vissuta come un insulto alla città e l’allenatore con il passato da juventino torna a essere vissuto con sospetto, così come era stato accolto: che sia destinato a passare dalla panchina della Viola a quella della Juve. Poi il campionato scorso ha portato la Fiorentina a giocare belle partite, a vincere contro la Juventus e le cose di sono un po’ calmate. Non a sufficienza, però. La fine della stagione è stata pessima: l’addio di Sousa, il cambio del progetto, i calciatori che vogliono andarsene, il patron Della Valle che si dichiara stanco di essere odiato.

 

Il calcio è fatto soprattutto di squadre che alla fine non vincono, ma che rendono tutto interessante. La Viola è una di queste

Guardandola oggi quasi non ci si crede. Lì, a 16 punti, settima, attaccata al treno delle migliori. Durante la preparazione sembrava impossibile. A Sousa era succeduto Stefano Pioli, reduce da una mezza stagione negativa all’Inter. Poi la squadra: tutti i leader tecnici partiti. L’ex allenatore di Lazio e Inter in estate lavorava con un gruppi di sopravvissuti all’epurazione o qualche carneade in cerca di un’identità. Con la partenza di Bernardeschi, la Fiorentina perde una delle poche luci e si trova a doversi orientare solo con quella che rimane dall’esplosione di Federico Chiesa della stagione 2016/17. Perde soprattutto un pezzo di identità: Bernardeschi era stato individuato come futuro leader tecnico e potenziale capitano di una “Fiorentina nuova”. Lui e Federico Chiesa avrebbero dovuto essere i due alfieri della Viola futura, orgoliosa e tecnica. Invece il progetto era chiaramente un altro. E l’ha sintetizzato perfettamente Cini: “La Fiorentina, oggi, sembra un farm team in cui far crescere giovani prospetti e promesse in divenire, un club di secondo piano che non ha mantenuto le promesse di bellezza di qualche anno fa”.

 

Come se non bastasse era arrivato quel comunicato della famiglia Della Valle: “Se, come si auspica e si spera, ci sarà un progetto fatto da fiorentini veri, questi troveranno massima apertura e disponibilità da parte della Proprietà, come ennesimo attestato di rispetto nei confronti della Fiorentina e della città di Firenze. La Società sarà nel frattempo gestita con attenzione e competenza dai suoi manager, i quali hanno tutta la stima necessaria della Proprietà e che, come sempre, lavoreranno con il massimo impegno possibile”. Cioè: facciamo quel che si può. Con una squadra di giovani e una proprietà poco serena, la nuova stagione della Fiorentina sembrava partire veramente male. Tipo: proviamoci e basta. La realtà migliora di molto le aspettative: i ragazzi giovani stanno regalando gioco, idee, forza. Ogni tanto qualche divagazione e quindi qualche svarione. Tutto comprensibile. Comunque i 16 punti, il settimo posto e tutto il resto, sono interessanti. Tra tutto il resto c’è la scommessa di Cyril Théréau che a Udine aveva fatto vedere cose molto buone, ma con poca costanza. E che qui, in questo momento, sta portando quel valore aggiunto che molti si sarebbero invece aspettati da Giovanni Simeone. Oggi questa squadra partita male è una delle cosa più interessanti della Serie A. La Gazzetta dello sport ha identificato sei mosse che l’hanno resa così. Tutte da parte dell’allenatore. “1) nuovo modulo: il tecnico ha capito che il 4-2-3-1 non andava bene e così è passato al 4-3-3. Marco Benassi riportato nel suo territorio di caccia ha cominciato a fare la differenza e la squadra ha trovato il giusto equilibrio; 2) Chiesa a sinistra: Federico può giocare su entrambe le fasce, ma Pioli ha avuto l’intuizione giusta. Paretendo da sinistra e rientrando sul piede destro può fare molto male. 3) Simeone-Babacar: il Cholito è titolare, ma Pioli è riuscito a non perdere per strada il senegalese. formidabile nel rapporto minuti-gol. Ora la Fiorentina ha due attaccanti che potrebbero anche giocare insieme. 4) feeling con Pantaleo Corvino: Pioli ha un grande rapporto col ds. Si stimano. Si ascoltano. Così quando ad agosto il tecnico ha segnalato dei problemi, il responsabile dell’area tecnica ha capito che serviva qualcosa in più. E con tre guizzi ha portato Pezzella, Thereau e Laurini. 5) Milan Badelj leader: il croato aveva la valigia pronta, ma Pioli lo ha conquistato con le sue idee e il suo equilibrio. Oggi Badelj è uno dei migliori “acquisti” della Fiorentina. 6) la Fiorentina di tutti: l’ultima mossa vincente è stata la politica del sorriso. Pioli si è messo fin da subito a disposizione dei tifosi. Sempre pronto per autografi e selfie. Per creare un clima nuovo ha anche aperto le porte del centro sportivo ai giornalisti per una lezione di tattica e presto permetterà ai tifosi di seguire un allenamento al mese”.

