Perché, in fondo, la Nazionale di Conte non piace quasi a nessuno

Negli ultimi anni, l’amore per gli Azzurri sta scemando. L’orticaria per i ritiri, gli stage e le amichevoli non è appannaggio dell'ex allenatore della Juve, malgrado lui creda il contrario, ma viene da lontano
Perché, in fondo, la Nazionale di Conte non piace quasi a nessuno

Il ct della Nazionale italiana, Antonio Conte (foto LaPresse)

Italia-Germania non è solo una partita di calcio, è quasi il paradigma di ciò che siamo e siamo stati, probabilmente solo il Festival di Sanremo è più nazionalpopolare di questa sfida. Ci rappresenta nei pregi e nei difetti, la temiamo, la cerchiamo, la vogliamo e, quando conta davvero, la vinciamo. Per questo perdere 4-1 un’amichevole ci può stare, perdere 4-1 con la Germania meno, anche perché per ritrovare un passivo così pesante (senza alcuna presunzione enciclopedica) bisogna tornare indietro al 26 novembre del 1939, quando i tedeschi vinsero 5-2 contro una squadra sperimentale messa in campo da Vittorio Pozzo per provare il Sistema di Herbert Chapman. Se poi vogliamo giocare la carta della cabala va da sé che avvicinarsi a un Europeo piuttosto che a un Mondiale con prestazioni zoppicanti e polemiche striscianti porta quasi sempre bene, perché alla fine le Nazionali più amate, quella di Vicini n’è l’esempio lampante, non hanno vinto quanto e quando contava. Non mancò il merito, semmai la cattiveria.

 


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L’impressione, però, è che negli ultimi anni, in Italia come altrove, l’amore per la Nazionale stia scemando. L’orticaria per i ritiri, gli stage e le amichevoli non è appannaggio di Antonio Conte, malgrado lui creda il contrario, ma viene da lontano. I calciatori italiani, storicamente, si distinguono più degli altri per un atteggiamento svagato quando in ballo c’è solo la gloria dei novanta minuti e delle statistiche, di solito il meglio lo danno nelle qualificazioni e nelle fasi finali. A dispetto del beau geste e dell’estetica preferiamo il pragmatismo della vittoria, cartina tornasole dei sentimenti nazionali. C’è poi un’ulteriore caratterizzazione che non sfugge agli antropologi del tifo. Nei quattro Mondiali vinti dall’Italia, più l’Europeo del ’68, la Nazionale, quasi sempre, era una Juventus vestita d’azzurro, elemento facile da dimenticare nelle vittorie, da sottolineare invece nelle sconfitte da parte dei tifosi delle altre squadre. Dopo Calciopoli e i pesanti strascichi tra bianconeri e Figc, la situazione si è come ribaltata, perché l’anima più profonda del tifo juventino vede l’azzurro come un fastidio, il pericolo degli infortuni per i propri beniamini e un’usurpazione del blasone al servizio del nemico giurato. Insomma chi per un verso chi per un altro (anti Juve piuttosto che anti Figc) in molti avrebbero smesso di tifare per la Nazionale, usiamo il condizionale perché nel 2006 non ci siamo accorti né di queste differenze né della loro mancanza.

 

Veti incrociati frutto delle rivalità tra club esistono anche in Sudamerica piuttosto che in Spagna (blocco Real contro blocco Barcellona), Olanda (bianchi contro neri), Germania (blocco Bayern contro tutti). Questi, però, in passato non avevano mai messo in discussione l’importanza della Nazionale, sopra i club e le loro manifestazioni, quando vestirne la maglia era un motivo d’orgoglio, quando i record che contavano di più erano le presenze e le reti in azzurro, tanto per guardare in casa propria. Le nazionali rischiano di avere meno spazio, le promesse di ridurre il numero di squadre dei campionati maggiori (in particolare europei) restano tali nel timore di perdere soldi dai diritti televisivi, quindi meno importanza e le nuove generazioni crescono con una percezione diversa da chi come noi quarantenni ha vissuto Spagna ’82. È il segno dei tempi, di un calcio diverso, c’è chi teorizza la scomparsa delle Nazionali, chi addirittura del football. E se da una parte riaffiorano i nazionalismi, non sono da meno i regionalismi e le rispettive rappresentative (Padania, Catalogna, Euskadi, ecc.), come se in quelle prime maglie e nelle rispettive bandiere non si riconoscesse più la comunità d’appartenenza, meglio ancora rappresentata dal club, dalla curva, dalla sciarpa, domenica dopo domenica. In quel caso anche la sconfitta è motivo d’orgoglio, c’è chi ne ha fatto pure un genere letterario, mentre la vittoria rappresenta spesso l’annientamento dell’avversario. Rivalità che, al di fuori di politica e scontri etnici, ai massimi livelli non si ritrovano. C’è un linguaggio diverso che in molti non sanno comprendere e così resta facile festeggiare l’Italia che vince, come la Francia multietnica del 1998, meno, molto meno, quella che perde.

 


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L’aumento delle nazionali partecipanti alle varie competizioni ha di fatto ristretto i calendari, che nel caso dei club sono legati ai diritti televisivi. Nel 2011 fu Karl-Heinz Rummenigge a tuonare contro le amichevoli, chiedendo sei partite all’anno per le qualificazioni e basta. Le società ricevono una diaria per ogni calciatore convocato, soldi che pagano direttamente Fifa e Uefa, la quale inizia dal primo giorno di ritiro fino all’ultima gara giocata nei rispettivi tornei. Nel 2014 Michel Platini ha fatto approvare una risoluzione per la nascita della Nations League, nuovo torneo a partire dal 2018 che sostituirebbe le amichevoli e garantirebbe un accesso supplementare agli Europei, con un business meglio organizzato e monetizzato. Perché alla fine gli equilibri si giocano sui soldi, da una parte le Federazioni dall’altra i club, in mezzo i tifosi, clienti, più o meno consapevoli.

 

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