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In morte di un catastrofista. Addio a Paul R. Ehrlich

Luciano Capone e Carlo Stagnaro

È morto lo studioso che ha allarmato il mondo con le sue tesi (sbagliate) sulla sovrappopolazione che hanno avuto conseguenze gigantesche nell’incoraggiare politiche oggi considerate criminali, come la sterilizzazione della popolazione in India o la politica del figlio unico in Cina

Paul R. Ehrlich, scomparso lo scorso 13 marzo all’età di 93 anni, è stato due cose: estremamente influente e completamente nel torto. La sua opera più nota, “The Population Bomb” del 1968, ebbe un ruolo fondamentale nel dibattito sulla sovrappopolazione e sulla necessità di contenere la crescita demografica ed economica. Le previsioni, spesso estreme, si sono rivelate sistematicamente scorrette, anche se raramente lo ha ammesso. Tuttavia, hanno avuto conseguenze gigantesche nell’incoraggiare politiche oggi considerate criminali, come la sterilizzazione della popolazione in India o la politica del figlio unico in Cina. Nato il 29 maggio 1932, studiò zoologia all’Università della Pennsylvania e all’Università del Kansas. Nel 1959 si trasferì all’Università di Stanford, dove rimase fino alla morte. Autore di una cinquantina di libri – molti dei quali scritti o curati con la moglie Anne Ehrlich – e di centinaia di articoli scientifici, inizialmente si concentrò sul tema della “coevoluzione”, ossia sul modo in cui l’ambiente e i viventi si influenzano a vicenda. Successivamente, si interrogò sul modo in cui gli esseri umani stavano cambiando il pianeta e giunse alla conclusione che ben presto il sovra-sfruttamento avrebbe causato l’esaurimento delle risorse e indicibili carestie e sofferenze. Espresse queste tesi in un articolo del 1967 sulla rivista “New Scientist”, nel quale formulava previsioni sui tempi e i modi della crisi a cui stavamo andando incontro. L’articolo suscitò l’interesse di uno dei leader del nascente movimento ambientalista americano, David Brower, direttore esecutivo del Sierra Club, che lo contattò assieme a Ian Ballantine (fondatore della Ballantine Books) e gli chiese di approfondire l’argomento. Nacque così “The Population Bomb”, pubblicato originariamente nel 1968 e poi riproposto più volte, con vari ampliamenti, fino a vendere oltre tre milioni di copie in tutto il mondo. 

 

Il volume si apre con queste parole: “La battaglia per nutrire l’umanità è finita. Negli anni Settanta e Ottanta, centinaia di milioni di persone moriranno di fame, nonostante qualsiasi programma d’emergenza avviato ora. A questo punto, nulla può impedire un sostanziale aumento del tasso di mortalità mondiale”. Per Ehrlich, l’adozione di “programmi straordinari volti a ‘estendere’ la capacità di sostentamento della Terra” avrebbe potuto offrire “una tregua temporanea”, ma questa sarebbe stata utile solo se accompagnata “da sforzi determinati e riusciti di controllo della popolazione”. L’analisi di Ehrlich riprendeva le tesi espresse dal reverendo Thomas Malthus nel suo “Saggio sul principio della popolazione” del 1798, secondo cui la popolazione sarebbe cresciuta a un tasso superiore a quello dell’offerta di cibo. Quando Malthus scriveva, stava osservando i primi germogli della Rivoluzione industriale e aveva la scusa di vivere un cambiamento epocale che non poteva comprendere fino in fondo – e infatti, nelle successive edizioni del saggio, apportò spesso correzioni che lo portarono ad attenuare il suo pessimismo. Ehrlich scriveva quasi due secoli dopo e non si era accorto né di quello che era già accaduto, né di ciò che stava accadendo. Era graniticamente convinto che le condizioni del pianeta avessero cominciato a deteriorarsi dal Dopoguerra e che solo un netto freno allo sviluppo demografico avrebbe potuto salvare il salvabile. Il caso più enfatizzato da Ehrlich fu quello dell’India. Raccontò di aver avuto le prime intuizioni proprio durante un viaggio a Delhi, nel quale notò che “le strade sembravano vive, piene di persone. Persone che mangiavano, persone che si lavavano, persone che dormivano. Persone che facevano visita, discutevano e urlavano. Persone che infilavano le mani attraverso il finestrino del taxi, chiedendo l’elemosina. Persone che defecavano e urinavano. Persone aggrappate agli autobus. Persone che conducevano animali. Persone, persone, persone, persone”. 

