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Nibali impresa Rosa. Il Giro è suo, la tappa di Taaramae

Lo Squalo attacca a cinque chilometri dalla vetta del Colle della Lombarda, Esteban Chaves risponde subito, poi si stacca e perde quasi un minuto e mezzo. A Sant'Anna di Vinadio è sesto, ma primo in classifica. Abecedario del Giro: V come Valetti, V come Vancouver.

28 Maggio 2016 alle 18:06

Nibali impresa Rosa. Il Giro è suo, la tappa di Taaramae

Vincenzo Nibali (foto LaPresse)

Ventesima tappa, Guillestre-Sant’Anna di Vinadio, 134 chilometri. Quella di Vincenzo Nibali era una storia di un corridore vinto, si è trasformata nel trionfo più incredibile degli ultimi anni. Prima delle alpi franco-piemontesi era quarto, tagliato fuori dalla vittoria, dal podio, da tutto. Era quello il Giro olandese, dello Steven Kruijswijk d’acciaio, imbattibile. Nibali però se ne è fregato, ha azzardato, ha sconvolto la classifica ieri sul Colle dell’Agnello, ha ribaltato e vinto il Giro oggi, sul Colle della Lombarda, prima, sulle pareti verticali che portano a Sant’Anna di Vinadio, traguardo della penultima tappa, infine.

 

Lo Squalo l’ha fatta grossa, ha riscritto quello che era impossibile da riscrivere. Ha fatto tacere i detrattori con due imprese, una dopo l’altra, una più importante dell’altra. Gli ultimi cinque chilometri che portano ai 2.350 metri sul livello del mare della Lombarda, sono una fucilata che abbattono uno dopo l’altro i suoi avversari; i due che salgono verso l’arrivo sublimazione. Sotto lo striscione d’arrivo è sesto a 6’44” dal vincitore Rein Taaramae, ma Esteban Chaves che lo precedeva di 44” alla partenza è dietro, staccato, sofferente. Arriverà un minuto e trentasei secondi dopo, abbastanza per veder sfuggire il rosa che indossava, abbastanza per coronare Vincenzo re di questo Giro 2016.

 



 

Davanti erano fuggiti in otto già sul Col de Vars, primo Gran premio della montagna di giornata, primo duemila di quattro: Col de la Bonette, 2.715, Colle della Lombarda, 2.350, Sant’Anna di Vinadio, 2.015, gli altri. Queste strade in salita hanno dato a Taaramae la soddisfazione di una vittoria, la prima estone nella storia del Giro. Hanno dato al colombiano Darwin Atapuma un secondo posto di delusione. Hanno dato a Mikel Nieve la maglia del miglior scalatore. Hanno soprattutto dato a Nibali il secondo Giro della sua carriera. Il più impronosticabile degli ultimi anni. Hanno infine dimostrato quanto eccezionale sia ancora Michele Scarponi, che Nibali ha lanciato, prima protetto e coccolato. Nibali è campione, Scarponi un duro a morire. Una grossa parte dell’impresa dello Squalo è sua.

 

Steven Kruijswijk che ieri è caduto, che ieri ha visto sfumare i sogni rosa in un capitombolo su un cumulo di neve, che ieri non era nemmeno sicuro di ripartire per una costola incrinata, è arrivato tredicesimo, a 8’13” dal corridore della Katusha, sette davanti a Chaves. Chapeau. Duro a morire pure lui.

 

ARRIVO: 1. Taaramae 2. Atapuma + 52” 3. Dombrowski + 1’17” 4. Nieve + 4’12” 5. Foloforov + 4’36” 6. Nibali + 6’44” 7. Valverde + 6’57” 8. Uran 9. Visconti + 7’47” 10. Majka 8’06”

CLASSIFICA GENERALE: 1. Nibali 2. Chaves + 52” 3. Valverde + 1’17” 4. Kruijswijk + 1’50” 5. Majka + 4’37”

 

 


Abecedario fisso. L’altro Giro d’Italia di Maurizio Milani

 

V come VANCOUVER – La città con più piste ciclabili del mondo: ben 700 chilometri, di cui 500 di strade bianche. Inizia con V anche con la città con meno piste ciclabili del mondo (meno di un chilometro). Per motivi fiscali non diciamo il nome della città, che comunque è bella. Anzi senza piste ciclabili è più bella. Comunque non è Venezia, che si è gemellata con Vancouver. Viene giù il sindaco oggi. Vado a prenderlo io. Alle 19.30.

 


 

 

L’abecedario del Giro

 

V come VALETTI – Sarà che l’Italia degli anni Trenta aveva visto le ultime vittorie di Alfredo Binda, il più forte Learco Guerra, la nascita ciclistica di Gino Bartali. Sarà che si diffondeva il primo divismo sportivo e c’era gente che aveva la faccia e le parole giuste e chi non invece ne era sprovvisto. Sarà che il regime aveva le sue preferenze, magari non contraccambiate, ma sapeva chi puntare per darsi un’immagine imbattibile in Italia e all’estero. Sarà per tutto questo, ma Giovanni Valetti in quegli anni segnò pagine di storia a pedali importanti, senza che la storia si sia però mai ricordata di lui. Valetti era piemontese di Vinovo, era personaggio silenzioso e poco appariscente, non aveva lo scatto e l’esuberanza di Gino Bartali, metteva in fila gli altri di ritmo e forza, un Coppi ante litteram, senza la capacità di essere magnetico per stampa e tifosi. Valetti era però in ogni caso pietra rara, talento di livello, campione a suo modo sublime. Nel 1937 al Giro fu secondo, battuto solo da Ginettaccio. Nel 1938 vinse un’edizione stravolta ancor prima del via dalla scelta del Duce di obbligare i migliori a focalizzarsi esclusivamente sul Tour per esportare il vigore italiano in territorio francese. La sua vittoria fu considerata robetta, rispetto a quella roboante di Bartali a Parigi di pochi mesi dopo. Nel 1939 la resa dei conti. Da un lato la maglia rosa dell’anno precedente, dall’altro Gino, re del ciclismo italico. Bartali prende la testa alla seconda tappa, la lascia a Cinelli alla terza. Valetti strapazza tutti nella cronoscalata del Monte Terminillo. Prende la maglia rosa pochi giorni dopo a Firenze. Bartali fa l’impresa sulle Dolomiti, lascia il piemontese a oltre 8 minuti, lo distanzia i classifica generale di quasi quattro minuti. Il destino del Giro sembra segnato. Il giorno dopo però c’è freddo e pioggia, sul Passo del Tonale la neve fiocca, il clima è invernale. Valetti se ne frega del freddo e del destino ormai segnato, scatta, fa il vuoto, tutto solo fa l’impresa. A Sondrio giunge con 5’32" sui primi inseguitori e 6’48" su Bartali. Conquista la maglia rosa.

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