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soft e decadente

Che cos'è davvero l'Anticristo? A margine delle lezioni di Thiel a Roma

Michele Silenzi

Dalla curiosità pruriginosa per il marziano che atterra nella Capitale a un ostentato disinteresse che in pochi giorni viene normalizzato e ignorato, come se oltre la novità non ci fosse nulla di importante. E invece, importante, lo era eccome

Le lezioni di Peter Thiel sull’Anticristo a Roma sono terminate giovedì pomeriggio. Il modo in cui tutta la vicenda è stata trattata da buona parte della stampa è andato oltre i limiti del farsesco. La vecchia storiella del marziano che atterra nella capitale si attaglia perfettamente al modo in cui il tutto è stato raccontato. Ma se in altre situazioni questa romana percezione di ciò che è eccezionale e che in pochi giorni viene normalizzato e rapidamente trivializzato e poi ignorato è simbolo di una qualche grandezza dello scetticismo romanocentrico, in questo caso è sembrata una povera prova del peggiore provincialismo. Partiti da osservazioni che nella sostanza non andavano oltre l’“anvedi arriva er diavolo a Roma”, si è passati alla curiosità pruriginosa per finire in una sorta di ostentato disinteresse del tipo: “Se non c’ero io non era importante”. E, invece, spiace dirlo, importante lo era eccome. 

Al di là del contenuto delle lezioni in sé, i cui concetti possono essere ritrovati in molti scritti di Thiel, il punto profondo della questione, e del discorso che Thiel sta portando avanti da anni, è l’idea che la crisi dell’occidente, e quindi del mondo, sia davvero epocale. E che questa crisi vada presa così sul serio da non poter essere ridotta alle infinite teoresi sociologiche-economiciste-movimentiste. Ma c’è bisogno di rintracciarne le radici, così come l’eventuale soluzione, nella più profonda tradizione spirituale dell’occidente. In sintesi, o la riforma dell’occidente avviene dal punto di vista dello Spirito o non c’è riforma possibile!

Riportare al centro della riflessione la figura dell’Anticristo, con la potenza dirompente che si accompagna ad esso, non è solo una formidabile trovata di “marketing culturale”, ma significa anche voler spiegare come ciò dinanzi a cui ci troviamo ha bisogno di uno sguardo nelle cose che ci deriva dai luoghi più profondi del nostro pensiero e del nostro senso religioso.

Per capire il punto centrale della questione è utile tornare alle parole di Benedetto XVI quando in un’intervista a Peter Seewald raccontava come la vera minaccia della contemporaneità viene “dalla dittatura universale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddire le quali comporta l’esclusione dal consenso di base della società. La società moderna intende formulare un credo anticristiano: chi lo contesta viene punito con la scomunica sociale. Avere paura di questo potere spirituale dell’Anticristo è fin troppo naturale”. L’Anticristo è stato spesso descritto come una figura praticamente opposta a quella di Mefistofele nel Faust, che era una forza che voleva sempre il male ma finiva per operare il bene. L’Anticristo si presenta, invece, come colui che vuole il bene assoluto, come colui che vuole la pace senza passare dalla guerra; che vuole la sicurezza senza la forza necessaria per imporla; che vuole prosperità senza progresso. E’ fin troppo ovvio poter vedere in queste tracce le idee del pacifismo piazzaiolo e flottigliero, dell’idealismo più funereo, di una volontà di sicurezza assoluta e gerontocratica travestita degli abiti di giustizia sociale, della giustizia penale internazionale che vorrebbe assegnare patenti da crimini di guerra solo per farci sentire i buoni invece che i giusti, dell’ambientalismo più demente e dominante che vorrebbe grande benessere per tutti senza alcuna audacia industriale. Ma pensare che questo sia il centro del problema sarebbe sbagliato. Questi sono solo alcuni “epifenomeni politici” di quella che è una postura mentale, una forma mentis venuta a essere attraverso lo sviluppo occidentale, ossia lo svuotamento assoluto dell’idea che ci sia una Verità condivisibile che sta a fondamento del mondo, o che dobbiamo raggiungere attraverso il nostro operare nel mondo. Ma se questa Verità non può essere rintracciata in maniera reazionaria nelle posture del passato, perché sarebbe archeologia polverosa o peggio necrofilia, ciò non significa che dalla sapienza senza tempo generata nel passato, in particolare nelle Sacre Scritture, non sia possibile attingere per penetrare nel cuore del contemporaneo. E questo è ciò che tenta di fare Thiel.


