Da milanista, nel giorno dello scudetto della Juve, dico: quanto vorrei uno come Allegri

Mario Orfeo, direttore del Tg1, scrive al Foglio e si rivolge a Lanfranco Pace che aveva scritto: "L’#Allegrimania ha le ore contate". I meriti dell'allenatore che è riuscito a far dimenticare in due stagioni Antonio Conte, bandiera da giocatore della Juventus, poi tecnico che ha conquistato tre scudetti consecutivi.

25 Aprile 2016 alle 19:27

Da milanista, nel giorno dello scudetto della Juve, dico: quanto vorrei uno come Allegri

Fiorentina - Juventus (foto LaPresse)

Al direttore - Questa è la lettera di un milanista a un altro milanista nel giorno dello scudetto alla Juve. Conoscendoti so che non diresti mai “che c’azzecca” oppure “non mi occupo di calcio minore”, frasi già da tempo archiviate nell’aneddotica dello scontro tra politica e giustizia, tornato di prepotente attualità. Ma una premessa è necessaria. Tutto comincia con un articolo di Lanfranco Pace pubblicato sul Foglio del 31 agosto scorso dal titolo “Cari juventini, ora vi spiego perché l’#Allegrimania ha le ore contate”, e tutto finisce domenica sera con l’inquadratura finale della partita vinta dalla Juve a Firenze, un tifoso bianconero che regge uno striscione con su scritto: siamo sempre più Allegri.

 

Noi milanisti non lo siamo da tempo. Da quando – proprio al posto di Allegri – abbiamo visto accomodarsi sulla panchina della nostra squadra ex grandi calciatori diventati in una notte (ad Arcore) improbabili allenatori, come Seedorf e Inzaghi, o sergenti di ferro (si diceva così una volta?) non del rango rossonero come Mihajlovic, fino al generoso ma inesperto Brocchi di oggi.

 

Sì, hai ragione, sto andando fuori tema. La notizia è lo scudetto della Juventus, il quinto consecutivo, il secondo di Allegri.

 

Sì, proprio quell’Allegri con cui il Milan ha conquistato l’ultimo campionato in bacheca nella stagione di grazia 2010/2011, un secondo e un terzo posto, una Supercoppa italiana ed è arrivato fino ai quarti di Champions contro il Barcellona. Sempre quell’Allegri che in una stagione (2007/2008) portò il Sassuolo dalla C alla B e che il presidente Squinzi (un altro milanista) ricorda così: “Se non avessi fatto andare via Massimiliano dopo un solo anno, saremmo saliti in serie A molto prima”. Lo stesso Allegri che sì, è vero, perse le prime cinque gare del massimo campionato 2008/2009 ma poi trasformò il Cagliari in un gruppo di successo bloccato alle porte dell’Europa solo dal muro alzato da società più ricche e blasonate.

 

Scusami per le divagazioni nostalgiche, torno subito a parlare della Juve e di quell’Allegri che in due anni a Torino con giocatori vecchi e nuovi, senza il trequartista che aveva chiesto, gestendo con intelligenza giovani talenti che rischiavano di bruciarsi e con saggezza esperti pluridecorati che potevano sentirsi appagati, ha superato – si può dire cari tifosi juventini dell’ortodossia contiana? – il non più rimpianto predecessore. Quarto e ieri quinto pezzetto consecutivo di stoffa tricolore sul petto, sigillato a compimento di una storica rimonta dal quattordicesimo al primo posto, la Coppa Italia dopo dieci anni, la Supercoppa a Pechino, la finale di Champions a Berlino e poi – se vogliamo dirla tutta – anche la sconfitta a Monaco di Baviera. Una partita maestosa, la più bella e insieme la più amara: comunque, per allegriani e non, una lezione all’amico Pep Guardiola.

 


L'allenatore della Juventus Massimiliano Allegri (foto LaPresse)


 

Vedi caro direttore, questo è il livornese Massimiliano Allegri, l’allievo di Galeone, irascibile quanto basta (ti ricordi quel cappotto lanciato in aria a Carpi?), uno che non ha paura del “conflitto conclamato” e tutt’altro che “accomodante con i forti e autoritario con i deboli”. Come litigava con Cellino e discuteva con Berlusconi che non gli comprò Tevez per confermare Pato e gli rimproverò di non applicare certi schemi da calcio d’angolo più adatti all’Edilnord che al Milan, così si fa ascoltare – con garbo e decisione – da Andrea Agnelli e Marotta. Come si faceva rispettare da Ibra e Thiago Silva, così è apprezzato da Buffon e Pogba. Lo spogliatoio più unito e sereno rispetto all’antica gestione è la prova regina della inattendibilità delle fonti – Antonini chi? e Zambrotta – dell’articolo agostano che non hanno fatto essere Lanfranco un buon gufo: Allegri balla anche la seconda estate, “non stecca” ma rivince.

 

Diverte e si diverte, quel #fiuuu dopo lo scampato pericolo con l’Olimpiacos è diventato un tormentone. Non sbaglia quasi mai un cambio – ah, se all’Allianz Arena avesse dato retta al suo istinto e fatto entrare Zaza invece di Mandzukic – e ha l’umiltà di ritornare al 3-5-2 quando per i troppi infortuni non ha i giocatori per il preferito 4-4-2 dei top club mondiali. Insomma “ha trasformato una squadra di calcio vincente in una straordinaria forza tranquilla”, come ha scritto il comune amico Christian Rocca, l’inventore del contagioso hashtag #Allegrimania. Che non ha le ore contate ma conta le ore fino alla fine.

 


 

 

Risponde il direttore Claudio Cerasa: "Da interista a milanista: campionato, quale campionato?".

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