 

La gente fu l’ossessione di Ehrlich. Il sottotitolo del libro recitava: “Mentre leggete queste parole, tre bambini muoiono di fame – e altri ventiquattro stanno nascendo”. Come se il vero problema fosse quest’ultimo. Del resto, lo straordinario calo della mortalità in atto, nelle sue parole, non era una miracolosa conquista della scienza ma soltanto qualcosa di “socialmente accettabilissimo”. L’unica soluzione era “il controllo della popolazione […] se possibile attraverso un sistema di incentivi e sanzioni, ma con l’uso della costrizione se i metodi volontari falliscono”. Per togliere ogni dubbio: “Non possiamo più permetterci di trattare i sintomi del cancro della crescita demografica; il cancro stesso deve essere estirpato”. Col senno di poi, è facile dimostrare quanto fallace si sia rivelata la sua analisi. Come ricorda Ronald Bailey sulla rivista libertaria Reason, “invece di un collasso della popolazione dovuto a una carestia di massa, la popolazione mondiale è cresciuta da 3,5 miliardi nel 1968 a 8,3 miliardi oggi. Invece di un aumento significativo del tasso di mortalità globale, questo è diminuito da 12 per 1.000 persone nel 1968 a 8 per 1.000 persone nel 2023. Gli agricoltori, grazie all’uso di tecnologie moderne, hanno aumentato di oltre un terzo il numero di calorie giornaliere disponibili per persona dagli anni 60. Di conseguenza, invece di milioni di persone che soffrono la fame, la percentuale di persone denutrite nei paesi in via di sviluppo è scesa dal 37 per cento nel periodo 1969-1971 all’8,2 per cento nel 2024. L’aspettativa di vita media globale alla nascita è aumentata da 57 anni nel 1968 a 73 anni nel 2023”. 

 

Queste tendenze adesso sono molto chiare, ma non erano impossibili da cogliere negli anni Sessanta e Settanta: proprio mentre Ehrlich scriveva “The Population Bomb”, l’agronomo Norman Borlaug vedeva i risultati della sua “Green Revolution” – il miglioramento della resa dei campi attraverso lo sviluppo di nuove varietà di grano – in paesi come l’India, il Messico e il Pakistan. La rivoluzione di Borlaug aveva raggiunto il suo apice proprio nei due decenni precedenti: grazie ai suoi sforzi si stima che oltre un miliardo di persone siano state sottratte alla fame. Per questo risultato straordinario ottenne il Nobel per la Pace nel 1970, due anni dopo la prima edizione de “La bomba demografica”: Ehrlich scelse consapevolmente di ignorare l’evidenza, al punto da esortare l’India a sterilizzare gli uomini con più di tre figli e invitare gli Stati Uniti a sostenere tale sforzo con “elicotteri, veicoli e strumenti chirurgici”. Un intervento di brutale coercizione? “Forse, ma coercizione a fin di bene”. La caratteristica forse più impressionante di Ehrlich è proprio l’indisponibilità a tenere conto dei fatti che contraddicevano la sua tesi. Continuò a prevedere ogni tipo di catastrofe nel futuro prossimo, reiterando le profezie man mano che non si verificavano e spostandone la scadenza più avanti: sostenne che gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a razionare l’acqua entro il 1974 e il cibo nel decennio successivo e che lo smog in città come Los Angeles e New York avrebbe ucciso 200 mila persone l’anno. Avvertì che i nati dopo la Seconda guerra mondiale non avrebbero superato i 50 anni. Argomentò che “dare alla società energia economica e abbondante sarebbe come dare una mitragliatrice a un bambino idiota”. Ancora nel 2023, predicava che, per mantenere il nostro attuale stile di vita, non sarebbe bastato un solo pianeta, ma “ce ne vorrebbero altri cinque”. 