Il dominio di quella che Benedetto XVI definiva, è bene ripeterlo, “la dittatura universale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddire le quali comporta l’esclusione dal consenso di base della società” è precisamente ciò che può definirsi l’Anticristo. L’idea dell’Anticristo è l’idea di un mondo che impone una sorta di totalitarismo soft e decadente. E’ l’idea dell’anestetizzazione e dello spegnimento dell’umano in un preteso e fantasmatico “Bene” generico e generale. L’Anticristo, attraverso questa forma falsa del “Bene”, vuole l’abolizione dell’uomo che è in sé il male. 
E’ utile qui, per chiarire la questione, gettare uno sguardo al grande pensatore francese René Girard, maestro di Peter Thiel, e in particolare al suo libro Vedo Satana cadere come la folgore. Per Girard, che era profondamente cristiano, il paradosso della nostra epoca non era la pura scristianizzazione, ma il fatto che la scristianizzazione avveniva proprio in virtù del successo del cristianesimo. La vittima, che un tempo veniva utilizzata come capro espiatorio, oggi è riconosciuta come tale, come vittima, e nessuna società come la nostra è mai stata tanto preoccupata per le vittime.  Questo rende la nostra epoca felicemente senza precedenti per la forza della tutela nei confronti di chi soffre. Tuttavia, la rimozione totale del male sarebbe soltanto possibile con la cancellazione dell’uomo. La tensione verso il salvataggio di tutte le vittime, così che non ci siano più vittime, ha infatti come esito l’annullamento di qualsiasi azione umana in quanto generatrice di dolore e quindi di vittime. Per usare ancora le parole di Girard: “Un perpetuo gioco al rialzo trasforma la preoccupazione per le vittime in un’ingiunzione totalitaria, in un’inquisizione permanente […] Noi ci troviamo in un ultracristianesimo caricaturale, che cerca di sfuggire all’orbita giudaico-cristiana ‘radicalizzando’ la pietà per le vittime in senso anticristiano”. 


L’epoca della vittima potrebbe essere, sostanzialmente, l’epoca dell’Anticristo (il Katechon, la forza che può frenare l’Anticristo, e quest’ultimo si sfiorano sempre, o forse sono due facce della medesima medaglia). L’Anticristo è colui che vuole eliminare “il negativo” dal mondo (in questo senso si presenta come il bene e il buono). Ma il negativo è niente altro che il motore della vita e della creazione, il negativo è niente altro che la tensione a mutare, migliorare, innovare lo stato di cose presenti (distruzione creatrice). Ed è di per sé un rischio e certo spesso anche un possibile dolore, il travaglio e le doglie del cambiamento che sono il motore del mondo e della vita individuale. La tensione ad aprire al futuro, al progresso, alla costruzione del mondo di domani. La riflessione che da anni Thiel sta portando avanti con i suoi modi, le sue parole, le sue figure, le sue citazioni, i suoi mezzi, la sua visione della tecnologia, dello sviluppo e del progresso rimette al centro dell’occidente la necessità di riflettere in modo radicale sull’epoca decisiva che abbiamo davanti. E’ certo anche un invito a darsi da fare perché questa prospettiva storica dentro cui ci troviamo non si compia, perché la battaglia delle idee è sempre la battaglia decisiva dinanzi a cui l’uomo in determinati momenti della storia. Poi, certamente, si può accogliere l’invito, oppure voltargli le spalle, o considerarlo, come è stato grossolanamente fatto in questi giorni da tanta stampa, “il solito stronzo”. In fin dei conti, anche questo è libero arbitrio, e ognuno si può scegliere la fine che più lo aggrada. 

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