Pep Guardiola mentre cerca di raccomandare un’amica per la nostra pagina “That win the best” (LaPresse)

La noia del calciomercato di gennaio ci regala solo il brivido di Guardiola al City

Jack O'Malley
L'allenatore spagnolo che dal prossimo anno allenerà la Manchester azzurra è atto ostile nei confronti del calcio inglese. Meritava la serie A, dove Mancini ha imparato a sue spese che non bisogna nominare l’Inghilterra invano.

Londra. La notizia dell’approdo di Pep Guardiola in Inghilterra (Manchester City) mi ha fatto l’effetto di un’aggressione, mi ha trasmesso il senso dell’improvvisa instabilità della Corona, come se m’avessero detto che i tedeschi stanno organizzando una nuova operazione Leone Marino, con l’inventore del tiqui-taca che parte dal continente per insidiare la Premier. Non si può dire che con la sua noiosissima idea di calcio abbia rovinato il calcio spagnolo e quello tedesco, prodotti terribili dall’origine, anzi forse se si accetta il principio del circo e dello spettacolo si può pure arrivare a dire, sfidando il paradosso, che è stato un tonico per campionati morenti. La sua destinazione naturale era la serie A, dove le squadre piantano ulivi prima della partita con pala e terriccio in favore di telecamera, segnalando evidentemente il bisogno di una scossa di marketing. Forse riuscirebbe perfino a far fare tre passaggi all’Inter. Invece, e dovevo aspettarmelo visto il tratto ambizioso del personaggio, Guardiola vuole rovinare un campionato di qualità, e adesso attendo con terrore di scoprire come chiameranno la versione britannica di quel gigantesco esercizio di possesso palla. Nel frattempo prego intensamente che esista, nel Dna del calcio inglese, qualche gene che resiste al guardiolismo: sarebbe una goduria immensa scoprire che il marchingegno non si può smontare e rimontare altrove, non si esporta come si fa con le merci e non si è universale come i big data. Il dramma è che il City avrebbe caratteristiche e soldi per stravincere qualsiasi cosa, ma per ragioni che sfuggono non l’ha fatto. Ecco, queste ragioni che sfuggono fanno la differenza fra il calcio e una reazione chimica, costante e prevedibile come una campagna acquisti del tecnico iberico, e quindi lo sbarco in Inghilterra, in particolare al City, assume i ratti di una battaglia esistenziale, uno scontro mortale. Fosse andato allo United non sarebbe stata la stessa cosa: nonostante i disastri recenti, i Red Devils sono parte di una tradizione vincente, hanno mentalità e ossatura adatta, non sono un agglomerato di costosissimi mercenari in cerca d’autore. Se Guardiola riesce a far funzionare anche quelli come tutti i suoi altri marchingegni toccherà investire tutto in una nuova riserva di brandy.

 


La modella inglese Nicole Neal è una grande appassionata di calcio, che pratica per hobby. Qui la vediamo durante alcuni esercizi per tonificare i muscoli dei polpacci


 

Non nominare il nome dell’Inghilterra invano. Dovrebbe saperlo, Roberto Mancini, che come quei ha fatto diventare una bandiera il suo avere allenato in Premier League per qualche anno, e da quando lo ha fatto non gliene va più bene una. Succede quando la verità diventa luogo comune, l’esperienza un randello ideologico. Fateci caso: quando in italia si parla di “modelo inglese” per gli stadi poi non succede mai nulla, ma tanto basta per far contenti tutti. “Eh, sì, in Inghilterra sì che sanno…”, conclude convinto anche chi in uno stadio inglese non ha mai messo piede nemmeno per sbaglio. Dopo il “frocio” indirizzato da Sarri a Mancini, l’allenatore dell’Inter è andato davanti alle teleamere a spiegare che in Inghilterra non sarebbe successo, in Inghilterra c’è un’altra cultura, in Inghilterra uno come Sarri non allenerebbe più. E tutti a dargli ragione, comprensibilmente, a dire che sì signora mia in Inghilterra al massimo ci si insulta dandosi di eterosessuale, astemio o cristiano. Ma non si può parlare impunemente di Inghilterra, gettandalo nella gora delle frasi fatte, senza che la nemesi colpisca duro. Mancini ha cominciato a perdere partite e pazienza, fino al gesto del dito medio rivolto ai tifosi del Milan dopo la sua espulsione nel derby. Un gesto doppiamente poco inglese: noi usiamo indice e medio, innanzitutto, e se possibile preferiamo picchiarli, i tifosi molesti.

 

[**Video_box_2**]Espulsione, medio e proteste di Mancini non devono però far dimenticare lo spettacolo di domenica sera a San Siro. Dopo anni di derby mediocri e inguardabili si è finalmente conclusa la parabola che ha portato alla definitiva trasformazione di Milan-Inter in sfida folcloristica per il dominio della città, roba buona al massimo per vantarsi al bar il giorno dopo. Il derby della Madonnina è ormai come quello di Genova: raro se non unico momento dell’anno in cui lo stadio si riempie, le curve danno spettacolo, si parla a lungo dei selfie e dei gestaggi in tribuna (là c’è Ferrero, qua Salvini). Un derby allegro ma in fondo triste, giocato male, senza tatticismi ma molta grinta, con tanti gol come all’oratorio, le altre squadre che probabilmente nemmeno lo guardano tanto è inutile per la classifica e che verrà ricordato più che per le giocate dei campioni per la foto di Berlusconi nello spogliatoio. Lui sì con le due dita giuste alzate al cielo.