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Perché il Tour de France è un Moloch economico imbattibile

Se Urbano Cairo vuole raddoppiare le entrate del Giro d'Italia deve guardare in Francia. L'Aso ha trasformato la Grand Boucle in un colosso che genera 150 milioni di fatturato e un indotto di quasi un miliardo. I conti in tasca alla gara francese e da dove deve partire il nuovo azionista principale di Rcs per rilanciare la corsa rosa.

21 Luglio 2016 alle 21:08

Perché il Tour de France è un Moloch economico imbattibile

Se nel 1947 Vasco Pratolini, inviato dell’Unità al Giro d’Italia, paragonò la corsa rosa al circo Barnum, il Tour de France interpreta la parte del Cirque du Soleil, la più famosa ed economicamente florida impresa circense al mondo. Nessun evento ciclistico infatti può competere con il carrozzone francese per fama e giro d’affari.

 

Creato nel 1903 dal direttore dell'Auto, allora il principale giornale sportivo di Francia, per aumentare le vendite del proprio giornale dopo la perdita di lettori dovuta alle sue posizioni anti dreyfusiane, è diventato nel corso delle 103 edizioni corse sino ad ora la gara a tappe più seguita (e antica) nel panorama ciclistico, terzo evento sportivo – per numero di spettatori e telespettatori – al mondo alle spalle solo di Olimpiadi estive e Mondiali di calcio. E' trasmessa in 190 paesi da 100 televisioni, sessanta di queste propongono la diretta, per un totale di 6.300 ore di copertura totale dell'evento (quest'ultimo è il dato del 2015) per un totale di oltre 3,5 miliardi di telespettatori, secondo le stime dell'organizzazione. La regia dell'evento è affidata a France Télévisions, che ha vinto l'appalto con un offerta di 24,9 milioni di euro all'anno per trasmetterlo sino al 2020.

 

Questi numeri spiegano da soli perché, nonostante si corra in Francia, la Grand Boucle sia un evento globale, la competizione sportiva annuale più seguita al mondo. Un palcoscenico che consente un'esposizione mediatica unica, che non attira soltanto i migliori corridori in circolazione, per la storia e l'importanza della manifestazione, ma soprattutto gli sponsor. Competere al Tour de France infatti significa esporre il proprio marchio davanti a una platea sconfinata: per questo motivo le squadre ciclistiche schierano le migliori formazioni possibili – molte volte su pressione delle aziende che le finanziano; per questo motivo c'è un continuo gioco al rialzo quando si tratta di ridiscutere i contratti di partnership commerciale, o di sponsorizzazione sia tecnica che relativa alle particolari classifiche – quella a tempo, quella a punti, quella dei Gran premi della montagna.

 

L'Amaury sport organisation (ASO) – la società organizzatrice della corsa e sezione dell'Epa (Editions Philippe Amaury) il gruppo che controlla il più grande quotidiano sportivo francese L'Équipe – con il Tour fattura circa 150 milioni di euro (il Giro ne fattura 25). Il 40 per cento, circa 60 milioni, deriva da contratti di sponsorizzazione. Una cifra più che raddoppiata rispetto al 2000.

 

 

Nel 2014, l'azienda francese Le Coq Sportif strappò un assegno di 2 milioni di euro per assicurarsi la commercializzazione delle maglia premio, prima affidata a Nike. Per inserire il proprio logo sulla maglia gialla la banca Crédit Lyonnais ha firmato un contratto di 3,5 milioni di euro all'anno, oltre il triplo di quanto frutta nel complesso (main sponsor più sponsorizzazione tecnica) al Giro d'Italia la maglia rosa. L'azienda automobilistica Skoda ha sottoscritto un accordo di 1,8 milioni annui per sponsorizzare la maglia verde (simbolo del primato nella classifica a punti), la catena di supermercati Carrefour 2,2 milioni per sponsorizzare la casacca a pois (la maglia più amata dagli sportivi francesi), quella che contraddistingue il miglior scalatore della Grand Boucle. A queste vanno aggiunti i ricavi dei otto partner ufficiali, dei 16 fornitori ufficiali, dei sei partner tecnici e di un'altra mezza dozzina tra partner istituzionali, media e ufficiali. Il Tour offre presenza su magliette e cartellonistica oltre che al piatto più sfizioso per le aziende: la carovana pubblicitaria. A ogni tappa 170 veicoli sfilano poche ore prima del passaggio dei corridori su strade ai cui bordi si riversano dai 12 ai 15 milioni di spettatori. In movimento sono oltre 5 chilometri di suoni e colori, di gadget lanciati al pubblico che, secondo quanto stimato dal Monde, garantiscono un ritorno economico notevolmente maggiore di quanto investito.

 

Lo stesso discorso vale per le città che ospitano l'arrivo e la partenza delle tappe. Le amministrazioni cittadine spendono circa 65mila euro per far partire una frazione della Grand Boucle dalle loro strade, 110mila per accoglierne l'arrivo. Il costo della grande partenza (l'avvio della prima tappa), quest'anno Mont-Saint-Michel, invece può variare dai quattro milioni ai 10. Uno sforzo economico che però ha benefici importanti nell'indotto. Londra nel 2007 convinse l'ASO a far partire la Gran Boucle all'estero con un assegno di 7,5 milioni di euro. Il governo stimò entrate per oltre 13 milioni, quasi il doppio di quanto investito. Metz, cinque anni dopo, ne pagò 100mila per ospitare l'arrivo. L'amministrazione calcolò 673mila euro di ritorni economici.

 

L'indotto complessivo del Tour de France è stato stimato nel 2014 da una società di analisi economica e studi di mercato, l'SFS, in quasi un miliardo di euro. Esattamente il doppio del Giro che muove 500 milioni (2013) in tutto il territorio italiano e quasi il triplo della Vuelta che si attesta sui 320 milioni di euro (fonte As, 2014).

 

 

Urbano Cairo, nuovo azionista principale del gruppo Rcs, nei giorni scorsi ha dichiarato di voler "almeno raddoppiare il giro d'affari del Giro", fato che sono "tutti pazzi" di questa corsa, deve guardare alla Francia e prendere spunto. Innanzitutto va incrementato il montepremi – al Tour è di oltre 2 milioni di euro – che ora è di 578,340 euro. Più premi significa più possibilità di partecipazione dei grandi corridori. Più corridori di primo livello vuol dire più copertura televisiva. Più copertura televisiva significa più sponsor. Non è più il ciclismo degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta dove il Giro e il Tour erano sullo stesso livello di prestigio. Ora la Grand Boucle è diventato un Moloch economico e sportivo e per guadagnare quote di mercato è necessario investire. L'occasione giusta per guadagnare terreno è vicina. Il prossimo anno si correrà la centesima edizione e molti campioni potrebbero non volersela perdere.

 


Il vincitore dell'ultima edizione del Giro d'Italia, Vincenzo Nibali (foto LaPresse)


 

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