Mi chiamavano leggenda. Addio a Jonah Lomu, il migliore del rugby moderno

L'atleta neozelandese è morto oggi a Aukland. Senza di lui il rugby non sarebbe stato lo sport televisivo che è diventato oggi, vent'anni dopo la sua nascita sportiva. Storia di una Coppa del Mondo e di un uomo che è diventato un mito per diverse generazioni.

18 Novembre 2015 alle 14:08

Mi chiamavano leggenda. Addio a Jonah Lomu, il migliore del rugby moderno

Johan Lomu durante la semifinale dei Mondiali del 1995 in Sud Africa (foto LaPresse)

Agli ultimi Mondiali di rugby, il 20 settembre scorso, mancava quasi mezzora al fischio d'inizio. Lo stadio di Wembley era colmo di gente, i giocatori erano appena rientrati nello spogliatoio dopo il riscaldamento e si attendeva solo il via al match. Ci fu un applauso scrosciante, lungo, fortissimo. Nei teleschermi un uomo salutava con il braccio alzato e si sedeva in tribuna. Quell'uomo era Jonah Lomu e il motivo di un'accoglienza del genere va ricercato nella storia recente di questo sport. Per chi il rugby non lo conoscesse quell'uomo è una leggenda, un Maradona del calcio, un Wayne Gretzky dell'hockey, un Michael Jordan del basket, per intenderderci. Un Jonah Lomu del rugby. Basta questo, basta quell'applauso per capirlo, anche se una palla ovale non la si è mai tenuta in mano. Si sedette, ma dovette rialzarsi più volte per salutare il pubblico, tutto il pubblico. Perché le mani che battevano al coro Lomu-Lomu non erano solo quelle neozelandesi, erano quelle di tutti, argentini e inglesi compresi. Quel giorno la sua Nuova Zelanda vinse la partita. E il Mondiale il 31 ottobre successivo. Fu l'ultima volta che Lomu salutò quelle maglie nere che furono sue per 63 partite, per 37 mete, 15 delle quali in Coppa del Mondo.

 

Jonah Lomu è morto oggi. E senza di lui il rugby non sarebbe stato lo sport televisivo che è diventato, vent'anni dopo la sua nascita sportiva.

 

Serve un salto all'indietro nel tempo per capire la portata del giocatore. Serve volare in Sud Africa, a Johannesburg, poco più di vent'anni fa. Perché è lì che tutto iniziò.

 

Quando infatti il 27 maggio 1995 il numero undici della Nuova Zelanda prese l'ovale più meno a metà campo e si involò nella zona sinistra del terreno di gioco, mandando fuori tempo con una finta del corpo tre avversari, correndo per cinquanta metri, resistendo a due placcaggi e riuscendo a passare la palla a Josh Kronfeld che andò a meta con il numero 11 irlandese avvinghiato alle caviglie, fu chiaro a tutti che un giocatore del genere era una rarità, un forza, potenzialmente il miglior rugbista al mondo. Quel giocatore, quel numero 11 era Jonah Lomu, da Aukland, ruolo tre quarti ala, professione fenomeno. Questo fu chiaro a tutti col tempo; allora, quel 27 maggio era solo un ragazzino di appena vent'anni con un fisico da bulldozer, che correva come uno sprinter, che in 196 centimetri e 119 chili sprigionava potenza come nemmeno un "treno a vapore", o almeno così commentò il giornalista della Bbc che curò il servizio nel post partita.

 

 

Bravo, certo, ma nel rugby un'azione non è sufficiente, nemmeno due mete al debutto della Coppa del Mondo bastano, servono le controprove più che in altri sport. Seconda partita della prima fase. Questa volta di fronte ai neozelandesi c'è il Galles. Palla a Lomu sull'estremo destro, altri cinquanta metri di campo, altri avversari saltati come birilli, altri placcaggi andati a vuoto; in tre si attaccano a lui, resiste, non va giù, anzi sì, ma quando era ormai in mèta. La assegneranno a Kronfeld, ma il merito è tutto suo. Il resto è dominio All Blacks.

 

Non basta ancora. Serve la partitona. E questa arriva in semifinale. C'è l'Inghilterra davanti, ma basta un minuto e mezzo ai neozelandesi per passare. Palla sull'esterno sinistro, Lomu la recupera dopo un rimbalzo, respinge con la mano due avversari, è sbilanciato, sta per cadere, ma riesce a riprendere la coordinazione, con un movimento fa cadere l'ultimo uomo inglese, lo asfalta passandoci sopra, va a meta. Un'azione non bella, una meta non memorabile, ma l'espressione di una potenza sorprendente. Jonah ne segnerà altre tre, man of the match. Gli All Blacks passano, perderanno poi in finale con il Sud Africa più forte di sempre. Ma Lomu da allora sarà Lomu, la leggenda, il rugby, quello moderno si intende, il più forte, forse, di ogni epoca.

 

 

Jonah Lomu è morto oggi a 40 anni. Ha salutato tutti da casa sua, al fianco di quella macchina da dialisi senza la quale non poteva stare. Ha salutato tutti dopo aver salutato il rugby presto, nel 2002 – nonostante avesse continuato saltuariamente a giocare sino al 2010 – a causa di una sindrome nefrosica, una malattia degenerativa dei reni.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi