Caro Presidente eterno, venda

Caro Cav. se vende il Milan fa bene. Se lo vende ai cinesi fa benissimo. Se in particolare vende a capitalisti delle nuove tecnologie, innovatori, molto liquidi, attenti ai profitti ma pronti a investire per farci ritrovare l’antica grandezza, beh allora è il massimo.

29 Aprile 2016 alle 06:18

Caro Presidente eterno, venda

Silvio Berlusconi alza la coppa della Champions League vinta ad Atene nel 2007 (LaPresse)

Caro Cav. se vende il Milan fa bene. Se lo vende ai cinesi fa benissimo. Se in particolare vende a capitalisti delle nuove tecnologie, innovatori, molto liquidi, attenti ai profitti ma pronti a investire per farci ritrovare l’antica grandezza – e per fare del calcio un giardino alla gloria del presidente Xi Jinping – beh allora è il massimo. Il fondo di investimenti che pare ci debba comprare pare si chiami Evergrande: il nome suona come un augurio e un impegno. Dicono che il suo cuore sanguini ma vuole mettere la sofferenza che lei e tutti noi abbiamo provato in questi due anni e gli elettrochoc delle ultime settimane? Meglio dunque separarsi che vedere la danseuse scivolare nell’indigenza e abbrutirsi nel bisogno. Che arrivi Jack Ma, grazie al lavorìo dietro le quinte di Rodrigo Cipriani Foresio, milanista ma fiorentino di nascita e probabilmente renziano, ex manager di Mediashopping e patron di Alibaba Italia, o che arrivi Robin Li o chiunque altro, lei caro Cav. sarà per noi il Presidente eterno, aggettivo che meglio s’addice all’oriente. Non che in passato non ce siano stati altri degni di restare nella memoria. Piero Pirelli che costruì San Siro per noi, l’Inter giocava all’Arena, con la prosopopea di chi si sente borghese e può permettersi di stare a due passi dal centro, ma altro stile, aveva un presidente che se ne andava in giro in orbace e camicia nera, d’altronde era il 1927. Poi Antonio Trabattoni e Umberto Busini che ci riportano in primo piano, ci danno il Gre-No-Li, il trio delle meraviglie Gren, Nordahl e Liedholm, e lo scudetto 1950-51, il quarto della storia, in verità il primo, quelli del 1901, 1905-1906 e 1906-1907 appartengono alla preistoria del calcio. E fanno capitano Carlo Annovazzi, partigiano comunista, quando dall’altra parte abbondano fasci en travesti: il Carletto, El negher per via della pelle scura e milanese puro sangue, gioca in azzurro con Parola e Boniperti, due Mondiali, e ispira il nome di scena di Walter Chiari, grande milanista, in “Bellissima” di Visconti.
Poi venne Rizzoli che ci dette Milanello e altri tre scudetti, una Coppa Latina, e nel 1963 la prima coppa campioni di un club italiano, la vincemmo a  Wembley, un sogno in bianco e nero per chi non era allo stadio. A dirla tutta la mia folgorazione fu cromatica e assai più modesta, tra le maglie che ci portò Don Giuseppe al campetto dell’oratorio della chiesa del Portone, il rosso nero svettava sullo scialbo bianco e nero e sul cupo nero azzurro, il nostro rosso era davvero vivido, fucina di Vulcano, antro del Diavolo, è dalla maglia celebrativa del centenario che abbiamo perso quella tonalità di rosso cui da bambino era impossibile resistere. E le prime lacrime per una delusione che solo a bambino può sembrare irrimediabilmente cocente accompagnarono un’altra finale, pure questa in bianco e nero, Coppa campioni del 1958 persa tre a due a Bruxelles contro il Real, ai supplementari. Poi dopo l’interregno di faccendieri e nevrotici inadeguati, i presidenti delinquenti dicevano, venne lei. Lo sbarco in elicottero sul prato di San Siro con la cavalcata delle Valchirie e sorriso a trentadue denti me lo sono perso, non ero in Italia e l’ho potuto vedere solo anni dopo in rete. Di lei e della mia squadra, del primo scudetto della sua èra ebbi solo notizie vaghe e da lontano. Però a puntare su un tecnico che veniva dalla serie C ci voleva indubbiamente fegato e una convinzione ferrea nella propria visione del calcio e del destino del Milan.