 

In un articolo su Social Science Quarterly, Ehrlich aveva scritto: “Se fossi un giocatore, scommetterei che nel 2000 l’Inghilterra non esisterà più”. L’economista Julian Simon, che invece era un appassionato scommettitore, gli propose una sfida. Simon era convinto che la crescita demografica avrebbe posto le basi per la prosperità: mentre Ehrlich contava le bocche che consumano risorse, lui contava i cervelli che le moltiplicano. Nel libro “The Ultimate Resource” (1981), sosteneva che l’aumento della popolazione mondiale rappresentava “la nostra più grande vittoria sulla morte” perché “l’ultima risorsa”, quella più importante, è l’uomo. Così, l’economista sfidò il biologo a scegliere un paniere di materie prime del valore di 1.000 dollari e un orizzonte temporale: se il prezzo reale del paniere fosse cresciuto, cioè le materie prime fossero diventate più scarse per effetto della pressione demografica ed economica, avrebbe vinto Ehrlich. La scommessa iniziò nel settembre del 1980 e si concluse dieci anni dopo: alla fine del 1990, non solo il valore complessivo del paniere era sceso in termini reali (garantendo la vittoria a Simon), ma lo era anche per ciascuno dei metalli (cromo, rame, nichel, stagno e tungsteno). Ehrlich spedì l’assegno di 576 dollari e 7 centesimi per posta, commentando bruscamente che Simon aveva avuto solo fortuna. Simon propose di ripetere la scommessa, ma non ebbe risposta (se Ehrlich avesse accettato, avrebbe perso nuovamente). Gli studiosi si sono a lungo interrogati su quanto sia stato il caso – e quanto, invece, la correttezza dell’intuizione teorica – a determinare l’esito della scommessa. Hannah Ritchie di OurWorldInData è arrivata a questa conclusione: “Il fatto che [nel lungo termine] produciamo molti più materiali rispetto al passato, eppure i prezzi siano cambiati a malapena, suggerisce che, contrariamente alla previsione di Ehrlich, non siamo vicini a esaurire queste risorse nel prossimo futuro. Questo è ciò che mi avvicina di più alla visione di Simon”.

 

Ehrlich, invece, continuò a ripetere le proprie tesi – semmai esasperandole – a dispetto di tutte le evidenze contrarie. Grazie al suo indiscutibile carisma influenzò a fondo sia la cultura sia la politica. Si può dire che tutto il movimento della “decrescita”, più o meno “felice”, che ogni tanto riemerge nella discussione accademica e politica, deve molto alle sue idee. Di fatto, pubblicazioni come “I limiti alla crescita” del Club di Roma (1974), che gli sono immensamente debitrici, hanno plasmato, per molti decenni e ancora oggi, una corrente maggioritaria del movimento ambientalista. Hanno convinto alcuni paesi in via di sviluppo a seguirne i consigli: le campagne anti-nataliste (e in alcuni casi di sterilizzazione forzata) in India, Cina e altrove probabilmente non ci sarebbero state senza la sua predicazione. Allo stesso modo, invocava tali politiche nei paesi avanzati (che lui chiamava “sovrasviluppati”): negli Stati Uniti propose di imporre che, nei programmi televisivi, le famiglie numerose fossero messe in cattiva luce e, se non fosse stato sufficiente, suggerì che il governo americano “stabilisse per legge la dimensione delle famiglie” e “sbattesse in galera chi aveva troppi figli”. Il 29 ottobre 2015, dal suo account Twitter commentava così (tutto in maiuscolo) la notizia che la Cina avrebbe abbandonato la politica del figlio unico: “GIBBERING INSANITY - THE GROWTH-FOREVER GANG” (“FOLLIA FARFUGLIANTE - LA BANDA DELLA CRESCITA INFINITA”).

 

Pochi individui hanno avuto un impatto tanto grande, hanno sostenuto tesi tanto forti, hanno così clamorosamente frainteso gli accadimenti e si sono altrettanto pervicacemente rifiutati di ammettere (o forse perfino di vedere) gli errori. Ma, come accade per tutti i catastrofisti e apocalittici, questa ottusa ideologia è anche il segreto del successo: “The Population Bomb” ha venduto immensamente più copie di “The Ultimate Resource”. Le pessime idee di Paul Ehrlich sono state a lungo più influenti di quelle di Julian Simon. Perfino nel momento della scomparsa, il New York Times ha definito Simon “l’economista ottimista” (12 febbraio 1998), mentre le profezie di Ehrlich erano solo “premature” – e non semplicemente e clamorosamente sbagliate – nel necrologio pubblicato la settimana scorsa. La sintesi migliore viene da una letterina inviata tempo fa da un tale Kenneth Emde al Wall Street Journal: “Ero uno studente quando lessi ‘The Population Bomb’ di Ehrlich. Lo presi a cuore e ora non ho nipoti, ma 50 anni dopo la popolazione ha raggiunto gli otto miliardi senza conseguenze negative. Sono stato credulone e stupido”. Riposi in pace.

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