 

 Oggi quasi non ci si crede. Lì, a 16 punti, settima, attaccata alle prime. Durante la preparazione sembrava impossibile

Siamo di fronte a uno di quei casi in cui la squadra, l’allenatore e il management riescono a trascinare la proprietà. C’è un dato importante: il monte ingaggi è stato visibilmente ridotto dopo il mercato di questa estate, passando da 44 a 35 milioni di euro. Adesso il giocatore più pagato della rosa è Babacar a quota 1,4 milioni di euro, seguito da Astori (1,3) e Badelj (1,2). L’ingaggio più alto tra i nuovi arrivati lo hanno strappato Benassi e Vitor Hugo, entrambi a quota con 1,1 milioni di euro annui. Aver ridimensionato i costi pur mantenendo il gioco e aver ritrovato l’entusiasmo ha generato la soddisfazione della famiglia Della Valle. Così, qualche settimana fa, prima della partita contro l’Udinese, Andrea Della Valle è tornato al centro d’allenamento viola per parlare con Pioli. Alla fine è stato lo stesso Pioli a parlare: “Abbiamo incontrato Diego Della Valle questa mattina e abbiamo parlato di tante cose, del percorso e di quel che dobbiamo fare. Abbiamo fatto il punto della situazione ed è stato molto proficuo. Quel che ci siamo detti parla di una proprietà molto attenta, consapevole della situazione, che vuole supportarci. Ma la proprietà la sento sempre, è molto coinvolta e l’incontro di stamattina è servito per capire dove possiamo crescere non solo tecnicamente ma anche dal punto di vista della struttura societaria”.

 

E’ chiaro che dietro tutto questo c’è il lavoro di Pantaleo Corvino, direttore generale dell’area tecnica della Fiorentina che ha costruito quello che oggi si vede in campo. E non solo. Perché tutti riconoscono da tempo la sua incredibile capacità di costruire squadre con pochi soldi e molto talento. Ma qui, adesso, sta dimostrando di gestire alla grande un’azienda complessa. Il giorno della fine del mercato, dopo mesi di silenzio ha parlato delle strategie: “Ci siamo messi al lavoro per fare una rivoluzione che ci ha visti impegnati 18 ore al giorno per concludere 32 operazioni in uscita e 20 in entrata. E’ stata una campagna impegnativa, molte cessioni sono partite da un input societario per dare ad alcuni l’opportunità di giocare altrove. Altre cessioni, invece, sono state richieste dai diretti interessati. Di alcuni abbiamo apprezzato quando ci hanno detto basta, di altri un po’ meno per i modi in cui l’hanno detto. Per la campagna acquisti, 11 giocatori sono per il presente mentre altri 9 riguardano il medio e il lungo termine. E’ stata la strategia per iniziare un nuovo ciclo e una parte dei ricavi deve essere investita per il futuro. Il 75 per cento dei ricavi sono stati reinvestiti, il 25 per cento servirà per il comparto aziendale. Abbiamo cercato di mantenere una rosa di qualità, tenendo conto di alcuni obiettivi: quello di prendere un tecnico italiano, di costruzione. Poi abbiamo pensato di italianizzare la rosa il più possibile, cercando di tenere una media di età molto più bassa e per fare questo, come quarto obiettivo, siamo rimasti nei parametri di un monte ingaggi comprensibile per non ripartire da un meno 38 milioni di euro. Con questo mercato pensiamo di aver gettato le basi per una Fiorentina competitiva a lungo termine”.

 

E la gente? Perché era quello che mancava più di tutto. La Viola ha chiuso una delle campagne abbonamenti più brutte della sua storia. Un calo di 3.500 tessere rispetto allo scorso anno e soprattutto un dato (poco più di 16mila abbonati) peggiore di quello della stagione della C2. Il campionato, il gioco, la grinta e poi i risultati hanno cominciato a ribaltare tutto. Oggi il Franchi comincia a riempirsi di nuovo, i solitamente molti critici siti del tifo viola parlano di “entusiasmo”, “gioventù”, “gioco”. E’ un successo di persone (Corvino, Pioli, i giocatori) e di sistema: al calcio italiano serve una Fiorentina che faccia la Fiorentina. Una di quelle squadre che possono vincere con tutti, una delle sorelle minori che entrano ed escono dal gruppo delle migliori per ricostruirsi di volta in volta. Non piacerà ai tifosi, ma è questo il suo destino ed è un destino nobile. Un ruolo da giocarsi con attenzione, con dedizione, con forza. Il calcio è fatto soprattutto di squadre che alla fine non vincono, ma che rendono tutto più interessante. La Viola è una di queste ed è una bellezza.

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