 

Che divenne più chiaro a Madrid nel 1989, semifinale andata della Coppa dei Campioni. Avevo una strizza che ancora me la ricordo, una delle poche cose che ricordo perché non sono un maniaco ossessivo, vivo il calcio come passione effimera che si consuma all’istante come un grande spettacolo, come un film e non tutti resistono al tempo. Quella partita sì. La sera della vigilia vado a mangiare una pizza da Mimmo al Boulevard de Magenta, Mimmo, grande napoletano e grande interista, appena poteva andava a San Siro a vedere la beneamata. Mi vide imbronciato, se è per domani mi disse non c’è problema, quille so’ mostri, non hai idea di chi è Sacchi che farebbe segnare pure a me e a te, e forse è il complimento più bello che si possa fare al nostro profeta. La partita la vidi al giornale, con il servizio sport e mezza redazione schierata a fare battute e sorrisini, ora vedrete le jeu à l’italienne, dopo dieci minuti che il grande Real non riusciva a passare la metà campo, cominciarono a girarsi verso di me aspirando un oui con quella bocca a culo di gallina che riesce loro tanto bene. Quando Hugo Sánchez portò inopinatamente i bianchi in vantaggio, nella stanza tutti imprecarono e si misero a tifare per noi. A metà ripresa il divino Van B. riprese un cross dalla destra di Tassotti in un modo che mai più si sarebbe più visto, da fuori dell’area di rigore si tuffò in orizzontale rispetto al terreno, a volo d’angelo, e con una torsione innaturale del collo  colpì la palla con la nuca e mandandola nell’angolo dove il portiere madridista sarebbe arrivato in ritardo: ci fu fu un’esplosione di gioia internazionale. Questa fu l’andata: a San Siro fu il massacro, andarono a segno tutti e cinque della linea d’attacco. Nacque allora una grande stella e l’attenzione per un uomo che evidentemente vede più lontano degli altri  e non ha paura di prendere rischi.

 

Non sono stati solo anni di gloria. Abbiamo avuto anche buchi neri. La finale di Champions a Istanbul  contro il Liverpool, i cinque minuti che ci sconvolsero e che ancora oggi a raccontarli mi viene da piangere, riuscii a consolarmi pensando ipocritamente che c’era un dio del pallone, non meritavamo di stare lì, la finale l’avevamo sfilata con un golletto all’ultimo secondo utile a un Psv che ci stava facendo a fette. Il black out collettivo alla Coruña, perdemmo 4 a 0 dopo aver vinto all’andata 4 a 1, stavo a Barcellona per altre ragioni, la partita la vidi in televisione nella stanza d’albergo, mi ci venne un febbrone e un principio di broncopolmonite.

 

Ma quello che ancora ricordo con un sentimento di insopportabile vergogna è la notte di Marsiglia, il 20 marzo del 1991, quando un Adriano Galliani invasato e irresponsabile, con l’ausilio del prode Ramaccioni, invece di riconoscere che nelle due partite il Marsiglia aveva giocato meglio e meritato largamente il passaggio del turno, quando si fulminò un faro al Velodrome all’ultimo minuto fece rientrare la squadra negli spogliatoi: 3 a 0 a tavolino e squalifica di un anno dalle competizioni, una merda che rimarrà sempre attaccata alle nostre maglie. Nei giorni successivi gli altri giornalisti venivano al mio tavolo e spegnevano la lampada, quanti travasi di bile. Mi chiesi sgomento perché il nostro presidente non avesse preso provvedimenti: capii più tardi che ha un lato oscuro, che non sa dire di no, come un Sole che non fa distinzioni e scalda anche gaglioffi e felloni. E’ così anche in politica, adesione e adorazione sono garanzia di inamovibilità, una sorta di amichevole ricatto incrociato: per questo non riesce a liberarsi di quel pancotto di Forza Italia.

 

Il suo legame con Galliani è stretto oltre ogni ragionevole dubbio. E’ stato forse il più grande manager di calcio in Europa finché c’è stato da spendere, all’ombra del mecenate. Ma in tempi grami, è meno efficace di chi si arrabatta ma ha fiuto e trova i Cavani, i Pastore, i Dybala e ci fa  sopra affari d’oro. Il Berlusconi degli ultimi anni è apparso straniato e irretito, come non riuscisse a liberarsi dal mondo del calcio. Le politiche di mercato di Galliani sono state un fallimento; quando ha messo le  mani su giovani di talento, che so Vieira o Aubameyang, non abbiamo lasciato loro tempo e li abbiamo venduti per fare cassa; quando li ha avuti in casa ha lasciato che venissero fatti a pezzi – vedi il povero De Sciglio e altri del vivaio: la sua preferenza per giocatori noti ma che nel football americano verrebbero etichettati di seconda fascia sembra condizionata dalla filiera dei procuratori. Va detto poi che non è bello per l’immagine del club vedere l’amministratore  delegato seguire  rassegnato e umiliato i capitomboli della squadra, gli avvicendamenti sulla panchina, quattro allenatori in appena due anni del dopo Allegri: siamo ben lontani dall’immagine del Milan degli Immortali e degli Invincibili ma pure dal grande Milan dalla forza tranquilla di Carlo Ancelotti: non c’è più il codice genetico del Diavolo, dell’Orco famelico che gli avversari ci avevano cucito addosso.

 

Evidentemente è da tempo che il presidente onorario ha deciso di vendere, sa che nessuno in famiglia ha i mezzi e la voglia per occuparsi a tempo pieno della creatura quindi avrà pensato bene di lasciare la patata dell’amministratore delegato al futuro compratore. Non si spiega altrimenti che gli abbia lasciato la guida assoluta del settore tecnico e sportivo nonostante i vistosi errori. 

 

E’ nel Milan che il Cav. ha dato il meglio di sé. Dimostrando capacità di innovazione, intuito, che l’Avvocato molto ammirava e un po’ ci rosicava.  La televisione nel 1986 stava già perdendo molto della forza anticipatrice, tiene invece il passo la  politica, l’invenzione fulminante di Forza Italia. C’è però una differenza: che Forza Italia è prodotto autoctono di cui non frega niente a nessuno fuori dalle frontiere, mentre il Milan è stato potenza mondiale dell’immaginario, modello societario organizzativo e culturale di livello planetario. Che come missione aveva di dominare in Europa, abbiamo vinto sette coppe campioni rispetto alle tre dei nerazzurri e alle due juventine, quella è l’ambizione che conta: ben altra cosa è vincere il campionato nazionale, corsa di fondo per cui servono  molto di più la disciplina e l’abnegazione sabaude, e in questo momento in cui hanno come si dice il trionfo modesto, mi viene da dire che anche nella storia del football greco c’è una squadra che non ha rivali in patria ma non risulta che abbia mai vinto un titolo europeo.

 

Il presidente eterno recupererà quasi per intero gli 850 milioni che in 30 anni ha messo nelle casse del club, meno di 30 l’anno che poi non sono molti di fronte ai vantaggi di immagine e agli introiti che il club ha generato. Credo che la goccia che ha fatto traboccare il più classico dei vasi siano stati gli ultimi soldi spesi, i più dolorosi, la campagna acquisti della scorsa estate, 90 milioni per una manciata di domande. Oggi ce ne vogliono minimo cento ogni anno per restare competitivi. Oppure avere un vivaio con i fiocchi. Un impegno fuori dalla portata  di un mecenate e di chiunque abbia avuto un colpo di fulmine. Che altri si cimentino nell’impresa dunque, che il testimone passi a oriente. A spanne questi cinesi sembrano più imprenditori degli sceicchi e forse più ricchi dei russi. Non faranno sconti. E’ quello che ci si deve augurare.

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